«Il cielo di pecorelle» – Marek Šindelka

Eugène Boudin, Nuages blancs, ciel blu, Honfleur, vers 1859

 

Il cielo di pecorelle
digrada verso occidente
frangiventi lungo il cammino
come mangiatoie
socchiudo gli occhi
e creano una linea nera
cose simili sono ovunque
nel bosco e nei campi
legno grigio
vecchi recinti strani
– perché sono qui?

la neve non rimane molto tempo
sulla micotica foglia incollata
cammino
per il bosco che marcisce
l’inverno si affievolisce
fa gelo solo di mattina
sul campo
è appeso il punto nero della fame del gheppio

è sera
il sole enorme basso tra gli alberi
osservo il latte raccogliersi sulla terra arata
– le zolle si rivestono di un esile velo
da qualche parte in quell’argilla
si accoccola una pelliccia calda
un topolino caldo
sente la morte alta su di sé
e io penso
a quanta bellezza l’essere umano sia in grado di sopportare

Marek Šindelka

(Traduzione di Antonio Parente)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIV, Aprile 2011, N. 259, Crocetti Editore

Sempre lei – Vladimír Holan

Vladimír Holan, foto di Václav Chochola, 1970

 

Dove incontrarci? L’estate è fuggita
e non potrei gettarti una vipera in seno.

Da chi incontrarci? L’autunno
nella varietà dei suoi frutti
ha il motivo di rifiutare i doni.

Quando incontrarci? Tutte le ombre
degli elementi scatenati
non si diradano, se sull’amplesso nevica.

Perché incontrarci? La primavera c’era
prima che Adamo desse nome agli animali.

Fino a quando ci incontreremo? La morte è cieca:
sente il sesso, poi afferra…

Vladimír Holan

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

Dalla raccolta Na sotnách [In punto di morte], 1967

da “Una notte con Ofelia e altre poesie”, Einaudi, Torino, 1983

«In lontananza c’è sempre qualcosa che sfugge» – Martina Blažeková

Martina Blažeková

Ho attraversato le dune dove si incurvano
Dove la sabbia secca si agitava nell’aria
E percorro il solido limite.
Seamus Heaney, “La donna della riva”

In lontananza c’è sempre qualcosa che sfugge.
Ho imparato a ignorarla.
I contenitori d’acqua vuoti picchiettano i polpacci.
La dura sabbia compattata si crepa come una roccia,
lì le brecce sono sinuose, franano all’interno.
L’acqua a volte frusta, distrugge il bordo terso.
Qui non ci sono boe, così mi piace.
L’acqua è infinita, senza contatto.
Si smuove come sabbia.

La sorgente sgorga dalla roccia vicino alle dune.
E sotto una poltiglia di particelle taglienti.
Ho raccolto l’acqua nei vasi,
le gocce fredde si travasavano sul mio avambraccio.
Si alzò la sabbia, frustò i polpacci, attaccandosi alla pelle umida.
Camminai fino al limite, fino al mare,
il ritorno attraversando il sole.

Martina Blažeková

(Traduzione di Antonio Parente)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIV, Aprile 2011, N. 259, Crocetti Editore

Canzone sulla guerra – Jaroslav Seifert

Foto di Henri Cartier-Bresson

 

Strozzate la guerra,
che le donne possano sorridere
e non invecchiare cosí rapidamente
come invecchiano le armi.

La guerra però dice: Io sono!
Sono dal principio,
non v’è mai stato momento
in cui non fossi.

Sono vecchia come la fame
e come l’amore.
Io non mi sono creata,
ma il mondo è mio!

E lo distruggerò.
Sarò presente
quando il brandello insanguinato a fuoco
cadrà nel buio

come la saliva dei bambini
sul fondo di un pozzo
quando vogliono misurarne
la buia profondità.

Ma noi – e questa è speranza –
possiamo ancora un attimo,
ancora un breve attimo possiamo
riflettere.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “Concerto sull’isola”, 1965, in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

Píseň o válce

Uškrťte válku,
ať ženy mohou se usmívat
a nestárnou tak rychle,
jako stárnou zbraně.

Válka však říká: Jsem!
Jsem od počátků,
nebylo nikdy chvíle,
abych nebyla.

Jsem stará jako hlad
a jako milování.
Já jsem se nestvořila,
ale svět je můj!

A já ho zničím.
Budu při tom,
až ohnivě krvavý cár
bude padat do tmy

jako slina dětí
na dno studny,
když si chtějí změřit
její tmavou hloubku.

Ale my – a to je naděje –
můžeme ještě chvilku,
ještě malou chvilku můžeme
o tom přemýšlet.

Jaroslav Seifert

da “Koncert na ostrově”, Československý spisovatel, 1965 

«Io volli qui cosí cantar per voi» – Jaroslav Seifert

John William Waterhouse, Windflowers, 1902

XIV.

Io volli qui cosí cantar per voi
mentre ora il vento, per l’ultima volta
senza suggeritore ripeteva
la sua nella notte priva di luci.

Sulle labbra il suo nome, andrò da lei
come un bambino, seppure bruciasse.
Cosí l’amai come s’ama una donna
di cui la gonna il nostro corpo avvolge.

La capricciosa a cui sotto l’ascella
suona la luna come un mandolino,
e quella che veglia e monta la guardia

tenendo la mano in quell’orologio
che va e ancora va né mai piú s’arresta.
Praga! Ha sapore di sorso di vino.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Cordaus)

da “Corona di sonetti” (1951), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Poesie 1925-1967, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

XIV.

Já pro vás přece zpívat chtěl,
když už jen vítr naposledy
vedl si svou bez nápovědy
v té tmavé noci bez světel.

S tím jménem na rtech půjdu k ní
jak dítě, třeba do plamenů.
Já miloval ji jako ženu,
jíž choulíme se do sukní.

Tu rozmarnou, jíž v podpaží
zní luna jako mandolína,
i tu, která bdí na stráži

a drží ruku v orloji,
jenž jde a jde a nestojí.
Praha! To chutná jak hlt vína!

Jaroslav Seifert

da “Věnec sonetů”, in “Knížka polibků”, Konfrontace, 1984