«A due giorni dalla precedente nota» – Jiří Orten

 

A due giorni dalla precedente nota qualcosa si è mosso, qualcosa di inarrestabile che mi spinge verso il crollo. È nevicato, per tutto il giorno è caduta la neve. Nessuno ricorda un simile diluvio di neve, una ragazza ha detto che era come una pezza fredda sulla città indolenzita. Non era lontana dal vero, ma ho capito che il sussiego non è soltanto nel tacere; se mai ho parlato in un sussiegoso silenzio, c’era un altro orizzonte, un altro sguardo, col quale mai piú guarderò. È stolto il dire a me stesso che finora sono stato un poeta e d’ora in poi sarò soltanto un sofferente, braccato ometto. Quel nucleo, succoso e sano, che la mia anima custodiva, custodisce e custodirà di fronte ai vermi, è tuttora al suo posto. Parola, bacio, angoscia, disprezzo, incomprensione, lode, malattia, amore, tutto questo serve soltanto a uno scopo: a guidare la mia mano che, di nuovo e sempre di nuovo, non capisce il miracolo. A nient’altro sono venuto a questo mondo che a testimoniare, tenendomi alla mia gravezza, al mio peso, alla mia leggerezza. A volte sono stato ubriaco e mi sentivo spinto a brusche decisioni. Spero quindi di poter essere ancora ubriaco! Ma adesso, nella tranquilla (se di tranquillità si può parlare) contemplazione delle cose, guardo lietamente al destino, all’impegno e al dovere, al quale non intendo mai piú sottrarmi. Che zoppichino pure i versi, se vogliono! Che le parole non esprimano nemmeno un granello del sentimento! Una strada procederà attraverso tutte le buche verso la massima possibile perfezione. E questa strada è la mia! Ne vedo migliaia di altre, assomigliano a tratteggi di rilievi su carte geografiche, s’incrociano con la mia strada, qualche volta la condizionano; ma le mie tracce sono visibili, benché soltanto a me stesso. Non voglio ritornare su di esse. Salgo e salgo, soltanto un folle potrebbe chiamare tutto ciò una discesa. Amo il mio esitante coraggio verso la morte, amo il pudore, che è restato in me, non restato, perdurato, amo il subitaneo e mi batto contro la necessità. Questo basta, se penso che tra un’ora sarò tutto diverso e mutato nella voce (nel colore della voce!), nel pensiero (nella superficie del pensiero!) e nelle parole (sí, soltanto nelle parole!), come il buffone della «Principessa triste».

Jiří Orten

19.3.1939

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

I segnali – Vladimír Holan

 

L’arte cominciò con la caduta degli angeli…
Il tempo dei capecchi, dei fastelli di concime, dell’àcoro pestato,
della cenere non arsa e delle lingue infrante dalla panna,
il tempo che si rade i peli sulle cosce d’una meretrice:
alleggerisce solo in apparenza.

Ma il tempo dei sassi, della matrigna che pettina e dello zoppicare dei cani,
il tempo che tossisce negli scantinati,
il tempo del becchino che, scavando la terra,
è come se volesse giungere a una piú autentica vita,
il tempo delle vertebre cervicali nel salto
sopra il fuoco di San Giovanni,
il tempo che esige tutto il nostro soccorso:
ha sempre ancora un peso esiguo.

L’arte cominciò con la caduta degli angeli.
Ma anch’essi bevvero vino, spezzarono il pane
e dormirono con femmine mortali −
e per questo, inebriati, cerchiamo di nuovo i segnali
come su un tavolo intaccato dal coltello di Orfeo…

Vladimír Holan

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “In progresso”, 1964, in Vladimír Holan, Una notte con Amleto”, Einaudi, Torino, 1966

Prima elegia – Jiří Orten

 

Un fiume di dolore inconsapevole sempre
attraversa le genti. È prossimo alla fine
prima ancora che inizi e dopo il suo principio
avidamente ritorna e solo dopo la prova
diventa esperto. La sua prova vivente
ci toglie molte cose e molte cose dà.
La libertà, per esempio, non voluta e voluta.
Per esempio la vita, se nella morte anche è morte.
Non s’è chiuso il sepolcro. E allora, librato al vento,
in una guglia d’espressione restringi
il tuo piccolo mondo, che in te stesso riecheggi
e che prodigamente a esso tu versi il tuo sangue.

Ma quale fiore dargli e quale, quale colore?
Trovare il verde, il bianco, il giallo dei limoni
e l’ocra, molta ocra mescolarci,
finché sembri l’ineffabile che parli,
e chiaro l’oscuro senso del tradimento,
trovare foglie che un poco si chiudano
a un lungo sonno, foglie, sottili palpebre,
che proteggano dal gran flusso di luce.
I tuoi occhi, nell’attimo in cui la luce si è spenta!
La giovinezza della tua bocca, quando eri sopra il tuo buio!
Saprò, misero, mai quello che in te accadeva?

Io tacevo, o Signore, il mio cuore soltanto
gridava ancora, ancora si ribellava,
fermava la caduta che non si può fermare,
non piangere, gridava, non devi adesso piangere,
non piangere, ché il petto non lo sopporta,
so dove tu piangeresti il piú volentieri,
conosco tutti i punti del tuo corpo che amo,
io che ho gustato tutte le tue lacrime,
e quante erano, quante,
quante dovranno, quante dovranno essere!

Non ti accuso, non dico che tu mi tradisci.
Lo so, lo so bene, che il castigo è arrivato
e le mie mani nude protendo a lui,
che togliesse a chi ha tolto.
Non c’è banco che in spiccioli possa cambiarti
il dolore che è eterno. Barcollerai
da colpa a colpa, da non-pianto a pianto,
da paura a timore, dall’angoscia alla pena,
da spasimi crudeli, dalla vergogna e dal fango
a solitudine atroce che non è sola.
Salive di voluttà soltanto potrai inghiottire.
Guarda queste tendine, guarda questa poltrona
e i quadretti qui appesi sulle pareti,
guarda il tavolo e i libri, questo letto
al quale hai tolto tutto d’un colpo il tuo peso,
guarda il lume, ragazza, piú di te
lui m’appartiene.

Cosí gridava il mio cuore troppo vivo.
E non sapeva che ancora non lo vuole
il mucchio della terra, l’abbraccio del suo Signore,
che niente tranne il suo mondo lo vuole,
tranne il canto: elegia.

I condannati alla condanna di morte
chiamati a dire l’ultimo desiderio
non chiedono la vita, allora, ma sappiate
che è solo per pietà, per pudore e timore
di non creare al giudice l’impaccio
di chi non può appagare.
Poi tabacco domandano solitamente
e una cena; e un piacere miserabile;
e un sorso buono che inumidisca la gola,
la gola che sarà strangolata.
Comprensivi, solleciti bevono il loro vino,
fanno capire che l’hanno molto gustato,
perché sono dei buoni: perché in fondo fa bene
per buona pace del boia un poco dissimulare.

Ed umilmente quando nell’ultima notte
pregano verso l’ultima loro mattina,
docili, silenziosi camminano al macello,
là nel cortile dove l’inverno dell’alba
potrà scaldarsi del loro tiepido sangue.

E io ho domandato un bacio.
E ho chiuso gli occhi. E ho bevuto
a un calice d’amarezza. E lei partiva.
E io l’amavo con la pietà dell’orrore
e un gran dolore avevo di lei che non poteva
darmi se stessa (a me che la chiedevo
ma solo con lo sguardo come fa un animale,
e non sentiva). Scattò la porta, fu chiusa.
Io corsi alla finestra. Da quel momento sempre
alla finestra sto, di guardia, sí, di guardia,
guardia a me stesso, guardia al sogno, alla brama,
guardia all’amore, che ha trovato il suo Caino.

Non s’è chiuso il sepolcro. Il sepolcro è aperto.
Solo di fiori è il peso sul coperchio della bara.
Fiori che appassiranno perché non li nutre la terra.
A casa se ne andranno i dolenti del corteo.
Su cordiali carrozze i piú lontani
incitando i cavalli per spingerli al galoppo.
Poi verrà lui, povero vecchio becchino.
Un po’ ha trincato prima del funerale
e batte fiacca, è fiacco come un bambino.
A malapena reggono le sue mani la pala.
Carezzandola quasi alzerà su la terra,
la terra che sommessa andrà a bussare laggiú
dov’è la bara, laggiú dov’è il morto.

Bocca straziata, vuoi dire il tuo benvenuto?

Jiří Orten

20-21. 2. 1941.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

První elegie

Děj bolesti vždy jenom nevědomě
probíhá lidmi. Ke konci se blíží,
když ještě nepočal, a za počátkem
chtivě se vrací, zkušeným se stává
po zkoušce teprv. Jeho živá zkouška
ledacos bere a ledacos dává,
hle, třeba volnost, nechtěnou i chtěnou,
a třeba život, je-li smrt i v smrti.
Hrob, nezavřel se. Nuže, rozevlátý,
do štíhlé stavby vyslovení zmenši
svůj malý vesmír, dej mu v sobě zníti
a krve štědře rač mu nalévati.

Jen jaký květ a jakou, jakou barvu?
Nalézti zeleň, běl, žluť citrónovou
a okr, mnoho okru namíchati,
aby se zdálo mluvit nevýslovné,
aby se zjevil temný smysl zrady,
nalézti listy, jež se přivírají
k dlouhému spánku, listy, něžná víčka,
před proudem světla která ochraňují.
Tvé oči ve chvíli, kdy světlo zhaslo!
Mladost tvých úst, když nad svou tmou jsi stál!
Dovím se, bědný, co se s tebou dělo?

Mlčel jsem, Pane, jenom moje srdce
křičelo ještě, ještě vzpíralo se,
pád zdržovalo, který nelze zdržet,
ty neplač, křičelo, ty nyní nesmíš plakat,
neplač, hruď neunese,
vždyť vím, kde nejraději plakala bys,
znám všechna místa na tvém drahém těle,
ze všech tvých slz jsem druhdy ochutnával,
a co jich bylo, co jich jenom bylo,
a co jich bude, co jich musí býti!

Neviním tebe, že mne zrazuješ.
Já vím, já dobře vím, že přišel trest,
a prázdné ruce své mu nastavuji,
ať bere těm, co braly.
V trafice žádné bolest nerozměníš,
neboť je věčná. Potácet se budeš
od viny k vině, od nepláče k pláči,
od strachu k bázni, od úzkosti k muce,
od krutých stisků, od hanby a špíny
k samotě strašné, která není sama.
Jen sliny rozkoše budeš smět polykati.
Všimni si záclon, křesla povšimni si
a obrázků, co na stěnách tu visí,
všimni si knih a stolu, postele té,
které jsi náhle svoji tíhu vzala,
všimni si lampy, ženo, víc mi patří
než ty.

Tak volalo mé srdce, příliš živé.
A nevědělo, že je ještě nechce
bohatsví hlíny, náruč Boha jeho,
že nic je nechce mimo jeho svět,
než píseň; elegie.

Když odsouzenci na smrt odsouzení
poslední prosbu smějí vysloviti
a nežádají život, tehdy, vězte,
jen soucit brání jim a stud a bázeň,
že soudce rozpaky by mohly stihnout
z nevyplnitelnosti.
O tabák raději pak poprosí
a o večeři; o ubohou rozkoš;
o dobrý doušek, jenž by hrdlo svlažil,
to hrdlo, které bude zardoušeno.
Chápavě, rychle napijí se vína
a naznačí, že bylo velmi chutné,
neboť jsou dobří: pro svědomí kata
je pěkné přec se trochu přetvařovat.
A pokorně když nocí poslední
se k poslednímu ránu promodlili,
jdou bez nucení, mlčky na porážku,
tam na to nádvoří, kde jitřní zima
může se jejich teplou krví zahřát.

A já jsem o polibek poprosil.
A oči zavřel jsem. A pil
kalíšek rmutu. Potom odcházela.
Soucitem děsu miloval jsem ji
a lítost cítil jsem, že nemohla
mi sebe dáti (neboť jsem ji žádal,
ale jen pohledem, jako se zvíře dívá,
a ona neslyšela). Klaply dveře.
K oknu jsem běžel. Od té chvíle stále
u okna stojím, stráž u snu, u žádosti,
stráž u lásky, jež našla svého Kaina.

Hrob nezavřel se. Hrob je otevřený.
Jen tíha kytic tlačí víko rakve.
Zvadnou ty květy, nemajíce země!
Smuteční hosté domů rozejdou se.
V kočárech družnosti ti vzdálenější
pobídnou koně, aby tryskem jeli.
Pak přijde on, nebohý starý hrobník.
Přihnul si trochu chvíli před obřadem
a zeslábl, je slabý jako dítě.
Lopatu sotva jeho ruce zdvihnou.
Nabere hlíny jako pohlazením
a něžně, něžně zabuší ta hlína
tam, kde je rakev, a tam, kde je mrtvý.

Drcená ústa, chcete «vítej » říci?

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Lei II – Vladimír Holan

Vladimír Holan, foto di Václav Chochola, 1970

 

La bellezza vien da Dio. Ma la bellezza seduce.
Dall’uomo nel paradiso fino al medico legale della puttana uccisa
ci incolpa dell’abbandono,
ci promette una donna come futuro,
ma un futuro così,
che credesse nell’eternità sin oltre Dio,
dopo ci tollera per mezzo della nostra paura –
e se siamo gelosi, viziosamente sorride
fin là dove la malinconia muta noi in gioia del male…

Confrontata con la miseria come certezza
è troppo fuggevole, per ferire i più…
Intravista sì, vista no!

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

Dalla raccolta In progresso (Versi degli anni 1943 – 1948)

da “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Ona II

Krása je od Boha. Ale krása svádí.
Od muže v ráji až k ohledači zavražděné nevěstky
viní nás z opuštěnosti,
zaslibuje nám ženu jako budoucnost,
ale budoucnost tak,
jako by věřila ve věčnost až za Bohem,
trpí nás potom naším strachem –
a žárlíme-li, neřestně se usmívá
až tam, kde stesk nás mění v radost ze zla…

Srovnána s bídou jako jistotou
je příliš těkavá, aby ranila většinu…
Spatřena ano, viděna ne!

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

Mozartiana, II – Vladimír Holan

Foto di Nicola Bertellotti

I

C’è un destino forzuto, allattato fino ai diciotto
e che continua a crescere anche soldato.
E ce n’è un altro che sui cori dei templi
stende la colofonia del demone
sull’arco del violino di Stradivari…

Ma c’è il silenzio, che merita il perdono
per non essersi fatto udire finché non è comparso lui

II

Anche la bellezza può essere troppo manifesta.
Anche la bellezza può essere ingannevole.
Anche una visione chiarissima può essere impura…

L’abisso non smette di precipitare mentre il fondo sale.
Ma c’è il paradiso, che merita il perdono
per non essersi fatto udire finché non è comparso lui

III

Perché siamo qui, domandiamo nel sogno?
Perché c’eravamo, domandiamo al risveglio?
Perché ci saremo, quando non saremo più?

La sua risposta è il miracolo.

IV

La vide soltanto una volta.
Ma da quell’istante stupì
e intonò un canto ma non sapeva a chi,
e intonò un coro ma nessuno lo seguì…
Osò adorarla così per un anno intero,
presente per il futuro, come ormai sapeva,
laddove ignaro pesantemente ritornava
da Maria Vergine a Eva…

Poi le scrisse.
Era un uomo e quindi aveva paura.
Lesse la sua lettera alla luce di un camino
nel quale poi la gettò.
Ed egli lesse la sua risposta alla luce di una neve
che mai si scioglie…

V NELL’ORA VANA

È primavera… Di notte, nell’ora vana
udì gemere la vite,
nonostante il forte rumore dell’acqua
che si perdeva dallo stagno attraverso un foro
scavato nella diga dall’anguilla…

Che altro restava a lui, se non patire,
innamorato fino al collo della musica che svanisce,
il pianto e la tortura della mutezza?

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata!

VI

Dio, è così in tutto il mondo,
che superare il destino dove è ingiusto
non ingoia quasi più forze
che superare la pietà di coloro
cui il cuore scoppia, ma di gelo?

Spaventoso il pensiero che prima del Diluvio
soltanto otto erano i mortali devoti…

VII

Ridere di sé e non saperlo,
anche se tu fossi inghirlandato di cicuta,
questo prezzemolo dei folli,

insistere di tre sospiri nel proprio lavoro,
sempre più frutto e sempre più frutti,
amare dunque qualcuno più di se stesso.

Sì! Ma non vivremo intero neanche il dolore,
così breve è il tempo…

VIII

Lo vedi abbandonare la fontana
dove sazio di pesci Nettuno le donne occhieggia.
Lo vedi affrettare il passo
in un abito nero che ha dovuto far rivoltare,
lo vedi entrare sotto il portico
con un sorriso pudico per un sorso di vino,

avendo appena compreso
che i prodigi di Cristo Signore
ebbero origine in Canaan di Galilea…

E senti il suo cuore, pugno d’angelo,
battere alla finestra di tutti gli usignuoli…

Sì, perché non amava le riduzioni per pianoforte.

IX DON GIOVANNI

Non ancora lontananza, solo distanza…
Poi un bacio rubato…
Ma l’errore conta… L’offesa anche…
Curiosità della resa, che al femminile domanda e al maschile tace
che cos’è il destino di fronte a un sesso
che ha paura dei sogni…

X

Notte, che il piacere trasporta dall’inferno dentro una ferita
il cui sangue qualcuno tampona col velo d’una monaca.
Sì, basta concentrarsi e subito c’è tristezza,
basta concentrarsi e subito c’è morte…

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata.

Febbrili raggi della luna
e tu tremi, misero Mozart!
Il diteggiare dei sordomuti non è così folle,
perché in esso i vivi sono almeno due…

Senti prossimo il tempo finito.
Se almeno uno d’improvviso venisse di coloro
che saranno al tuo funerale,
e dunque nessuno!

XI

Carta da musica e bottiglia. Perché glie la rimproverate?
Forse che si libera così del vostro dolore?

Oppure la fuga. Perché disprezzate così?
Forse che non abbiamo perduto l’infanzia?

XII

La prima pioggia dell’anno… La sua zincografia…
Ma dentro la casa (senza che nessuno domandi
se vuoto di esseri il tempo sarebbe così insensato,
quando di loro gremito è folle),
ma dentro la casa vi sono degli ospiti.

C’è anche colei il cui cuore
è ferito dall’amore nella ragione,
c’è anche lui, la cui passione
è discesa nel cuore né più risalirà,
forse come pena per l’arte,
quando l’arte è idolatria.

“Ecco, il presente!
Occorre essere per vivere!”
si dicevano entrambi, e proprio in quel momento
su una porta cieca ristava un servitore
con vino segretamente avvelenato
ed esitava un poco, a chi di loro due
per primo offrire…

XIII

Udì cantare un usignuolo e nessuno lo convincerà
che canterebbe meglio se fosse accecato.
Udì cantare un ragazzo e nessuno lo convincerà
che canterebbe meglio se lo castrassero.
Udì cantare una fanciulla ed egli non credette
che avrebbe cantato meglio dopo lo ius primae noctis.

Ciò che è stato creato deve qui essere amato
senza che uno neppure sfiori l’altro.
E se in mare due navi si spezzano,
non è per non amore dell’una verso l’altra…

XIV

Ciò che qui viene vissuto con passione dura solo un attimo,
nel quale vibrano due destini
spinti a una vicinanza quasi invereconda…
È vicinanza senza intuizione,
vicinanza senza avventura,
vicinanza a tutto corpo,
vicinanza vicinanza…
Soltanto l’ebbrezza è ancora distacco…

XV SPIRITUS LENIS

Nel sentire piacere per la tentazione respinta,
taceva davanti alla sua verginità,
perché in ogni parola, anche nella parola
omessa dal sesso d’un uomo, c’è una ferita…
Solo un soffio d’intimità era tra loro,
soffio la cui delicatezza
era ancor più sottolineata dallo spazio
sfalciato crudamente dal cubismo della luna…

Come scaldava esser muto, intuire e adorare!
Anch’essa taceva
ed egli non dimenticò mai i suoi occhi.
Erano gli occhi della musica nella maschera mortuaria della gloria…

XVI

Come in sogno vagava nel bosco.
Il vento di settembre era ormai così colto
che soltanto sfogliava…
Ma quasi consacrata la sua mente non lasciava il musco stellato,
la felce dolcetta e la roccia e il capriuolo e la fonte —
e poi quasi il coro infantile dei colori,
che sfumava in primo piano:
tale era la grazia nel passaggio da uno all’altro…

Prostrato dalla gioia mormorava ammutolito:
E vogliono che io testimoni contro la bellezza,
allontani lo sconforto,
non mi dolga del peccato stroncato dalla morte,
e che attraverso la distruzione di tutto io giunga all’eroe!

XVII

Sempre quel non misurato, non contato,
ma sempre quel dono genetliaco
che il canto ha ricevuto per la festa:
Traurigkeit ward mir…

Eppure, ecco, la bellezza a un tratto
e la grazia con cui ce l’ha partecipata!

XVIII

Di nuovo si ode la sua voce,
voce di tremolo, come il cuore della luce
quando il cero ha paura,
voce di timore, umiltà e ardore,
voce che scusava questo mondo,
il mondo sempre accusato dietro le spalle di Dio…

Fu quella volta
quando lo ospitò santa Cecilia,
che più tardi, mentre lui suonava,
gli voltava i fogli dello spartito…

XIX

Le porte del ballo, murate dal plenilunio autunnale,
radunarono attorno a lui tutti gli uomini,
con la femminile conclusione di suppliche
affinché sonasse almeno le prime voci
per l’armonia di un agognato disincanto…
Ma egli aveva troppa pietà dei sopranisti evirati
per sostituirli col flauto alto
e pertanto disse: “Forse che non sentite come fuori il vento
legge il romanzo nero della vite canina?”

XX DOPO IL CONCERTO

È appena un attimo che Mozart
col flauto d’amore ha radunato tutti gli usignuoli del parco
sotto le finestre di Santa Maria in Puerpuerio —
e già sei più che abbandonato, già sei di nuovo solo…
Chi è abbandonato ha ancora il potere
di ricordare gli scomparsi…
Ma della solitudine (anche se di quella con occhi canini)
non sai mai se ti sarà fedele
almeno fino a quando finirà d’inghiottirti…

XXI

Quando è assente la donna amata
il buio in tutto folle si prende le sue gambe,
scivola in scarpine di ghiaccio
e incomincia la danza dal tuo letto
all’immensa sala dell’insonnia.

Le scarpine risuonano, girano, pestano, sfuriano
senza pietà, apertamente, sempre,
e stanno bene, certamente la danza è con un altro,
il tuo amore senza fede non fa che spingerle
dalla gelosia all’adulterio,
le ascolti per tutta la notte sempre più gelido —
ed esse si scioglieranno soltanto nel momento
del ritorno a te…

XXII

Diceva che la morte è la chiave
della vera felicità.
Nere chiavi, nere note, nere pause.

Ma davvero bianchi sono i globuli del sinforicarpo
sotto la lente d’ingrandimento del sole d’autunno …

Biliardo…

XXIII MOZART A KAMPA

Il parco piove in pioggia. I rami hanno già infilato le braccia
nella manica di nuda scorza e ora le ripiegano
suonando il pianoforte dell’aria.
Note, pause e chiavi!

In un’ora così tarda si stringe il cuore dalla paura,
sentendo sempre musica, non voce umana.
Ma quella voce dovrebbe comunque tacere,
e tacere nella lingua della festa

XXIV

Paura…
La sua paura dell’ora fiscale della morte.
Allora poi qui non c’è neppure
un semispazio col crocifisso in gesso,
salvo forse, da qualche parte, un cantuccio,
un’arpa a pedale col velo di ragnatele calato,
e il tracollo e il pianto…

È la fine di tutto? O deve ancora attendere
che a cura delle pietre sepolcrali
esca l’edizione litografata del suo Requiem?

XXV

Ma come un bevitore rovesciò la Alpi,
posando poi malfermo la bottiglia
sullo scricchiante gradino della paura della morte,
lui, così stretto a sé, che nel mezzo entrava
l’intera immortalità.
E davvero: in sua presenza
il coltello sotto la gola d’un agnello non potrebbe tagliare
e lo stagno in cui fusero i fonti battesimali
ritornerebbe alla forma sostanziale.

Che anche la gioia s’è stretta a lui nel mondo
e ha avuto bambini? Ah sì,
solo che quanto spesso e straziando
essa di nuovo agognava la libertà,
e quando distolse il cuore
prese una stessa lingua col diavolo,
che se ci tenta
striscia o si cela o porta zoccoli.

XXVI

Nel suo piccolo frac ha sorvolato torbida corrente d’uomini
come un uccello dei ghiacci, quell’alcione.
E amava ridere e piangere di gioia e di dolore,
poiché apparteneva a tutto il paradiso ma solo a una parte della terra,
solo ad alcune gioie ma a tutte le tragedie.

Per le une e le altre, era un angelo incognito.
Ma non se lo confessava.

XXVII LA BELLE DAME SANS MERCI

Chi ti ha deriso? —
“Non ricordo più.”
Chi ti ha gridato? —
“Non rammento.”
Chi ha domandato di te?
“Se lo sapessi.”
Chi ti ha parlato? —
“Non ne ho idea.”
Chi ti ha mormorato? —
“È difficile dire.”
Chi ha taciuto con te? —
“Lei!”

XXVIII BELLA MIA FIAMMA, ADDIO!

Come si snoda crudele il laccio della corda che si spezza
mentre il tarlo scava nel violino dell’insonnia!
Tutte le preghiere di aiuto,
gli amici e perfino i nemici
sono usciti per una porta segreta.
Già da tempo è andata via anche quella fanciulla
che con un mazzo di fiori aveva detto:

“Signore, e mio signore serenissimo,
ne vorreste?
Ma ho soltanto rose nere!”

Il punto più vulnerabile del cuore
è insieme il punto più profondo dell’anima,
dove come genio siete solo, misero Mozart!

XXIX 

Il corpo in una tela iuta, che hanno tinto col nerofumo.
Il ventre vuoto per i secoli. Non dormirai fino al pane.
Sincero scricchiolio del feretro. Funerale di ultima classe.
Il vento tira pioggia e amicizia senza tregua.
Un becchino. Vano nel senso di non socievole.
La sua tasca. Una bottiglia di acquavite portata al lavoro.
Consenso alla vita…

XXX BERTRAMKA

No, qui non occorre
turarsi le orecchie con una cascata alpina.
Qui solo il silenzio
sfoglia l’album delle silhouettes,
rare volte disturbato perché guardi fuori e osservi
gli anelli della pioggia sotto la gronda d’un accordo in maggiore…
Oltre al silenzio, sono qui altri due.
Per giungere, il fantasma deve andare a se stesso.

Ma il genio è presenza che non cessa.

Vladimír Holan

(Traduzione di Sergio Corduas)

“Mozartiana, II”, (1952-1954), pubblicata in “In forma di parole, I”, Elitropia, 1980