Donne appassionate – Cesare Pavese

Romy Schneider

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le ragazze al crepuscolo scendono in acqua,
quando il mare svanisce, disteso. Nel bosco
ogni foglia trasale, mentre emergono caute
sulla sabbia e si siedono a riva. La schiuma
fa i suoi giochi inquieti, lungo l’acqua remota.

Le ragazze han paura delle alghe sepolte
sotto le onde, che afferrano le gambe e le spalle:
quant’è nudo, del corpo. Rimontano rapide a riva
e si chiamano a nome, guardandosi intorno.
Anche le ombre sul fondo del mare, nel buio,
sono enormi e si vedono muovere incerte,
come attratte dai corpi che passano. Il bosco
è un rifugio tranquillo, nel sole calante,
piú che il greto, ma piace alle scure ragazze
star sedute all’aperto, nel lenzuolo raccolto.
Stanno tutte accosciate, serrando il lenzuolo
alle gambe, e contemplano il mare disteso

come un prato al crepuscolo. Oserebbe qualcuna
ora stendersi nuda in un prato? Dal mare
balzerebbero le alghe, che sfiorano i piedi,
a ghermire e ravvolgere il corpo tremante.
Ci son occhi nel mare, che traspaiono a volte.

Quell’ignota straniera, che nuotava di notte
sola e nuda, nel buio quando muta la luna,
è scomparsa una notte e non torna mai piú.
Era grande e doveva esser bianca abbagliante
perché gli occhi, dal fondo del mare, giungessero a lei.

Cesare Pavese

[15 agosto 1935]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Fin de siècle – Josif Alexandrovic Brodskij

Josif Aleksandrovič Brodskij

 

Il secolo presto finirà, ma non prima di me.
E questo, temo, non c’entra con l’intuito.
Piuttosto è l’influenza della non-esistenza

sull’esistere: per dire, del cacciatore sulla selvaggina,
sia essa muscolo cardiaco o mattone.
Sentiamo la frusta sibilare,

nel tentativo di rammentare i nomi di quanti ci hanno amato,
divincolandoci tra le viscide mani del polsista.
Il mondo non è più com’era

un tempo, quando regnavano sovrani abat-jour, fox-trot, sofà,
e la paura, insieme a sottovesti e ad arguzie salaci a volontà.
Chi avrebbe mai pensato

che la gomma del tempo li avrebbe cancellati
come sgorbi a matita sulla carta? Certo nessuno.
Eppure il tempo con il suo frusciare

proprio questo ha fatto. Vallo a rimproverare.
Adesso ovunque antenne, sballo di adolescenti, ceppi
anziché alberi svettanti. Al caffè

non incontri i compagni di lotta sconfitti dalla sorte,
né al bar l’angelo in gonna e blusa azzurra
che si è stancata del tentativo di librarsi in aria

sopra a se stessa. Ovunque una marea di gente,
ora in folla compatta, ora in coda serpeggiante.
Il tiranno più non è efferato,

ma un essere mediocre e limitato. E così l’automobile
ormai non è più un lusso, ma un modo di sbatter via
la polvere dal tappeto stradale, dove la gruccia

dell’invalido già più non si sente,
mentre il bambino crede fermamente che il lupo
faccia più spavento di un intero reggimento.

E per qualche ragione il fazzoletto si accosta
sempre più spesso agli occhi attratti dalle fronde,
attribuendo a se stesso il varco

che in esse si sta aprendo,
verbi al passato, desinenze del tempo andato,
un’aria cantata

dalla voce del cuculo. Suona più rude adesso
di quella di un Cavaradossi – tipo «Ehi, bellimbusto»
oppure «Smettila di bere» –

e dalla mano scivola a terra la caraffa vuota.
Alle porte, però, non c’è il prete o il rabbino,
ma l’era che chiamiamo fin de siècle.

Va di moda il nero: camicia, calze, biancheria.
Quando in definitiva le levi tutto questo,
è come se illuminassero

l’alloggio trenta watt o meno,
ma, invece di un gioioso «Urrà!»,
dalle labbra esce un «Eh già,

la colpa è mia». Tempi nuovi, tempi desolati!
Gli articoli in vetrina, ciascuno con il nome
pertinente, si dividono ora

tra quelli di cui siamo in grado di servirci
e quelli che, per ignoranza,
equipariamo al sogno

dell’umanità (da cui, di fatto,
non c’è altro da aspettarsi) sullo stato
di servo, inanimato, o in genere su quello

di chi resta nell’anonimato. Questo, ahimè,
è il risultato del moltiplicarsi, la cui fonte
non sono cerniere o pantaloni, e neppure l’Oriente,

ma, nel presente, l’elettricità. Il secolo è alla fine.
La corsa del tempo esige vittime, rovine.
Baalbek non fa al suo caso, l’essere umano pure.

Dàgli invece pensieri, sentimenti e un sovrappiù
di ricordi ricorrenti. Questo gradisce il tempo.
Io non ho fretta, e dò.

E non sono un codardo, bensì pronto a essere
un oggetto che viene dal passato, se così,
per capriccio, vuole il tempo,

mentre dall’alto in basso – o da sopra la spalla –
guarda la preda che accenna ancora
qualche movimento ed è calda

al tatto. Sono pronto a che la sabbia
mi ricopra, preparato a che un viaggiatore
appiedato non metta a fuoco

l’obiettivo su di me, e per me non provi
forti sentimenti. Per ciò che mi riguarda,
il tempo che scorre al di fuori

non vale l’attenzione. La vale quello
che procede a ritroso, come una facciata
che assomiglia ora a un giardino,

ora a una partita a scacchi. Il secolo
in fondo non sembra tanto male. È vero che
di morti ne abbiamo avuti a iosa,

ma anche i vivi da meno non lo sono stati,
incluso l’autore qui presente,
per cui, a tempo debito, non resta

che mettere tutti sottaceto o montarli a panna
nel formaggio, versione cameristica dei buchi
neri cosmici; oppure fotografare il mondo

intero e farne fotocopie – sei per nove tuttavia,
il che esclude qualunque piaggeria – affinché
più tardi non debbano arrampicarsi in fretta

l’uno sull’altro, come legname accatastato.
Il secolo finisce con catastrofi aeree
in sottofondo; un Prof., tenendo il dito alzato,

ripete la solita solfa sullo strato
dell’ozono, che spiega il solleone,
ma non come partire da un punto

prefissato per finire là dove a un ammasso
di nubi si mescolano i nostri «Non lasciarmi»,
«Salvami», «Perdono», costringendo il raggio

a cambiare l’oro del secolo in argento.
Ma il secolo, radunando la sua roba,
valuta che anche questo sia rétro.

Al Polo sventola una bandiera e un husky abbaia.
All’Ovest si guarda dentro il pugno dell’Est,
si scorgono baracche e recinzioni

in cui regna animazione. Gli uccelli, spauriti
dalla selva di mani, spiccano il volo verso meridione
dove ci sono aryk, albicocche e meloni,

palme, turbanti e tam-tam lontani.
Ma fissando lineamenti forestieri
è evidente che in qualunque luogo

la somiglianza principale tra una semplice macchia
e, poniamo, un classico dipinto
sta nel fatto che mai vi imbatterete

in un solo e unico esemplare. La natura, come ieri
il bardo con la carta carbone, come il pensiero
con l’espressione scritta, come un’ape con lo sciame,

apprezza apertamente la massificazione, le alte tirature,
temendo l’eccezione, lo spreco di energia,
il cui miglior custode

è la sregolatezza. Lo spazio è popolato fittamente.
L’attrito del tempo gli consente di potenziarsi
numericamente quanto più gli aggrada.

Ma le vostre palpebre si chiudono. Solo i mari
restano imperturbabili e turchini scandendo da lontano
una parola che ora suona «andiamo» e ora «invano».

E nel sentire questo, non vuoi più faticare,
hai voglia di montare su un battello e navigare,
navigare, non per scoprire

isole, piante, organismi ignoti e nuove
latitudini incantate, ma l’esatto contrario;
soprattutto – restare a bocca aperta.

Josif Alexandrovic Brodskij

1989

(Traduzione di Anna Raffetto)

da “E così via”, Adelphi, 2017

∗∗∗

Fin de siècle

Век скоро кончится, но раньше кончусь я.
Это, боюсь, не вопрос чутья.
Скорее — влиянье небытия

на бытие. Охотника, так сказать, на дичь —
будь то сердечная мышца или кирпич.
Мы слышим, как свищет бич,

пытаясь припомнить отчества тех, кто нас любил,
барахтаясь в скользких руках лепил.
Мир больше не тот, что был

прежде, когда в нем царили страх, абажур, фокстрот,
кушетка и комбинация, соль острот.
Кто думал, что их сотрет,

как резинкой с бумаги усилья карандаша,
время? Никто, ни одна душа.
Однако время, шурша,

сделало именно это. Поди его упрекни.
Теперь повсюду антенны, подростки, пни
вместо деревьев. Ни

в кафе не встретить сподвижника, раздавленного судьбой,
ни в баре уставшего пробовать возвыситься над собой
ангела в голубой

юбке и кофточке. Всюду полно людей,
стоящих то плотной толпой, то в виде очередей;
тиран уже не злодей,

но посредственность. Также автомобиль
больше не роскошь, но способ выбить пыль
из улицы, где костыль

инвалида, поди, навсегда умолк;
и ребенок считает, что серый волк
страшней, чем пехотный полк.

И как-то тянет все чаще прикладывать носовой
к органу зрения, занятому листвой,
принимая на свой

счет возникающий в ней пробел,
глаголы в прошедшем времени, букву «л»,
арию, что пропел

голос кукушки. Теперь он звучит грубей,
чем тот же Каварадосси — примерно как «хоть убей»
или «больше не пей» —

и рука выпускает пустой графин.
Однако в дверях не священник и не раввин,
но эра по кличке фин-

де-сьекль. Модно все черное: сорочка, чулки, белье.
Когда в результате вы все это с нее
стаскиваете, жилье

озаряется светом примерно в тридцать ватт,
но с уст вместо радостного «виват!»
срывается «виноват».

Новые времена! Печальные времена!
Вещи в витринах, носящие собственные имена,
делятся ими на

те, которыми вы в состоянии пользоваться, и те,
которые, по собственной темноте,
вы приравниваете к мечте

человечества — в сущности, от него
другого ждать не приходится — о нео-
душевленности холуя и о

вообще анонимности. Это, увы, итог
размножения, чей исток
не брюки и не Восток,

но электричество. Век на исходе. Бег
времени требует жертвы, развалины. Баальбек
его не устраивает; человек

тоже. Подай ему чувства, мысли, плюс
воспоминания. Таков аппетит и вкус
времени. Не тороплюсь,

но подаю. Я не трус; я готов быть предметом из
прошлого, если таков каприз
времени, сверху вниз

смотрящего — или через плечо —
на свою добычу, на то, что еще
шевелится и горячо

наощупь. Я готов, чтоб меня песком
занесло и чтоб на меня пешком
путешествующий глазком

объектива не посмотрел и не
исполнился сильных чувств. По мне,
движущееся вовне

время не стоит внимания. Движущееся назад
сто’ит, или стои’т, как иной фасад,
смахивая то на сад,

то на партию в шахматы. Век был, в конце концов,
неплох. Разве что мертвецов
в избытке — но и жильцов,

исключая автора данных строк,
тоже хоть отбавляй, и впрок
впору, давая срок,

мариновать или сбивать их в сыр
в камерной версии черных дыр,
в космосе. Либо — самый мир

сфотографировать и размножить — шесть
на девять, что исключает лесть —
чтоб им после не лезть

впопыхах друг на дружку, как штабель дров.
Под аккомпанемент авиакатастроф,
век кончается; Проф.

бубнит, тыча пальцем вверх, о слоях земной
атмосферы, что объясняет зной,
а не как из одной

точки попасть туда, где к составу туч
примешиваются наши «спаси», «не мучь»,
«прости», вынуждая луч

разменивать его золото на серебро.
Но век, собирая свое добро,
расценивает как ретро

и это. На полюсе лает лайка и реет флаг.
На западе глядят на Восток в кулак,
видят забор, барак,

в котором царит оживление. Вспугнуты лесом рук,
птицы вспархивают и летят на юг,
где есть арык, урюк,

пальма, тюрбаны, и где-то звучит там-там.
Но, присматриваясь к чужим чертам,
ясно, что там и там

главное сходство между простым пятном
и, скажем, классическим полотном
в том, что вы их в одном

экземпляре не встретите. Природа, как бард вчера —
копирку, как мысль чела —
букву, как рой — пчела,

искренне ценит принцип массовости, тираж,
страшась исключительности, пропаж
энергии, лучший страж

каковой есть распущенность. Пространство заселено.
Трению времени о него вольно
усиливаться сколько влезет. Но

ваше веко смыкается. Только одни моря
невозмутимо синеют, издали говоря
то слово «заря», то — «зря».

И, услышавши это, хочется бросить рыть
землю, сесть на пароход и плыть,
и плыть — не с целью открыть

остров или растенье, прелесть иных широт,
новые организмы, но ровно наоборот;
главным образом — рот.

Иосиф Александрович Бродский

da “So Forth”, Farrar, Straus and Giroux, New York, 1996

Aiutiamo Poesia in Rete con il Crowdfunding

AIUTIAMO POESIA IN RETE

 

 

Ciao, mi chiamo Titti, e ho sempre amato follemente la poesia. Un caro amico mi ha suggerito di aprire un blog di poesia, che abbiamo chiamato semplicemente Poesia in Rete. Carlo Congia, che è un bravissimo informatico, l’ha creato, ed io ci ho lavorato per un numero incredibile di ore, imparando tutto quello che serviva, perché per fare un blog serio non occorre solo amare la poesia. Si devono imparare tante cose, ma la passione mi ha spinto a farlo, e naturalmente Carlo mi ha insegnato tutto, tranne la poesia, che era già mia 😉 Abbiamo visto subito che Poesia in Rete era molto apprezzato, forse perché tutte le poesie vengono prese dalle raccolte, quindi c’è sempre la fonte, o forse perché c’è quasi sempre il testo in lingua originale, ma soprattutto perché sono una persona maniacalmente precisa.
Adesso veniamo al dunque. Gestire un blog seriamente, che è il mio più grande sogno, richiede anche fondi… purtroppo la passione non basta.
Chi mi aiuta a realizzare il sogno più grande della mia vita?

AIUTIAMO POESIA IN RETE

Vorrei che questo articolo fosse professionale, ma non riesco a scovare Carlo… forse mettere una sua foto da ragazzo lo farà uscire allo scoperto.

😀 😀 😀

«Io non ho più niente di me.» – Mario Benedetti

Foto di Josef Sudek

«En finir avec le monde»
Io non ho più niente di me.
Pierre Jean Jouve, Matière céleste

Io non ho più niente di me.
Respiro la fatica della stanza a stare
dove gli uomini non sono più.
Io che sono qualcos’altro: distanza dalla vita.

Mario Benedetti

da “Sassi, posti di erbe, resti”, in “Umana Gloria”, “Lo Specchio” Mondadori, 2004

Qualche nota sul tradurre poesia – Diego Valeri

Tradurre poesia vuol dire trasportare d’una in altra lingua quella sensibilissima e fragilissima cosa ch’è la parola poetica; ossia trasformarla, darle una differente forma fisica, senza però alterarne la forma spirituale: s’intenda quel valore essenziale di poesia che l’ha originariamente determinata, e la giustifica, e quasi la santifica, al cospetto degli uomini. Un lavoro che presuppone, come tutti vedono, la soluzione di un problema difficilissimo, anzi, sostanzialmente, insolubile.

Che il problema del tradurre poesia in poesia non possa trovare una soluzione integrale, lo vide, e lo disse chiaramente, fin dai suoi tempi lontani, il piú grande poeta che sia mai stato, Dante Alighieri. Ecco alcune righe del suo Convivio, 1° libro, capitolo 7: « Sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può de la sua loquela in altra trasmutare, senza rompere tutta sua dolcezza e armonia. » (Noterò, tra parentesi, che la locuzione « per legame musaico armonizzata » è un verso, un endecasillabo involontario; dunque una cosa armonizzata per legame musaico…) « E questa è la cagione — proseguiva Dante — per che Omero non si mutò di greco in latino… » (Infatti, una traduzione dei poemi di Omero non esisteva al tempo di Dante. Il Poliziano, « l’omerico giovinetto » della Firenze laurenziana, era di là da venire; assai lontano ancora, nel futuro.)

Oggi, dopo Croce, non c’è chi non pensi e non sappia che tradurre poesia in poesia non si può. E tuttavia il genere “traduzione poetica” fiorisce come non mai. Ci si son provati, e ci si provano, dotti filologi, poeti provetti, e perfino filosofi profondi; come, appunto, Benedetto Croce. Il quale, dopo aver dimostrato da par suo che ogni e qualunque traduzione è, a rigore, impossibile, si lasciò tentare da Goethe, e ci diede delle traduzioni di liriche goethiane, delle quali è giocoforza dire che sono, manifestamente, antiliriche, cioè impoetiche. Come si spiega che un uomo (un grande uomo) sistematico e coerente qual egli fu sul terreno teoretico, e tanto poco poeta, si sia cosí flagrantemente contradetto sul terreno pratico? La spiegazione ce l’ha data lui stesso, affermando che la traduzione poetica è un atto d’amore (piú o meno corrisposto, aggiungiamo noi), e, come tale, non ha nessun debito verso la logica; è, almeno in parte, almeno in origine, un fatto irrazionale.

Questa, in verità, è la sola spiegazione, se non giustificazione, da accettare nei riguardi di lui, Croce, e da proporre nei riguardi di chiunque si metta a quel cimento. Tradurre non si può, ma, intanto, per impulso d’amore, ossia per desiderio di possedere intimamente un’opera di poesia che amiamo, si traduce, si tenta di tradurre.

* Dunque: trasportare dalla lingua nativa in altra lingua l’incanto particolare di una poesia, di una strofa, di un verso, oggi, al lume della nuova coscienza estetica, appare impresa nettamente impossibile, dato che quell’incanto lo sappiamo affidato al movimento ritmico, al gioco degli accenti piú e men forti, alle pause di varia durata tra parola e parola, all’impasto dei fonemi, all’incidenza di una dieresi, alla suggestione musicale di una rima, al trascorrere di un verso nell’altro per mezzo di un enjambement, e via dicendo: tutte condizioni che, mutando la lingua, non possono non mutare e perciò cadere.

C’è chi pensa di risolvere il problema per la via dell’umiltà, adottando la traduzione in prosa. Ma non sarebbe difficile dimostrare che, in tal caso, umiliato, non sarà tanto il traduttore quanto l’autore. È vero che qui bisogna fare una distinzione: la poesia epica, o comunque narrativa, può sopravvivere, in qualche modo e misura, anche alla propria dimissione in prosa (in una prosa, s’intenda, un po’ sostenuta e cantante, assai discosta dall’uso quotidiano); ma la lirica, piú o meno pura che sia, come potrebbe salvarsi, rinunciando proprio a quelli che sono gli elementi costitutivi del canto?

Donec gratus eram tibi

nec quisquam potior bracchia candidae

cervici iuvenis dabat,

Persarum vigui rege beatior…

«Fin tanto che ti fui caro, e nessun giovane, piú di me a te caro, ti cingeva con le braccia il candido collo, io vissi piú felice del re dei Persi… »

Che cosa resta, in questa versione in prosa, della bellezza, nitida e discretamente commossa, dell’originale oraziano? Resta il pensiero; il quale, superfluo rilevarlo, non ha nulla di peregrino. Ma quella sottile malinconia, quell’accorata invidia del rivale fortunato, quella nostalgia di felicità che si appunta nella visione di una candida nuca: tutto ciò è andato perduto, insieme col suono delle parole e col ritmo del verso. Traduzione letterale = traduzione cadaverica, disse una volta il Foscolo.

Pensiamo anche di trasportare in prosa d’altra lingua un endecasillabo del Leopardi: « Dolce e chiara è la notte e senza vento » ; pensiamo di tradurlo, per esempio, in francese : « La nuit est douce et claire, et il n’y a pas de vent ». Addio poesia, abbiamo tra le mani, su per giú, una notizia di bollettino meteorologico.

Potremmo ripetere l’esperimento su un verso, di non importa qual poeta, nostro o straniero, antico o moderno, che primo ci venga alla mente. La conclusione sarebbe sempre la stessa: un poeta, un lirico, non può essere tradotto in prosa.

Bisognerà allora tradurlo in versi, costi quel che costi, vuoi al poeta vuoi al traduttore. (Parentesi: spesso la poesia odierna si mostra insofferente d’ogni legge metrica, si attua nel cosí detto verso libero. Ma non c’è da ingannarsi: se poesia è, le sue condizioni, i suoi valori saran sempre quelli detti piú su; e il verso stesso, libero quanto si voglia, sarà pur sempre un verso).

Dunque tradurre in versi. Una traduzione in versi potrà riprodurre almeno l’andamento ritmico del testo originale, nella varia misura dei versi, e, ove occorra, nella disposizione strofica delle rime. Sarà già qualche cosa; ma il traduttore non avrà fatto nulla se non potrà in pari tempo assumere il tono intimo della lirica e rendere un’eco di quella musica profonda.

Qui, com’è evidente, non tanto si tratta di abilità tecnica (requisito indispensabile e quasi sottinteso di ogni buon traduttore), quanto di sensibilità poetica: di una sensibilità che si accordi con quella del poeta primo, o per naturale simpatia o anche, se ben vedo, per attrazione del diverso.

È chiaro, ad ogni modo, che il virtuosismo non dovrà apparire (tanto meno la fatica, lo stento); chiaro che l’esercizio del tradur poesia è, alla fine, un esercizio di poesia; che la buona traduzione ha da essere, come dicono i Tedeschi, una Nachdichtung: una ri-poesia, o trans-poesia.

L’esempio dei Tedeschi, favoriti dalla loro stessa lingua, ricchissima di parole composte o componibili, e incline per natura alle inversioni sintattiche, appare, meglio di ogni altro, probante: si può dire infatti che non c’è grande o notevole poeta tedesco il quale non sia stato anche un grande o notevole traduttore di poeti stranieri. Piú arduo, certamente, il compito del traduttore italiano, che ha da piegare ai suoi fini, e senza che lo sforzo si avverta, una lingua elaborata e definitivamente fissata nella sua morfologia e nelle sue articolazioni sintattiche da sette secoli d’ininterrotto travaglio letterario; sette secoli, dico, per non tener conto della tradizione latina, sempre presente e attiva, si veda o non si veda, nel nostro scrivere e particolarmente nel nostro poetare.

* Ogni traduzione, sia di poesia, sia di prosa (prosa, beninteso, di qualità letteraria, cioè artistica), impone a chi vi si sobbarca una quantità di accomodamenti e di compromessi che sembrano contrastare al dono e al gusto nativo dello scrivere. Ma in ciò appunto consiste l’arte del traduttore: nell’accettare, e perfino cercare, a ogni passo, quei tali accomodamenti e compromessi, senza per questo rinunciare alla propria natura e integrità di scrittore. Scrittore deve essere, e deve restare; e, se traduce poesia, poeta.

Senonché gli accomodamenti e i compromessi con la poesia riescono anche piú ardui e perigliosi di quelli che si impongono (volente o nolente il traduttore) nelle traduzioni prosastiche. Già le stesse parole “accomodamento” e “compromesso” sono in stridente contrasto con ciò che significa la parola “poesia”: linguaggio dell’assoluta libertà e verità. E tuttavia il traduttore-poeta deve piegarsi docilmente a tutti gli obblighi, a tutte le servitú, ed anche a tutte le astuzie, che la sua dannata impresa comporta; obbedendo in pari tempo (hic Rhodus) alla propria, se si può dire, ispirazione. Dev’essere candido come la colomba e astuto come il serpente. Deve lavorare secondo il cuor suo e, al tempo stesso, secondo il cuore dell’altro; lasciar correre la propria mano sulla carta, e lasciarsi anche guidare dalla mano dell’altro. Un gioco complicato e, come non occorre dimostrare, avventurosissimo.

Infatti, e in ultima analisi, le buone traduzioni poetiche sono condizionate a una certa chance del poeta-traduttore, a una certa sua felicità momentanea, per cui tutte le difficoltà improvvisamente gli si appianano, e gli si apre la via a un rifacimento, a una libera ricreazione di quello ch’è stato, da altro poeta, in altra lingua, poetato.

Di qui viene che le traduzioni tentate invito Apolline, anche da letterati di alta classe, falliscono in pieno, son già fallite in partenza. E viene pure che, talvolta, la traduzione superi in bellezza poetica il testo tradotto. Il quale, in tal caso, piuttosto che un testo è un pretesto. Si pensi alla bellissima Imitazione del Leopardi:

Lungi dal proprio ramo,

Povera foglia frale,

Ove vai tu?

e la si confronti con la modestissima poesia dell’Arnault da cui deriva:

De ta tige détachée

Pauvre feuille desséchée,

Oú vas-tu?

Diego Valeri, da “Lirici tedeschi”, ”Lo Specchio” Mondadori, 1959