«Quale illusione, quale demenza» – Giorgio Manganelli

Foto di Toni Schneiders

 

Quale illusione, quale demenza
potrà ingannare
questa radice di morte
che ci cresce affettuosa
nel centro del corpo –
quale donna, o inganno di parole,
quale sofisma di credente
o viltà di sillogismi
ci indurrà ad eludere
la salda vocazione
che dispone il disordine del corpo
nella maternità del niente?

Giorgio Manganelli

da “Poesie”, Crocetti Editore, 2006

Senza esclamativi – Giorgio Caproni

Foto di Donata Wenders

Ach, wo ist Juli
und das Sommerland

Com’è alto il dolore.
L’amore, com’è bestia.
Vuoto delle parole
che scavano nel vuoto vuoti
monumenti di vuoto. Vuoto
del grano che già raggiunse
(nel sole) l’altezza del cuore.

Giorgio Caproni

da “Il muro della terra”, Garzanti, 1975

«Sa sedurre la carne la parola» – Patrizia Valduga

Donata Wenders, Reflection, Berlin, 2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sa sedurre la carne la parola,
prepara il gesto, produce destini…
È martirio il verso,
è emergenza di sangue che cola
e s’aggruma ai confini
del suo inverso sessuato, controverso.

Patrizia Valduga

da “Medicamenta e altri medicamenta”, Einaudi, Torino, 1989

Le mani – Vittorio Sereni

Foto di Ferdinando Scianna

 

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

La notte del dieci agosto – Roberto Mussapi

Foto di Nicholas Buer

 

Non piangere, Harun, in questa notte d’agosto
quando le stelle cadono e la loro luce si dissolve
nel buio come la sabbia nel sonno:
se fossero sempre fisse e immutabili ti sarebbero estranee,
e il loro splendore immobile offenderebbe la tua carne.
Immagina che scendano per una compassione celeste,
incarnazione d’astri che si disfanno in polvere,
molecole di luce che si compenetrano al buio,
ricorda la storia del beduino Habib che si innamorò di una lucciola
e visse ogni istante della sua luce guardandola,
e disperò vedendola morire in una notte.
Ma dopo anni di pianto nel gelo del deserto
una notte all’improvviso lui la rivide
risplendere alta in una stella fissa:
la lucciola, l’errante, la luce fenomenica,
tornava dal cielo al beduino analfabeta.
Né tu, sultano, né il povero beduino,
avete pianto per una stella o una lucciola,
ma per la sola cosa per cui piange un uomo,
una donna: lì fu il dolore di luce persa,
premonizione astrale del tempo spegnente,
l’estinzione già inclusa nella ferita del miracolo,
e la distanza dal cielo, la morte.
Impara dal beduino, amala come si ama una lucciola,
donati a ogni suo istante di sopravvivenza,
e quando lei ti parrà persa nella notte
tu nei suoi occhi scoprirai di colpo
la luce alta delle stelle fisse,
e in lei che parve dissolversi in una notte di agosto
l’affinità mortale con te che la supplichi.

Roberto Mussapi 

da “La polvere e il fuoco”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997