L’intimo delle rose – Rainer Maria Rilke

René Magritte, Le tombeau des lutteurs

 

Dov’è, per quest’intima delizia,
l’involucro che, fuori, le si adegui?
Su qual ferita mai
noi deporremo queste dolci bende?
E quali cieli mai si specchieranno
dentro lo specchio d’acque,
tutto beata espansa intimità,
di questi aperti calici?
Rimira come fluide si giacciono
in un immenso fluido;
né mai tremar di mano
giungerebbe a versarle!
È prodigo incredibile, quel loro
contenersi a fatica entro una forma…
E si paventa quasi
che trabocchino alcune — riempite
d’intimo spazio come sono — in giorni,
traboccanti anche loro
di quello spazio a poco a poco accolto,
fin che l’estate intiera 
divenuta non sia tutta una stanza
piena di rose,
al vaporar di un sogno.

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Nuove Poesie, 1907-1908”, (Serie seconda), in “Liriche scelte e tradotte da Vincenzo Errante”, Sansoni, 1941

∗∗∗

Das Rosen-Innere

Wo ist zu diesem Innen
ein Außen? Auf welches Weh
legt man solches Linnen?
Welche Himmel spiegeln sich drinnen
in dem Binnensee
dieser offenen Rosen,
dieser sorglosen, sieh:
wie sie lose im Losen
liegen, als könnte nie
eine zitternde Hand sie verschütten.
Sie können sich selber kaum
halten; viele ließen
sich überfüllen und fließen
über von Innenraum
in die Tage, die immer
voller und voller sich schließen,
bis der ganze Sommer ein Zimmer
wird, ein Zimmer in einem Traum.

Rainer Maria Rilke

da “­Neue Gedichte”, (Anderer Teil), Insel-Verlag, Leipzig, 1907

Canto della sera – Georg Trakl

Foto di Cristina Venedict

 

Se andiamo a sera per sentieri oscuri,
Incontriamo i nostri visi smorti.

Se abbiamo sete,
Beviamo le acque bianche dello stagno,
La dolcezza della nostra infanzia triste.

Ombre, riposiamo sotto il sambuco
Guardiamo i grigi gabbiani.

Nubi di primavera incombono sulla città buia
Che tace piú nobile èra di chiostri.

Quando presi le tue mani scarne
Levasti piano gli occhi tondi,
Molto tempo fa.

Ma quando oscura armonia visita l’anima
Appari tu, bianca, nel paesaggio autunnale dell’amico.

Georg Trakl

(Traduzione di Ida Porena)

da “Georg Trakl, Poesie”, Einaudi, Torino, 1979

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Abendlied

Am Abend, wenn wir auf dunklen Pfaden gehn,
Erscheinen unsere bleichen Gestalten vor uns.

Wenn uns dürstet,
Trinken wir die weißen Wasser des Teichs,
Die Süße unserer traurigen Kindheit.

Erstorbene ruhen wir unterm Holundergebüsch,
Schaun den grauen Möven zu.

Frühlingsgewölke steigen über die finstere Stadt,
Die der Mönche edlere Zeiten schweigt.

Da ich deine schmalen Hände nahm
Schlugst du leise die runden Augen auf,
Dieses ist lange her.

Doch wenn dunkler Wohllaut die Seele heimsucht,
Erscheinst du Weiße in des Freundes herbstlicher Landschaft.

Georg Trakl

da “Gedichte”, Leipzig: Kurt Wolff Verlag, 1913

Notte d’amore – Ingeborg Bachmann

Ho ritrovato
in una notte d’amore
ritrovato

In una notte d’amore dopo una lunga notte
ho di nuovo imparato a parlare e piangevo
perché mi è uscita di bocca una parola. Ho imparato di nuovo a camminare,
sono andata alla finestra e ho detto fame e luce
e notte mi stava bene per luce.

Dopo una notte troppo lunga,
dormito di nuovo bene,
confidando,

nel buio parlavo più facilmente.
continuavo a farlo di giorno.
Muovevo le dita sul mio viso,
Non sono più morta.
Un cespuglio incendiato nella notte.
Il mio vendicatore si è fatto avanti e si chiamava vita.
Ho detto addirittura: lasciatemi morire e pensavo
senza timore alla morte più amata

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Silvia Bortoli)

da “Non conosco mondo migliore”, Guanda, Parma, 2004

∗∗∗

Wiedergefunden hab ich
in einer Nacht der Liebe
wiedergefunden

Nacht der Liebe

In einer Nacht der Liebe nach einer langen Nacht
habe ich wieder sprechen gelernt und ich weinte,
weil ein Wort aus mir kam. Ich habe wieder gehen gelernt,
ging bis ans Fenster und sagte Hunger und Licht
und Nacht war mir recht für Licht.

Nach einer zu langen Nacht,
wieder ruhig geschlafen,
im Vertrauen darauf,

Ich sprach leichter im Dunkeln.
sprach weiter am Tag.
Bewegte meine Finger in meinem Gesicht,
Ich bin nicht mehr tot.
Ein Busch, aus dem Feuer schlug in der Nacht.
Mein Rächer trat hervor und nannte sich Leben.
Ich sagte sogar: laß mich sterben, und meinte
furchtlos meinen lieberen Tod

Ingeborg Bachmann

da “Ich weiß keine bessere Welt: Unveröffentlichte Gedichte”, Gebundene Ausgabe, 2000

«Ch’io fossi allora» – Rainer Maria Rilke

Mikko Lagerstedt

42.

Ch’io fossi allora – o sia: tu muovi sopra
di me, infinita tenebra di luce.
E il Sublime che nello spazio appresti, io irriconoscibile
sul mio volto che veglia lo accolgo.

Notte, sapessi come io ti guardo,
come il mio essere nella rincorsa arretra
per osare slanciarsi fino a te;
e come potrò credere che bastino due cigli a contenere
questi fiumi di sguardi che s’incalzano?

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

Dalle poesie alla notte

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

42.

Ob ich damals war – oder bin: du schreitest
über mich hin, du unendliches Dunkel aus Licht.
Und das Erhabene, das du im Raume bereitest,
nehm ich, Unerkenntlicher, an mein waches Gesicht.

Nacht, o erführest du, wie ich dich schaue,
wie mein Wesen zurück im Anlauf weicht,
daß es sich dicht bis zu dir zu werfen getraue;
faß ich es denn, dass die zweimal genommene Braue
über solche Ströme von Aufblick reicht?

Rainer Maria Rilke

Aus den Gedichten an die Nacht

da “Verstreuten und nachgelassenen Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, Wiesbaden, 1955-1966, II Vol.

da «I quaderni di Malte Laurids Brigge» – Rainer Maria Rilke

Rainer Maria Rilke a Mosca in un disegno di Léonid Pasternak. Collezione privata.

 

[…]

Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti (che si hanno già presto), sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni d’infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo (era una gioia per altri), a malattie dell’infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattine sul mare, al mare, a mari, a notti di viaggio che passavano alte rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.

[…]

Rainer Maria Rilke

(Traduzione di Furio Jesi)

da “I quaderni di Malte Laurids Brigge”, Garzanti, 1974