Farfalla – Josif Alexandrovic Brodskij

Giovanni Gastel, metamorfosi Magaryta, 2013

I

Dirò: sei morta?
con una vita di ventiquattr’ore!
Troppa amarezza
in questo scherzo del creatore.
Riesco con sforzo
a pronunciare «vita»
nell’unità di data
di nascita e di consunzione
fra le mie dita:
mi confonde obbligare
una di queste grandezze
nello spazio di un giorno.

II

Perché i giorni per noi
sono nulla. Un vuoto
zero, nulla. Non puoi
appuntarteli al muro e agli occhi
renderli commestibili:
sul bianco sfondo
non possedendo corpo
sono invisibili.
Come te sono i giorni,
e quale peso poi
rimpicciolito dieci volte
può avere un giorno?

III

Dirò: tu non esisti?
Ma cosa mai allora
di simile in te sente
la mia mano? e quei colori
d’inesistenza non son frutto.
E chi ha suggerito
quelle tue tinte?
Io non avrei la forza,
io, grumo borbottante
di parole al colore estranee,
di immaginare questa
tua tavolozza.

IV

Sulle tue ali piccole
pupille e ciglia
– o belle donne e uccelli –
o ritratto volante,
dimmi, di quali volti
questi sono frammenti?
E la tua nature morte
di quali particelle,
di quali briciole è fatta:
di cose, frutti?
o magari di pesci
un disteso trofeo?

V

Forse tu sei paesaggio;
attraverso una lente
scopro un gruppo di ninfe
e una danza e una spiaggia.
E fa chiaro laggiù, come qui?
oppure è cupo come
di notte? e quale astro
percorre, di’,
quella volta celeste?
Quali figure
in quel paesaggio? e, dimmi, è copia
di quale vero?

VI

Penso che tu
sia questo e quello:
di volto, oggetto, stella
tu rechi i tratti.
Quell’orafo chi fu
che cesellò di fino
senza aggrottare i sopraccigli
sulle ali quel mondo
che ci stringe, che impazzire ci fa,
quel mondo dove tu
sei l’idea della cosa
e noi la cosa stessa?

VII

Dimmi, perché quel vago
ricamo ti fu dato in dono
soltanto per un giorno
nel paese dei laghi,
le cui specchianti superfici
conservano lo spazio? A te invece
questa breve esistenza
riduce la speranza
di finir dentro una retina
di tremolare in mano, di sedurre
al momento della cattura
l’occhio del cacciatore.

VIII

Non mi risponderai,
e non per timidezza
o per ostilità
nei miei confronti
e non perché sei morta.
Viva, morta… ma
a tutte le creature del Signore
in segno di affinità
per conversare, per cantare
la voce è data in dono:
per prolungare l’attimo,
ed il minuto, il giorno.

IX

E invece tu,
tu non hai questo pegno.
A rigore però
così è meglio:
meglio che con i cieli
essere in debito.
Non affliggerti, se
la tua vita, il tuo peso
son privi di parola:
è un fardello anche il suono.
Sei più incarnale
del tempo tu, più muta.

X

Tu non arrivi a vivere
fino a provare la paura.
Più lieve della polvere
vortichi su un’aiuola,
fuori dalla prigione
dove il passato e l’avvenire
ci chiudono e ci soffocano,
e per questa ragione
quando, in cerca di cibo, intorno
vai volando sul prato
anche l’aria d’un tratto
prende una forma.

XI

Così la penna va
sopra la carta liscia
di un quaderno, e non sa
come finisce
ogni sua riga,
dove si mescolano
saggezza ed idiozia
ma si fida dei moti della mano,
nelle cui dita batte la parola
del tutto muta,
senza togliere polline dai fiori,
ma facendo più lieve il cuore.

XII

Tanta bellezza
per così breve tempo,
spinge a una congettura
che fa storcer la bocca:
dire con più chiarezza
che il mondo per davvero
creato è senza scopo, o invece,
se scopo esiste mai,
non siamo noi.
Entomologo-amico, per la luce
non ci sono puntine
né per il buio.

XIII

Ti dirò « Addio »?
e addio al giorno che si compie?
a certi uomini la tigna dell’oblio
il senno corrompe;
ma bada, è tutta
colpa del fatto
che hanno dietro le spalle
non giorni a letto in due
non sonni fondi
o sogni folli,
non il passato, ma nubi
di tue sorelle!

XIV

Sei migliore del Nulla.
O meglio: sei più prossima,
sei più visibile.
Di dentro, ad esso
del tutto simile.
Nel volo tuo
il Nulla acquista carne;
nel quotidiano strepito
ecco perché
uno sguardo tu meriti:
sei la barriera lieve
fra il Nulla e me.

Josif Alexandrovic Brodskij

1972

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Poesie 1972-1985”, Adelphi Edizioni, 1986

***

Бабочка

I

Сказать, что ты мертва?
Но ты жила лишь сутки.
Как много грусти в шутке
Творца! едва
могу произнести
”жила” — единство даты
рожденья и когда ты
в моей горсти
рассыпалась, меня
смущает вычесть
одно из двух количеств
в пределах дня.

II

Затем что дни для нас —
ничто. Всего лишь
ничто. Их не приколешь,
и пищей глаз
не сделаешь: они
на фоне белом,
не обладая телом,
незримы. Дни,
они как ты; верней,
что может весить
уменьшенный раз в десять
один из дней?

III

Сказать, что вовсе нет
тебя? Но что же
в руке моей так схоже
с тобой? и цвет —
не плод небытия.
По чьей подсказке
и так кладутся краски?
Навряд ли я,
бормочущий комок
слов, чуждых цвету,
вообразить бы эту
палитру смог.

IV

На крылышках твоих
зрачки, ресницы —
красавицы ли, птицы —
обрывки чьих,
скажи мне, это лиц,
портрет летучий?
Каких, скажи, твой случай
частиц, крупиц
являет натюрморт:
вещей, плодов ли?
и даже рыбной ловли
трофей простерт.

V

Возможно, ты — пейзаж,
и, взявши лупу,
я обнаружу группу
нимф, пляску, пляж.
Светло ли там, как днем?
иль там уныло,
как ночью? и светило
какое в нем
взошло на небосклон?
чьи в нем фигуры?
Скажи, с какой натуры
был сделан он?

VI

Я думаю, что ты —
и то, и это:
звезды, лица, предмета
в тебе черты.
Кто был тот ювелир,
что, бровь не хмуря,
нанес в миниатюре
на них тот мир,
что сводит нас с ума,
берет нас в клещи,
где ты, как мысль о вещи,
мы — вещь сама?

VII

Скажи, зачем узор
такой был даден
тебе всего лишь на день
в краю озер,
чья амальгама впрок
хранит пространство?
А ты — лишает шанса
столь краткий срок
попасть в сачок,
затрепетать в ладони,
в момент ногони
пленить зрачок.

VIII

Ты не ответишь мне
не по причине
застенчивости и не
со зла, и не
затем что ты мертва.
Жива, мертва ли —
но каждой Божьей твари
как знак родства
дарован голос для
общенья, пенья:
продления мгновенья,
минуты, дня.

IX

А ты — ты лишена
сего залога.
Но, рассуждая строго,
так лучше: на
кой ляд быть у небес
в долгу, в реестре.
Не сокрушайся ж, если
твой век, твой вес
достойны немоты:
звук — тоже бремя.
Бесплотнее, чем время,
беззвучней ты.

X

Не ощущая, не
дожив до страха,
ты вьешься легче праха
над клумбой, вне
похожих на тюрьму
с ее удушьем
минувшего с грядущим,
и потому,
когда летишь на луг
желая корму,
приобретает форму
сам воздух вдруг.

XI

Так делает перо,
скользя по глади
расчерченной тетради,
не зная про
судьбу своей строки,
где мудрость, ересь
смешались, но доверясь
толчкам руки,
в чьих пальцах бьется речь
вполне немая,
не пыль с цветка снимая,
но тяжесть с плеч.

XII

Такая красота
и срок столь краткий,
соединясь, догадкой
кривят уста:
не высказать ясней,
что в самом деле
мир создан был без цели,
а если с ней,
то цель — не мы.
Друг-энтомолог,
для света нет иголок
и нет для тьмы.

XIII

Сказать тебе “Прощай”?
как форме суток?
Есть люди, чей рассудок
стрижет лишай
забвенья; но взгляни:
тому виною
лишь то, что за спиною
у них не дни
с постелью на двоих,
не сны дремучи,
не прошлое — но тучи
сестер твоих!

XIV

Ты лучше, чем Ничто.
Верней; ты ближе
и зримее. Внутри же
на все на сто
ты родственна ему.
В твоем полете
оно достигло плоти;
и потому
ты в сутолке дневной
достойна взгляда
как легкая преграда
меж ним и мной.

Иосиф Александрович Бродский

1972

da “Čast’ reči: stichotv, 1972-1976”, Ann Arbor, Mi.: Ardis, 1977

Tra la legge e la leggenda – Piero Bigongiari

Anka Zhuravleva, Driada

 

Amo perdere qualcosa, più che per ritrovarlo,
per lasciare una traccia a chi m’insegue,
forse perché amo farmi là raggiungere
dove non sono, mentre guardo il mare
che insinua tra le sue macerie il grido
del gabbiano e un nido tra la ruggine
perduto che galleggia tra le schegge,
al contrario del gran depistatore,
perché so che è difficile seguire
chi, indeciso sulla propria meta,
ma forse proprio in essa pesticciando,
si distrae dietro un viso, si nasconde
dietro il dito che indica le onde
che asciugano e bagnano la riva
del paese natale, la deriva
della luce che liquida ne assale
le sponde e nella mente la ravviva.

Amo confondere il cricchio del tarlo
a un andante di Mozart…, mescolare
il passo del viandante per la via
con quello di chi risale le scale
a semicerchio della nostalgia.

Amo dimenticare il profumo della cedrina
su quello della tua pelle. Del tutto
ricordare la parte più obliata,
del frutto il seme ch’entro sé difende
la sua amarezza in duro tegumento.
Ma se mento, non mento che a me stesso
per dirti la verità che nello stesso
errore è celata, difesa, abbandonata
a crescere in se stessa, nelle proprie
contraddizioni elementari – è lì
che ogni due si unifica, nei suoi
seminali abbandoni.

                                       Amo guardarti
mentre riveli in te una dolcezza
che è quella della fata che nascosta
tra gli alberi occhieggia che nessuno
la segua andando verso il suo tugurio
arredato come una reggia se tu
ne precorri l’augurio coi tuoi occhi,
scheggia impazzita tra gli altri balocchi
del destino che l’uomo chiama vita.

Cammino dietro a poche cose, quelle
meno necessarie, le più volatili,
le meno rare. Forse in mano ad esse
è il codice per leggere il messaggio
che la legge ha lasciato sul tuo tavolo,
semiaperto, semicancellato,
fra terribilità e dolcezza.
Ma se tengo le mani ad un tempo
sui due telai, è che amo riprendere
dal secondo la tela che Penelope
sta sfacendo: è solo con quel filo
– altro non ne ho: l’aspo ne fu rapito –
che sull’altro ritesso la leggenda.
Tu che la leggi strappane la benda
dei segni che l’accertano o la mettono
in forse, perché, vedi, sotto sanguina.

Piero Bigongiari

18 – 20 marzo ’90

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992

A volte penso che sia troppo – Piero Bigongiari

 

A volte penso che sia troppo, scrivere,
quasi scriversi addosso, quasi vivere.
È un quasar questo foglio che s’impenna
tra morte e vita. Tu, mio Dio, perdonami.

Troppi gli avvenimenti che non furono,
e i pensieri, i pensati e gli impensati,
tradiscono qualcosa, il non pensiero.
Merito forse io di dire agli altri

che il dolore confina con la gioia,
se la noia del passero travalica
l’incredula felicità? Io passo,
forse son io che lascio i fuochi spenti

nei bivacchi che incontro, io che ai torrenti
d’altri fuochi stellari mi guardai
cercandovi l’opaco per vedermi.
Tu lasciami Signore, la mia mano

non è degna di te: devo seguire
quanto non ti somiglia, rialzare
le erbe che calpesto, amare quanto
non è degno d’amore. E lo sapevo…

Gli spazi dell’orrore e del sorriso
si possono, chi è desto, sovrammettere.
Quanto di sé non vede, un viso dice,
ma quanto dice, fu visto per sempre.

Piero Bigongiari

21 aprile ’81

da “Nel delta del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1989

Parte del discorso – Iosif Aleksandrovic Brodskij

 

Da nessun luogo con affetto, addì
martembre, caro egregio diletta, ma non importa chi,
perché i tratti del volto, a dire il vero,
non li ricordo più, il non vostro
certo, ma neanche di nessuno
fedele amico vi saluta da uno
dei cinque continenti, fondato sui cow-boys; io
ti ho amato più degli angeli e di Lui
e perciò ora sono lontano da te più che da loro;
ad ora tarda, in fondo a una valle che dorme,
in un paese con la neve a mezza porta,
torcendomi di notte sul lenzuolo,
(così come in ogni caso qui sotto non è detto)
sprimaccio il mio cuscino, « tu » mugghiando,
oltre mari finiti, con tutto il corpo i tuoi tratti
nel buio, come uno specchio folle, ripetendo.

Il Nord trita il metallo, ma risparmia il vetro.
Ed insegna alla gola a dire « fammi entrare ».
Il freddo mi ha educato e mi ha messo una penna
fra le dita, per riscaldarle strette a pugno.

Gelando, vedo il sole che tramonta
dietro al mare, e non c’è nessuno intorno.
Non so se il tacco scivola sul ghiaccio
o se è la terra stessa che si inarca

sotto il tacco. Dentro la gola che contiene
risa o discorso o tè caldo, io
sento sempre più chiara risuonare la neve
e il solo punto nero, un Amundsen, è « addio ».

Serie d’osservazioni. Angolo caldo.
Lo sguardo lascia una scia sulle cose.
L’acqua si ripropone come vetro.
L’uomo è mostruoso più del proprio scheletro.

Sera con vino rosso in nessun posto.
Una veranda assalita dai salici.
Appoggiandosi al gomito riposa il corpo
come morena fuori del ghiacciaio.

Fra un millennio un fossile bivalve estrarranno
da questa tenda, e rivelerà fra le nappe
l’impronta di due labbra che non hanno
nessuno a cui augurare « Buona notte ».

Il tacco lascia tracce, quindi è inverno.
In campagna fra cose di legno intirizzendo,
le case dai passanti riconoscono se stesse.
Che dire a sera del futuro, se
il ricordo, al risveglio, delle tue calde (omissis)
il corpo, nel silenzio della notte,
sulla parete dell’anima proietta,
come di sera l’ombra dalla sedia
sulla parete proietta la candela, e se,
sotto il cielo sul bosco steso come tovaglia,
sulla torre del silos, dove spazza l’ala
del corvo, con la neve non sai imbiancare l’aria.

Sono nato e cresciuto nelle paludi baltiche, dove
onde grigie di zinco vengono a due a due;
di qui tutte le rime, di qui la voce pallida
che fra queste si arriccia, come il capello umido;
se mai s’arriccia. Anche puntando il gomito, la conchiglia
dell’orecchio non distingue in esse nessun ruglio,
ma battiti di tele, di persiane, di mani,
bollitori su fornelli, al massimo strida di gabbiani.
In questi piatti paesi quello che difende
dal falso il cuore è che in nessun luogo ci si può celare e si vede
più lontano. Soltanto per il suono lo spazio è ostacolo:
l’occhio non si lamenta per l’assenza di eco.

Quanto alle stelle, ci sono sempre. Quando
ne spunta una, un’altra ne verrà.
Solo così di là si guarda qua:
dopo le otto di sera, ammiccando.
Il cielo è meglio sgombro. Anche se
la conquista del cosmo è più opportuna
con le stelle. Ma proprio senza andarsene
da dove si è, in veranda, in poltrona.
Come disse un pilota di quegli aggeggi, al buio
nascondendo metà della faccia, non esiste la
vita, con ogni evidenza, in nessun luogo, e non puoi
fissar lo sguardo su nessuna stella.

Nella città, da cui la morte si diffuse sulla carta
scolastica, il selciato brilla come scaglie sulla carpa.
Su un castano centenario smoccolano ceri,
s’annoia il leone di ghisa pensando ai discorsi di ieri.
Alle finestre traspaiono, attraverso stinto tulle,
troppo lavato, piaghe rosse di garofani e guglie;
sferraglia un tram lontano, come al tempo andato,
però nessuno scende più allo stadio.
La vera fine della guerra è il vestito
d’una bionda sulla spalliera di una sedia viennese
e il proiettile alato che vola argenteo e ruglia
e trasporta la vita al Sud in luglio.

Monaco di Baviera

Alla luce d’una candela, in riva
all’oceano. Intorno campi d’acetosa e trifoglio.
A sera il corpo ha le braccia di Śiva
tese verso un’amante inestimabile.
La civetta, calando sull’erba, acchiappa un sorcio,
senza ragione scricchiolano le capriate.
Il sonno in una città di legno è più forte,
perché si sogna solo ciò che è stato.
Odor di pesce fresco; alla parete si appunta
un profilo di sedia, alla finestra debole
s’agita un velo; col suo raggio la luna rimonta
la marea, come una coperta che via scivola.

È tempo per lo sparviero di contare i pulcini,
di covoni nella nebbia, di monete che bruciano le dita,
tinnando in tasca; dei fiumi del Nord che, alla foce
gelandosi, ricordano le fonti, un Sud remoto
e per un attimo si scaldano; di poca luce,
d’impermeabili, di scarpe gonfie, di tremori
nello stomaco, per la gialla pappa di navone.
Tempo di vento forte, che agita i gonfaloni
dell’armata fronzuta. Stagione senza fretta,
i giorni hanno la stessa faccia, come i fratelli Ivanov. Avide
lascive dita di fiamma tiran via la corteccia
viva: non s’accontentano dell’abitino umido.

I giorni disfano l’abitino che Tu hai tessuto.
A vista d’occhio si dipana, a un filo verde
succede un filo azzurro, e poi diventa bruno,
e grigio, e inesistente. Si intravvede
qualcosa ormai, un orlo di batista.
Nessun paesaggista la fine del viale
potrà dipingere. Si ritira presto
l’abito della promessa sposa, lavandolo,
e il corpo non diventa mai più bianco.
Si è seccato il formaggio o il fiato manca.
Ossia: l’uccello, se di profilo è un corvo, di cuore
è canarino. Ma la volpe, quando addenta
la gola, non distingue il sangue dal tenore.

Il sole giallo sorgente segue con occhi
obliqui gli alberi nudi della flotta-macchia,
in rotta a tutto vapore per la Tsushima
dal gran gelo. Febbraio è il più breve dei mesi, ma
per questo è il più crudele. Cara, è meglio smettere
il nostro giro del mondo e le braccia conserte
ardere fino in fondo col dreadnought-ceppo dentro
il camino. Dimentica Tsushima!
Soltanto il fuoco capisce l’inverno.
Cavalli d’oro senza redini tramutano
il proprio manto, nella cappa, in manto
corvino. Al buio stride un grillo enorme, nudo,
che non si può coprire con la mano.

Hai scordato il villaggio, sperso nelle paludi
della provincia tutta boschi, senza spauracchi negli orti,
sui cui tesori nessuno s’illude,
e la strada è selciata di fascine e di botri.
Nonna Nastja sarà morta, e neanche Pésterev
sarà fra i vivi, e, se vive, è ubriaco giù in cantina
o intaglia qualche cosa dalla spalliera del nostro letto: dev’essere
un cancelletto, chissà, o una portina.
D’inverno là si taglia legna, e di rapa si vive,
e per il fumo ammicca una stella nel cielo gelato.
Non la sposa promessa in cotonina è alla finestra, ma polvere
in festa, e un posto vuoto, dove abbiamo amato.

Mattino azzurro notte in cornice di brina.
Mi rammenta una via con i fanali accesi, sentierini
di ghiaccio, neve a mucchi, crocicchi, e un guardaroba
all’estremo orientale dell’Europa.
Un sacchettino magro sopra una sedia dice : « Annibale »;
le parallele in palestra sanno d’ascelle;
la lavagna che accapponare fa la pelle
è ancora nera. Anche dietro. Il tinnio del campanello
cristallo è diventato per il gelo
argenteo. Quanto alle altre parallele,
tutto mandato a mente, tutto verificato.
Non ho voglia di alzarmi. Non l’ho mai voluto.

Sarà sempre possibile uscir di casa, nella strada:
la sua lunghezza bruna calmerà il tuo sguardo
coi suoi portoni, con la magrezza dei suoi alberi,
con quattro passi, con bagliori di pozzanghere.
Sopra la testa vuota agita un cespo di cavolo
la brezza e là lontano la via si stringe a « v », al
mento così si chiude il viso, e fuori rotola
latrando un cane da un androne, come una pallottola
di cartaccia. Una strada. Certe case sono più belle
di certe altre: hanno vetrine piene di cose.
O anche solo per il fatto che, in ogni caso,
se diventi pazzo non sarà mai in quelle.

Ecco i primi tepori. Nella proda come nel ricordo
prima del grano buono viene su il loglio.
Si può dire che seminano il sorgo
nelle campagne al Sud – a saper dov’è il Nord.
Proprio calda è la terra sotto la zampa al gracchio;
odore d’assi nuovi, odor di resina.
Strizzando gli occhi al sole accecante, vedi là
la guancia farinosa d’un portiere d’albergo,
corse nel corridoio, un catino di smalto,
un uomo col cappello che aggrotta i sopraccigli, e poi
un altro che col flash fotografa non noi,
ma un corpo inerte e una pozza di sangue.

Se c’è qualcosa da cantare è il cambio del vento,
quando da ovest si fa a est, e, gelando, la fronda
a sinistra si sposta, con scricchi di malcontento,
e la tua tosse sulla piana vola ai boschi del Dakota.
A mezzogiorno si può impugnare il fucile e a ciò che nel campo
sembra una lepre sparare, con quel colpo aumentando
la frattura fra la penna che muovendosi a contrattempo
scrive questi versi e quello che sul bianco
lascia tracce nere. A volte mano e testa
si fondono, senza diventare verso,
ma al suono della tua propria voce, rotolante sull’erre,
tendendo l’orecchio, come parte di un centauro.

… e alla parola grjadùščee, « futuro », in frotta
sbucano sorci dalla lingua russa
a rosicchiare il pezzetto più ghiotto
della memoria, formaggio coi buchi.
È indifferente dopo tanti inverni, chi o
che cosa è dietro le tende alla finestra, in piedi,
e nel cervello non risuona il celeste « do »,
solo il loro fruscio. La vita, a cui non chiedi
come al famoso cavallo, di farsi guardare
in bocca, mostra i denti ad ogni incontro.
Di ciascun uomo non resta che una parte
del discorso. In genere, una parte. Parte del discorso.

Non sono uscito di senno, ma sono stanco dell’estate.
Cerchi nel cassettone una camicia, e il giorno è perso.
Venga l’inverno e copra tutto, presto,
le città e le genti e, innanzitutto, il verde.
Io dormirò vestito, sfoglierò libri in prestito,
finché non se ne andrà per la sua strada l’anno, quel che resta,
come il cane che sfugge al cieco e che traversa
lungo le strisce pedonali. È libertà
se scordi il patronimico del capo,
se è dolce la tua bocca più della chalvà
di Shīrā’z e se, col cervello strizzato come il corno di un capro,
dall’occhio azzurro nessuna stilla scenderà.

Iosif Aleksandrovic Brodskij

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

PARTE DEL DISCORSO
Sotto questo titolo Brodskij ha raccolto alcune poesie brevi, scritte per lo più nel 1975 (e ’76), accomunate dal ricorso a toni idiomatici. Alcune poesie preesistevano all’idea del ciclo; altre, molto simili stilisticamente, sono venute subito dopo. Nella raccolta originale russa (che prende fra l’altro il nome da questo stesso ciclo), Parte del discorso comprendeva 20 poesie, che vengono qui tradotte a eccezione di cinque. In compenso sono state inserite nel ciclo, su indicazione di Brodskij, tre poesie successive. In A Part of Speech, seconda raccolta delle poesie di Brodskij in inglese (Farrar, Straus and Giroux, New York, 1980), il ciclo, tradotto dall’autore, comprende 15 poesie delle 20 originarie, disposte in un ordine diverso.

∗∗∗

Часть речи

Ниоткуда с любовью, надцатого мартобря,
дорогой уважаемый милая, но неважно
даже кто, ибо черт лица, говоря
откровенно, не вспомнить уже, не ваш, но
и ничей верный друг вас приветствует с одного
из пяти континентов, держащегося на ковбоях;
я любил тебя больше, чем ангелов и самого,
и поэтому дальше теперь от тебя, чем от них обоих;
поздно ночью, в уснувшей долине, на самом дне,
в городке, занесенном снегом по ручку двери,
извиваясь ночью на простыне —
как не сказано ниже по крайней мере —
я взбиваю подушку мычащим „ты”,
за морями, которым конца и края,
в темноте всем телом твои черты,
как безумное зеркало повторяя.

Север крошит металл, но щадит стекло.
Учит гортань проговорить „впусти”.
Холод меня воспитал и вложил перо
в пальцы, чтоб их согреть в горсти.

Замерзая, я вижу, как за моря
солнце садится, и никого кругом.
То ли по льду каблук скользит, то ли сама земля
закругляется под каблуком.

И в гортани моей, гле положен смех
или речь, или горячий чай,
все отчетливей раздается снег
и чернеет, что твой Седов, „прощай”.

Это — ряд наблюдений. В углу — тепло.
Взгляд оставляет на вещи след.
Вода представляет собой стекло.
Человек страшней, чем его скелет.

Зимний вечер с вином в нигде.
Веранда под натиском ивняка.
Тело покоится на локте,
как морена вне ледника.

Через тыщу лет из-за штор моллюск
извлекут с проступившим сквозь бахрому
оттиском „доброй ночи” уст
не имевших сказать кому.

Потому что каблук оставляет следы — зима.
В деревянных вещах замерзая в поле,
по прохожим себя узнают дома.
Что сказать ввечеру о грядущем, коли
воспоминанья в ночной тиши
о тепле твоих — пропуск — когда уснула,
тело отбрасывает от души
на стену, точно тень от стула
на стену ввечеру свеча,
и под скатертью стянутым к лесу небом
над силосной башней натертый крылом грача
не отбелишь воздух колючим снегом.

Я родился и вырос в балтийских болотах, подле
серых цинковых волн, всегда набегавших по две,
и отсюда — все рифмы, отсюда тот блеклый голос,
вьющийся между ними, как мокрый волос;
если вьется вообще. Облокотясь на локоть,
раковина ушная в них различит не рокот,
но хлопки полотна, ставень, ладоней, чайник,
кипящий на керосинке, максимум — крики чаек.
В этих плоских краях то и хранит от фальши
сердце, что скрыться негде и видно дальше.
Это только для звука пространство всегда помеха:
глаз не посетует на недостаток эха.

Что касается звезд, то они всегда.
То есть, если одна, то за ней другая.
Только так оттуда и можно смотреть сюда;
вечером, после восьми, мигая.
Небо выглядит лучше без них. Хотя
освоение космоса лучше, если
с ними. Но именно не сходя
с места, на голой веранде, в кресле.
Как сказал, половину лица в тени
пряча, пилот одного снаряда,
жизни, видимо, нету нигде, и ни
на одной из них не задержишь взгляда

В городке,из которого смерть расползалась по школьной карте,
мостовая блестит, как чешуя на карпе,
на столетнем каштане оплывают тугие свечи,
и чугунный лев скучает по пылкой речи.
Сквозь оконную марлю, выцветшую от стирки,
проступают ранки гвоздики и стрелки кирхи;
вдалеке дребезжит трамвай, как во время оно,
но никто не сходит больше у стадиона.
Настоящий конец войны — это на тонкой спинке
венского стула платье одной блондинки
да крылатый полет серебристой жужжащей пули,
уносящей жизни на Юг в июле.

Мюнхен

Около океана, при свете свечи; вокруг
поле, заросшее клевером, щавелем и люцерной.
Ввечеру у тела, точно у Шивы, рук,
дотянуться желающих до бесценной.
Упадая в траву, сова настигает мышь,
беспричинно поскрипывают стропила.
В деревянном городе крепче спишь,
потому что снится уже только то, что было.
Пахнет свежей рыбой, к стене прилип
профиль стула, тонкая марля вяло
шевелится в окне; и луна поправляет лучом прилив,
как сползающее одеяло.

Время подсчета цыплят ястребом; скирд в тумане,
мелочи, обжигающей пальцы, звеня в кармане;
северных рек, чья волна, замерзая в устье,
вспоминает истоки, южное захолустье
и на миг согревается. Время коротких суток,
снимаемого плаща, разбухших ботинок, судорог
в желудке от желтой вареной брюквы;
сильного ветра, треплющего хоругви
листолюбивого воинства. Пора, когда дело терпит,
дни на одно лицо, как Ивановы-братья,
и кору задирает жадный, бесстыдный трепет
пальцев, которым мало сырого платья.

Дни расплетают тряпочку, сотканную Тобою.
Она скукоживается на глазах, под рукою.
Зеленая нитка, следом за голубою,
становится серой, коричневой, никакою.
Уж и краешек вроде виден того батиста.
Ни один живописец не напишет конец аллеи.
Знать, от стирки платье невесты быстрей садится
да и тело не делается белее.
То ли сыр пересох, то ли дыханье сперло.
Либо: птица в профиль ворона, а сердцем — кенарь.
Но простая лиса, перегрызая горло,
не разбирает, где кровь, где тенор.

Восходящее желтое солнце следит косыми
глазами за мачтами голой рощи,
идущей на всех парах к цусиме
крещенских морозов. Февраль короче
прочих месяцев и оттого лютее.
Кругосветное плавание, дорогая,
лучше кончить, руку согнув в локте и
вместе с дредноутом догорая
в недрах камина. Забудь цусиму!
Только огонь понимает зиму.
Золотистые лошади без уздечек
масть в дымоходе меняют на масть воронью.
И в потемках стрекочет огромный нагой кузнечик,
которого не накрыть ладонью.

Ты забыла деревню, затерянную в болотах
залесенной губернии, где чучел на огородах
отродясь не держат — не те там злаки,
и дорогой тоже все гати да буераки.
Баба Настя, поди, померла, и Пестерев жив едва ли,
а как жив, то пьяный сидит в подвале,
либо ладит из спинки нашей кровати что-то,
говорят, калитку не то ворота.
А зимой там колют дрова и сидят на репе,
и звезда моргает от дыма в морозном небе.
И не в ситцах в окне невеста, а праздник пыли
да пустое место, где мы любили.

Темно-синее утро в заиндевевшей раме
напоминает улицу с горящими фонарями,
ледяную дорожку, перекрестки, сугробы,
толчею в раздевалке в восточном конце Европы.
Там звучит „Ганнибал” из худого мешка на стуле,
сильно пахнут подмышками брусья на физкультуре;
что до черной доски, от которой мороз по коже,
так и осталась черной. И сзади тоже.
Дребезжащий звонок серебристый иней
преобразил в кристалл. Насчет параллельных линий
все оказалось правдой и в кость оделось;
неохота вставать. Никогда не хотелось.

Всегда остается возможность выйти из дому на
улицу, чья коричневая длина
успокоит твой взгляд подъездами, худобою
голых деревьев, бликами луж, ходьбою.
На пустой голове бриз шевелит ботву,
и улица вдалеке сужается в букву „у”,
как лицо к подбородку, и лающая собака
вылетает из подворотни, как скомканная бумага.
Улица. Некоторые дома
лучше других: больше вещей в витринах,
и хотя бы уж тем, что если сойдешь с ума,
то, во всяком случае, не внутри них.

Итак, пригревает. В памяти, как на меже,
прежде доброго злака маячит плевел.
Можно сказать, что на Юге в полях уже
высевают сорго — если бы знать, где Север.
Земля под лапкой грача действительно горяча;
пахнет тесом, свежей смолой. И крепко
зажмурившись от слепящего солнечного луча,
видишь внезапно мучнистую щеку клерка,
беготню в коридоре, эмалированный таз,
человека в шляпе, сводящего хмуро брови,
и другого, со вспышкой, снимающего не нас,
но обмякшее тело и лужу крови.

Если что-нибудь петь, то перемену ветра,
западного на восточный, когда замерзшая ветка
перемещается влево, поскрипывая от неохоты,
и твой кашель летит над равниной к лесам Дакоты.
В полдень можно вскинуть ружье и выстрелить в то, что в поле
кажется зайцем, предоставляя пуле
увеличить разрыв между сбившимся напрочь с темпа
пишущим эти строки пером и тем, что
оставляет следы. Иногда голова с рукою
сливаются, не становясь строкою,
но под собственный голос, перекатывающийся картаво,
подставляя ухо, как часть кентавра.

… и при слове „грядущее” из русского языка
выбегают мыши и всей оравой
отгрызают от лакомого куска
памяти, что твой сыр дырявой.
После стольких зим уже безразлично, что
или кто стоит в углу у окна за шторой,
и в мозгу раздается не неземное „до”,
но ее шуршание. Жизнь, которой,
как дареной вещи, не смотрят в пасть,
обнажает зубы при каждой встрече.
От всего человека вам остается часть
речи. Часть речи вообще. Часть речи.

Я не то что схожу с ума, но устал за лето.
За рубашкой в комод полезешь, и день потерян.
Поскорей бы, что ли, пришла зима и занесла все это
города, человеков, но для начала зелень.
Стану спать не раздевшись или читать с любого
места чужую книгу, покамест остатки года,
как собака, сбежавшая от слепого,
переходят в положенном месте асфальт. Свобода
это когда забываешь отчество у тирана,
а слюна во рту слаще халвы Шираза,
и хотя твой мозг перекручен, как рог барана,
ничего не каплет из голубого глаза.

Иосиф Александрович Бродский

da “Часть речи: стихотворения”, 1972-1976, Пушкинский фонд, 2000

Tu resta, danzatrice – Piero Bigongiari

Foto di René Groebli

 

L’astro che ti corruppe nel silenzio
il grido, dal ciglio delle pensées,
delirante attentato fece eterno
un canto d’usignoli. E dal perduto
nostro muro notturno empí un nitrito
di cavalle.

                   Perdesti a un gesto calle
d’avorio che la notte aveva chieste.
Calpestavi i tuoi sandali. Finestre
di fuoco arderono sui tuoi capelli
dilatati le parole piú vere.

(Tu resta, danzatrice,
a commentare in segreto.)

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968