«Dolcissimo è rimanere» – Patrizia Cavalli

Pierre Houcmant, Anne-Véronique

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dolcissimo è rimanere
e guardare nella immobilità
sovrana la bellezza di una parete
dove il filo della luce e la lampada
esistono da sempre
a garantire la loro permanenza.

Montagna di luce ventaglio,
paesaggi paesaggi! come potrò
sciogliere i miei piedi, come
discendere – regina delle rupi
e degli abissi – al passo involontario,
alla mano che apre una porta, alla voce
che chiede dove andrò a mangiare?

Patrizia Cavalli

da “Le mie poesie non cambieranno il mondo”, in “Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)”, Einaudi, Torino, 1992

«Come riluce il femmineo argento» – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

 

Come riluce il femmineo argento
che ha lottato con l’ossido e le scorie,
e un lavorío silenzioso inargenta
ferro di aratro e voce di cantore.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Inizio del 1937

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; quartina a rime alterne aBaB.
v. 2: «scorie»; lett.: ‘impurità’, ‘inclusioni’. Ma ho voluto immaginare che si trattasse delle sostanze estranee rimaste dopo la fusione del metallo.
v. 4: anche qui, come “di regola” in Mandel´štam, l’«aratro» è metafora della poesia; il poeta è chiamato e votato a un’umile, dura, «silenziosa» fatica; cfr. anche la bella immagine del “poeta-aratore” nella lirica «Esli b menja naši vragi vzjali» [«Se dai nostri nemici io fossi preso»], del febbraio 1937: «…Ja zaprjagu desjat´ volov v golos | I povedu ruku vo t’me plugom…» («…aggiogherò alla voce dieci buoi, e la mano | guiderò a mo’ di aratro nelle tenebre…»). (Remo Faccani)

***

«Как женственное серебро горит»

Как женственное серебро горит,
Что с окисью и примесью боролось,
И тихая работа серебрит
Железный плуг и песнотворца голос.

Осип Эмильевич Мандельштам

Начало 1937

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

Una visita in fabbrica – Vittorio Sereni

Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1921

I

Lietamente nell’aria di settembre più sibilo che grido
lontanissima una sirena di fabbrica.
Non dunque tutte spente erano le sirene?
Volevano i padroni un tempo tutto muto
sui quartieri di pena:
ne hanno ora vanto dalla pubblica quiete.
Col silenzio che in breve va chiudendo questa calma mattina
prorompe in te tumultuando
quel fuoco di un dovere sul gioco interrotto,
la sirena che udivi da ragazzo
tra due ore di scuola. Riecheggia nell’ora di oggi
quel rigoglio ruggente dei pionieri:
sul secolo giovane,
ingordo di futuro dentro il suono in ascesa
la guglia del loro ardimento…
ma è voce degli altri, operaia, nella fase calante
stravolta in un rancore che minaccia abbuiandosi,
di sordo malumore che s’inquieta ogni giorno
e ogni giorno è quietato – fino a quando?
O voce ora abolita, già divisa, o anima bilingue
tra vibrante avvenire e tempo dissipato
o spenta musica già torreggiante e triste.
Ma questa di ora, petulante e beffarda
è una sirena artigiana, d’officina con speranze:
stenta paghe e lavoro nei dintorni.
Nell’aria amara e vuota una larva del suono
delle sirene spente, non una voce piú
ma in corti fremiti in onde sempre piú lente
un aroma di mescole un sentore di sangue e fatica.

II

La potenza di che inviti si cerchia
che lusinghe: di piste di campi di gioco
di molli prati di stillanti aiuole
e persino fiorirvi, cuore estivo, può superba la rosa.
Sfiora torrette, ora, passerelle
la visita da poco cominciata: s’imbuca in un fragore
come di sottoterra, che pure ha regola e centro
e qualcuno t’illustra. Che cos’è
un ciclo di lavorazione? Un cottimo
cos’è? Quel fragore. E le macchine, le trafile e calandre,
questi nomi per me presto di solo suono nel buio della mente,
rumore che si somma a rumore e presto spavento per me
straniero al grande moto e da questo agganciato.
Eccoli al loro posto quelli che sciamavano là fuori
qualche momento fa: che sai di loro
che ne sappiamo tu e io, ignari dell’arte loro…
Chiusi in un ordine, compassati e svelti,
relegati a un filo di benessere
senza perdere un colpo – e su tutto implacabile
e ipnotico il ballo dei pezzi dall’una all’altra sala.

III

Dove piú dice i suoi anni la fabbrica,
di vite trascorse qui la brezza
è loquace per te?
                               Quello che precipitò
nel pozzo d’infortunio e di oblio:
quella che tra scali e depositi in sé accolse
e in sé crebbe il germe d’amore
e tra scali e depositi lo sperse:
l’altro che prematuro dileguò
nel fuoco dell’oppressore.
Lavorarono qui, qui penarono.
(E oggi il tuo pianto sulla fossa comune.)

IV

«Non ce l’ho – dice – coi padroni. Loro almeno
sanno quello che vogliono. Non è questo,
non è più questo il punto.»
                                               E raffrontando e
rammemorando:
«… la sacca era chiusa per sempre
e nessun moto di staffette, solo un coro
di rondini a distesa sulla scelta tra cattura
e morte…»
                   Ma qui, non è peggio? Accerchiati da gran [tempo
e ancora per anni e poi anni ben sapendo che non
più duramente (non occorre) si stringerà la morsa.
C’è vita, sembra, e animazione dentro
quest’altra sacca, uomini in grembiuli neri
che si passano plichi
uniformati al passo delle teleferiche
di trasporto giù in fabbrica.
                                                   Salta su
il piú buono e il piú inerme, cita:
E di me si spendea la miglior parte
tra spasso e proteste degli altri – ma va là – scatenati.

V

La parte migliore? Non esiste. O è un senso
di sé sempre in regresso sul lavoro
o spento in esso, lieto dell’altrui pane
che solo a mente sveglia sa d’amaro.
Ecco. E si fa strada sul filo
cui si affida il tuo cuore, ti rigetta
alla città selvosa:
                                 – Chiamo da fuori porta.
Dimmi subito che mi pensi e ami.
Ti richiamo sul tardi –.
Ma beffarda e febbrile tuttavia
ad altro esorta la sirena artigiana.
Insiste che conta piú della speranza l’ira
e piú dell’ira la chiarezza,
fila per noi proverbi di pazienza
dell’occhiuta pazienza di addentrarsi
a fondo, sempre piú a fondo
sin quando il nodo spezzerà di squallore e rigurgito
un grido troppo tempo in noi represso
dal fondo di questi asettici inferni.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965