Solo licheni e tundra – Franco Buffoni

Peter Demetz, Bianconero, IV

 
Solo licheni e tundra

Tu intervenisti lì
All’imbocco della valletta
Dove ad un tratto muta la vegetazione:
Solo licheni e tundra
Per qualche ettaro,
Forse la lingua di ghiaccio profonda
Che formò il lago
Lì sotto non si è sciolta,
Resiste tra i detriti coi resti dei mammut.
Forse il tempo tiene lì la poesia.

In fondo al viottolo

Quando le distanze si contavano a giardini
Che mancavano per arrivare a scuola
C’era sempre una via Lazzaretto
Dalle nostre parti,
Che ancora non finiva
Contro il guard rail.

Se le due auto parcheggiate
Una dietro all’altra
In fondo al viottolo
Permangono, vuota la prima
Con due volti accosti di profilo nell’altra
Lentamente a inabissarsi…

Che cosa mai è il corpo?
Che cosa il seno
Con il suo rosso, il suo velluto
Le vene violette in controluce
Da micascisto a terra

Come se il mio cuore pompasse
Sangue annacquato,
Smisi di fissarti dopo.
Quando dalla bocca
Cominciarono ad uscire
Le parole che dicevo.

Un pioppo caldo

Sotto la punta del faro, legato a colorare,
Chinandomi come se stessi per baciare,
E tenendo il corpo come un cucchiaio
A oscillare dentro quel moto,
Un pioppo caldo sotto il livello del mare.

Verso la sorgente

Davvero il senso di scorrimento
Delle acque sotterranee
Lo indovini dalle strisce
Di verde più fitto
A ritroso verso la sorgente.
Me lo ripeto adesso che mi dico
Ce l’ho fatta, non può avere capito.
E dentro tremo come un libro al fuoco
Dell’Indice.

Una porta chiusa

Forzando a più non posso
– Se leale avrei perso –
La palla di servizio
Per sbilanciarti al gioco,
Costringerti cattiva.
O forse a scuola
La paura della dimostrazione
Che non sapevo a memoria.
Infine bastava una porta chiusa,
Qualche centimetro di legno scuro
A separare il ballatoio fuori.

Ma per ammirare quell’arrossamento
Delle cime al calare del sole,
Mi sia concesso ancora di esitare
Sulla soglia.

A casa tua, il tuo posto negli occhi.
E poi lavarci insieme
Ed asciugarci.
Come un prete con la cotta
Tu, l’accappatoio –
Roselline e fiori bianchi sulla carta da parati.

Taino d’inverno

E tetti cortili androni ballatoi
Mentre scendo al cancello,
Finestre insegne io che cammino.
Il colore quello di Taino d’inverno
Con le biciclette a due a due
Verso l’imbarcadero. L’anno il 1970,
Quello della lepre che attraversa a balzi
Il lato scoperto del canneto
Aspettando che il tuo braccio si alzi
A scacciare la notte.
A fare risorgere il rosso.

Rododendro

Come è esangue la Dufour¹ in questa aurora
Sulla montagna rosa
Mentre il primo raggio-laser la perfora
Tenendola ferma con il ghiaccio.
Lo piantammo assieme e adesso
Abita con me la conca
Il tuo fiore col ramo
Lo ritrovo in questa luce
Chinato sul respiro
A schiudersi scostandosi: peccato
Non si possa muovere, inscì bel…
E acuta è la smorfia di dolore
Rivolta intensamente al fiore.

Tu legno e io²

Come una preghiera per non violenti giorni
Dal lago si estendeva ai colli circostanti,
Sommergeva persino i già bisbigli
Emessi dai risvegli,
Era il cielo con due nuvole
L’emissione della voce
E a forma di labbra la pronuncia:
Tu legno e io poliuretano espanso.
Quando si dice i materiali antichi
Destinati a durare
E quelli innovativi…
Cercavamo il sesso della morte
Nelle pitture alpine. È maschio è maschio
Ricordo che scoprivo.

Franco Buffoni

da “Jucci”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

¹ Rododendro: Dufour, una delle cime del monte Rosa.
² Tu legno e io: nelle pitture alpine, dalle Pennine alle Carniche, come nel Nord Europa, la morte è raffigurata come un essere di genere maschile.

Naufragi – Enrico Testa

Foto di Hengki Koentijoro

 

invece di spolverare i mobili
Virginia prende la porta
s’avvia verso i campi
arriva all’acqua
e, due grosse pietre in tasca,
cerca il naufragio
a pochi passi da casa.
Ma anche qui
nel buio che l’accoglie
– i pesci guizzanti
le alghe verde-marroni
la melma sul fondo –
brilla qualcosa
che dà luce al mondo

∗∗∗

a filo d’acqua intravedo
gli oleandri fioriti sulla riva
il porto tranquillo
le case sulla collina
il campanile della mia chiesa
i bagnanti di porcellana
illuminati dal sole.

Ma all’improvviso la scena appassisce
come un’eclisse.
Basta – gorgoglio mentre l’onda
mi schiuma in gola –
basta di tutto questo!
Non sentite quanta pena
si nasconde, ritrosa,
dietro l’idillio?

Allora – mi dico – meglio scendere
e scendere ancora nel profondo
sino a toccare l’ombra
vagante sola sul fondo…

∗∗∗

«ma io naufragio l’ho fatto davvero
– dice una voce da dietro –
tra Otranto e Othonoí
quando la notte il Da Noli s’inabissò
colpito da una motosilurante.
In mare petrolio e sangue
bidoni e lamenti
sotto grappoli di stelle
ironiche e indifferenti.

Al mattino ci raccolsero gli inglesi.
Ci aspettavano mesi e mesi
in un campo di prigionia in Puglia:
pane secco, gamelle di tè, ricordi di casa,
le stanche partite sul prato
e tante corse tristi dietro il reticolato»

Enrico Testa

da “Ablativo”, Einaudi, Torino, 2013

«Per questo sono nata, per scendere» – Patrizia Cavalli

Lennart Olson, Traffic Light, Stockholm, 1970

 

Per questo sono nata, per scendere
da una macchina dopo una corsa
in una strada qualunque e trafficata
e guidata dagli angeli piegarmi
attraverso il finestrino
sopra quei capelli e in silenzio
sentire l’odore di quel viso
dove poco prima avevo visto
come la bocca e gli occhi
si passavano un sorriso che non si apriva mai
e correndo veloce scompariva
in un attimo e tornava.

Patrizia Cavalli

da “Il cielo”, in “Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)”, Einaudi, Torino, 1992

«Senza accorgermene ho compiuto» – Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, foto di Dino Ignani

 

Senza accorgermene ho compiuto
il giro di me stesso.
Ho iniziato il racconto
ma inavvertitamente
sono arrivato alla fine
ad illustrarmi, a nascondere
nell’angolo del quadro
la mia immagine.
Con l’ultimo cabotaggio si conclude
questa passione geometrica
o forse solamente
si arriva a prospettare
la descrizione di un punto
da infiniti altri punti.

Valerio Magrelli

da “Aequator lentis”, in “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1980

Visione – Eugenio De Signoribus

Maison du 7 rue U Sovových mlýnum, Prague 1, sur l’île de Kampa, dans le rez-de-chaussée de laquelle V. H. vécut de 1948 à 1968

 

a lento passo dietro le finestre
l’uomo deciso chiude le tendine

fuori la falsa luminaria…
è re nel suo regno di spine

solo la parola accetta in visita
e l’acqua e il pane della scrittura

ma essa è già lì, incasata
nella dote pura del pozzo

è pronta a calare laggiù
fin nella zona più oscura

e risalendo lavata
accordare la mano al custode

Eugenio De Signoribus

da “Trinità dell’esodo”, Garzanti, 2011

Visione: è la visita al luogo e alla casa dove Vladimír Holan abitò, all’isola di Kampa, dal 1948 al 1968.