Dopo il raduno dei poeti contro la guerra – Volker Braun

Dirk Wüstenhagen

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa resta, mi chiedo, delle vostre parole
tanto nessuno le mantiene, e la memoria
è mortale e la carta si spezza
uno esorta l’altro, entrambi sono sepolti,
dal foglio giallo prima che sia scaduto
scaturisce scritto il foglio pulito, innumeri ristampe
ribadiscono ogni frase come nuova, alte tirature
salvano la frase di Socrate che lo ha reso famoso.

Ma questo non ve lo domandate, non è molto
quello che regge l’aria paziente, ma voi parlate
e chiamate, chi mai, e nel posto qualificato
dove ogni tombino sa di granducale-weimariano: qui
altri parlarono, dico, e neanche quelli
avevano inventato l’esametro:
che sia maggio, ma voi non lo chiedete, o perché da lontano
siete venuti dai nostri tempi oscuri
e dalle cinquanta contrade di guerra, qui
voi ora parlate, chi conta le parole, i piccoli
pesi che equilibrano l’anima: che cosa
resta, mi chiedo, delle vostre parole

o della fioritura di questo albero, che viene dal parco
dal maggio, ogni prato
si dispiega non perché qui passava Goethe
ogni cespuglio si gonfia per tutta l’estate, il vento
è come un organo in mille organi di procreazione, vortica
polline da tutti gli stami – a che
il dispendio di polloni, perché non, tiglio, piú mite?
Un cosí grande spreco: che cosa non sparirebbe
senza di loro? Senza profusione: dove
fluirebbe ancora la corrente? Solo ciò che si inalza
riesce a farsi valere. Dopo il maggio smoderato
moderata si tiene la natura e
l’umanità anche. Cosí vi inalberate
e mostrate foglie. Innumeri, con le vostre parole
fino all’orlo: qualcosa rimane, ma cosí
noi seguitiamo a vivere. Con grande dispendio
questo minimo almeno. Questo è troppo, ma meno
sarebbe troppo poco. Poiché ancora siamo noi, parlante
invero natura. E quanta forza è sprecata
nella nostra boscaglia. Le leggi
che tutto pianificano e le gocce sono
al secchio note a stento e
quasi ignote. Cosí l’arte manca alla vita.

Volker Braun

(Traduzione di Roberto Fertonani)

da “Giovani poeti tedeschi”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Nach dem Treffen der Dichter gegen den Krieg

Was bleibt, frage ich mich, von euern Worten
Keiner sonst hält sie, und das Gedächtnis
Ist sterblich und das Papier bricht
Einer redet dem andern zu, beide werden begraben
Vom gelben Blatt eh es verfallen ist
Schreibt sich das blanke her, zahllose Neudrucke
Behaupten jeden Satz neu, hohe Auflagen
Retten den Satz des Sokrates, durch den er berühmt ist.

Aber das fragt ihr euch nicht, ist das nicht viel
Was die geduldige Luft trägt, aber ihr redet
Und ruft, wen alles, und an berufener Stätte
Wo jeder Rinnstein großherzoglich-weimarsch riecht: hier
Sprachen schon andere, sag ich, und die
Hatten den Hexameter auch nicht erfunden:
Ist es der Mai, aber ihr fragt nicht, oder weil ihr von weither
Gekommen seid aus unsern finsteren Zeiten
Und aus den fünfzig Landschaften des Krieges, hier
Sprecht jetzt ihr, wer zählt die Worte, die kleinen
Gewichte, die die Seele auslasten: was
Bleibt, frage ich mich, von euern Worten

Oder von dieses Baums Blüten, aus dem Park
Aus dem Mai, jede Wiese
Geht aus sich, nicht weil hier Goethe ging
Jeder Busch bauscht sich über dem Sommer auf, der Wind
Orgelt in tausend Zeugungsorganen, das wirbelt
Staub auf aus allen Gefäßen – wozu
Der Aufwand an Absenkern, warum nicht, Linde, gelinder?
So große Verschwendung: was schwände
Nicht ohne sie? Ohne Überfluß: wo
Flösse der Fluß noch? Nur was so aufsteht
Setzt sich durch. Nach dem maßlosen Mai, mäßig
Erhält die Natur sich und

Die Menschheit auch. So bäumt ihr euch auf
Und zeigt Blätter. Zahllose, mit euern Worten
Randvoll: was bleibt, aber so
Bleiben wir leben. Mit großem Aufwand
Dies Mindeste. Da ist so viel zuviel, doch weniger
Wäre zuwenig. Denn noch sind wir, redend zwar
Natur. Und wieviel Kraft ist vertan
In unserm Dickicht. Die Gesetze
Die allen den Plan geben und die Tropfen dem Eimer
Sind kaum erkannt und
Fast unbekannt. So fehlt dem Leben die Kunst.

Volker Braun

da “Vorläufiges, Gedichte”, Suhrkamp – Verlag, 1966 

L’ultimo borgo – Giorgio Caproni

Chaim Soutine, Two Children on a Road, c. 1942, Nichido Museum of Art Foundation, Tokyo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    S’erano fermati a un tavolo
d’osteria.
                La strada
era stata lunga.
                           I sassi.
Le crepe dell’asfalto.
                                       I ponti
più d’una volta rotti
o barcollanti.

                            Avevano
le ossa a pezzi.
                           E zitti
dalla partenza, cenavano
a fronte bassa, ciascuno
avvolto nella nube vuota
dei suoi pensieri.

                               Che dire.

     Avevano frugato fratte
e sterpeti.
                  Avevano
fermato gente – chiesto
agli abitanti.

                      Ovunque
solo tracce elusive
e vaghi indizi – ragguagli
reticenti o comunque
inattendibili.

                       Ora
sapevano che quello era
l’ultimo borgo.
                          Un tratto
ancora, poi la frontiera
e l’altra terra: i luoghi
non giurisdizionali.

                                    L’ora
era tra l’ultima rondine
e la prima nottola.
                                 Un’ora
già umida d’erba e quasi
(se ne udiva la frana
giù nel vallone) d’acqua
diroccata e lontana.

Giorgio Caproni

da “Il franco cacciatore”, Garzanti, 1982

Durata – Ghiannis Ritsos

Vincent van Gogh, Paesaggio con covoni e luna che sorge, 1889, Kröller-Müller Museum, Otterlo

 

La notte ci guarda tra il fogliame delle stelle.
Bella notte silenziosa. Verrà una notte
in cui non ci saremo. E anche allora
il granturco canterà le sue antiche canzoni,
le mietitrici s’innamoreranno accanto ai covoni,
e tra i nostri versi dimenticati
come tra le spighe gialle
un viso giovane, illuminato dalla luna,
guarderà, come noi stanotte,
quella piccola nube d’argento

che si piega e appoggia la fronte sulla spalla dell’altura.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

1959
da Seminario estivo, 1953-1964, in Poesie IV, 1975

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

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Διάρκεια

‘Η νύχτα μάς κοιτάζει μεσ’ απ’ τά φυλλώματα των άστρων.
Όμορφη νύχτα, σιωπηλή. Θα ‘ρθει μιά νύχτα
κι εμείς θα λείπουμε. Και τότε πάλι
θα τραγουδάνε οι αραποσιτιές τ’ αρχαία τραγούδια τους,
οι θερίστριες θα ερωτεύονται πλάι στα δεμάτια,
κι ανάμεσα απ’ τους ξεχασμένους στίχους μας
όπως ανάμεσα απ’ τα κίτρινα στάχυα
ένα πρόσωπο νεανικό, φωτισμένο απ’ το φεγγάρι,
θα κοιτάζει, όπως εμείς απόψε,
εκείνο το μικρό ασημένιο σύννεφο
που γέρνει κι ακουμπάει το μέτωπο του στον ώμο του λόφου.

Γιάννης Ρίτσος

1959

da “θερινό φροντιστήριο” (1953-1964) 

Conversazione con Friedrich Nietzsche – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di Damian Klamka

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Illustrissimo Signor Nietzsche,
mi pare di vederla, sì,
sulla terrazza del sanatorio, all’alba,
quando cala la nebbia e il canto gonfia
la gola degli uccelli.

Non troppo alto, la testa a forma d’obice,
lei scrive un nuovo libro
e una strana energia le scorre intorno:
mi pare di vedere i suoi pensieri che danzano
come eserciti possenti.

Lei sa che Anna Frank dai neri capelli è morta
e così i suoi compagni e le compagne,
i coetanei, le amiche dei compagni
e i suoi cugini.

Vorrei chiederle cosa sono le parole e cos’è
la chiarezza, perché mai le parole ardono
anche dopo cent’anni, nonostante il greve
fardello della terra.

È ovvio che non c’è nesso tra l’incanto
e il cupo dolore, la ferocia.
Esistono almeno due regni,
se non altri ancora.

Ma se Dio non esiste e nessuna forza
salda tra loro gli elementi,
che cosa sono le parole, da dove viene
quella luce interiore?

E da dove la gioia? Dove va il nulla?
Dove abita il perdono?
Perché i piccoli sogni svaniscono
al mattino, e quelli grandi crescono?

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “La Tela, 1990”, in “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

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Rozmowa z Fryderykiem Nietzschem

Wielce Szanowny Panie Fryderyku:
zdaje się, że widzę pana, tak,
na tarasie sanatorium, o świcie,
kiedy opada mgła i śpiew rozsadza
gardła ptaków.

Niewysoki, o głowie sklepionej jak pocisk,
pisze pan nową książkę
i dziwna energia płynie wokół pana:
zdaje się, że widzę pańskie myśli tańczące
jak wielkie wojska.

Pan wie, że umarła ciemnowłosa Anna Frank
i jej koledzy i koleżanki,
rówieśnicy, i koleżanki jej kolegów
i jej kuzyni.

Chcę pana spytać, czym są słowa i czym jest
jasność, dlaczego słowa płoną
nawet po stu latach, chociaż ziemia
jest taka ciężka.

To oczywiste, że nie ma związku między olśnieniem
i ciemnym bólem, okrucieństwem.
Istnieją przynajmniej dwa królestwa,
jeśli nie więcej.

Jeżeli jednak nie ma Boga i żadna siła
nie spaja różnych elementów,
to czym są słowa i skąd się bierze ich
wewnętrzne światło?

I skąd przychodzi radość? Dokąd idzie nicość?
Gdzie mieszka przebaczenie?
Dlaczego małe sny znikają nad ranem
a wielkie rosną?

Adam Zagajewski

da “Płótno, 1990”, in “Adam Zagajewski, Wiersze wybrane”, Wydawnictwo a5, 2010

«Quando ti scopri a te stesso imprevedibile» – Giorgio Manganelli

Foto di Philippe Halsman

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando ti scopri a te stesso imprevedibile
o innamorato, esperimenti
gesti solenni, inevitabili
che propongono nuovi lineamenti;
o squassa una danza arcaica
le membra inveterate,
o scelta d’una femmina;
in vite altre da te, a te sottratte
individui il ritmo
che la tua vita squadra
in tempi ragionevoli;
non ti appartieni più, sei
totalmente morto: e sei salvo.

Giorgio Manganelli

da “Poesie”, Crocetti, Milano, 2006