L’artefice – Jorge Luis Borges

Ferdinando Scianna, Jorge Luis Borges, Palermo, Sicilia, 1984

 

Siamo il fiume che invocasti, Eraclito.
Siamo il tempo. Il suo corso intangibile
Va trascinando leoni e montagne,
Lacrime d’amore, cenere del piacere,
Insidiosa speranza interminabile,
Lunghi elenchi di regni che son polvere,
Esametri dei greci e dei latini,
Lugubre un mare al sorgere dell’alba,
Il sogno, questo assaggio della morte,
Il guerriero e le armi, monumenti,
I due volti di Giano che s’ignorano,
I labirinti di avorio tramati
Dalle pedine sopra la scacchiera,
La rossa mano di Macbeth che può
Insanguinare i mari, la segreta
Fatica degli orologi nell’ombra,
Un incessante specchio che si guarda
In un altro e nessuno che li veda,
Bulinate incisioni, segni gotici,
Una sbarra di zolfo in un armadio,
Opprimenti rintocchi dell’insonnia,
Aurore e crepuscoli e tramonti
Echi, risacca, sabbia, lichene, sogni.

Altro non sono che codeste immagini
Che il caso mescola e che il tedio nomina.
Con esse, benché cieco e frantumato,
Devo limare il verso incorruttibile
E (mio dovere) salvarmi.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

∗∗∗

El Hacedor

Somos el río que invocaste, Heráclito.
Somos el tiempo. Su intangible curso
acarrea leones y montañas,
llorado amor, ceniza del deleite,
insidiosa esperanza interminable,
vastos nombres de imperios que son polvo,
hexámetros del griego y del romano,
lóbrego un mar bajo el poder del alba,
el sueño, ese pregusto de la muerte,
las armas y el guerrero, monumentos,
las dos caras de Jano que se ignoran,
los laberintos de marfil que urden
las piezas de ajedrez en el tablero,
la roja mano de Macbeth que puede
ensangrentar los mares, la secreta
labor de los relojes en la sombra,
un incesante espejo que se mira
en otro espejo y nadie para verlos,
láminas en acero, letra gótica,
una barra de azufre en un armario,
pesadas campanadas del insomnio,
auroras y ponientes y crepúsculos,
ecos, resaca, arena, liquen, sueños.

Otra cosa no soy que esas imágenes
que baraja el azar y nombra el tedio.
Con ellas, aunque ciego y quebrantado,
he de labrar el verso incorruptible
y (es mi deber) salvarme.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, 1981

Il sogno del giorno dei trent’anni – Giuseppe Conte

Foto di Tina Fersino

 

Il sole distrugge e dona, il sole
sa perdersi, ama tutto, e senza
amore, senza pietà, senza sentire
nient’altro che il proprio spargersi:

il sole sa tornare, alza i primi
fischi tra gli alberi del parco, giungerà sulle finestre
chiuse con mani di rampicante. È incurante
e silenzioso, brutale, ma è prodigo anche,

delicato. Sgretola, disfiora, incendia, ma
sa disfarsi nel collo di una campanula. Distrugge e
dona, è leggero e immenso, sa tornare –

è celibe come il mare, individuale, sterile.

Io che ho trent’anni, che non posso più
crescere, che non so tornare, scelgo
parole per essere il dio del sole –

io fiore, io pietra, io luce, per donare

il dono leggero e immenso del

poema

Giuseppe Conte

da “L’Oceano e il ragazzo”, Rizzoli, Milano, 1983 

Splendessero lanterne – Dylan Thomas

Blanc et Demilly, Jura, 1933

 

Splendessero lanterne, il sacro volto,
Preso in un ottagono d’insolita luce,
Avvizzirebbe, e il giovane amoroso
Esiterebbe, prima di perdere la grazia.
I lineamenti, nel loro buio segreto,
Sono di carne, ma fate entrare il falso giorno
E dalle labbra le cadrà stinto pigmento,
La tela della mummia mostrerà un antico seno.

Mi fu detto: ragiona con il cuore;
Ma il cuore, come la testa, è un’inutile guida.
Mi fu detto: ragiona con il polso;
Ma, quando affretta, àltero il passo delle azioni
Finché il tetto ed i campi si livellano, uguali,
Cosí rapido fuggo, sfidando il tempo, calmo gentiluomo
Che dimena la barba al vento egiziano. 

Ho udito molti anni di parole, e molti anni
Dovrebbero portare un mutamento.

La palla che lanciai giocando nel parco
Non è ancora scesa al suolo.

Dylan Thomas

(Traduzione di Ariodante Marianni)

da “Dylan Thomas, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1965

∗∗∗

Should Lanterns Shine

Should lanterns shine, the holy face,
Caught in an octagon of unaccustomed light,
Would wither up, and any boy of love
Look twice before he fell from grace.
The features in their private dark
Are formed of flesh, but let the false day come
And from her lips the faded pigments fall,
The mummy cloths expose an ancient breast.

I have been told to reason by the heart,
But heart, like head, leads helplessly;
I have been told to reason by the pulse,
And, when it quickens, alter the actions’ pace
Till field and roof lie level and the same
So fast I move defying time, the quiet gentleman
Whose beard wags in Egyptian wind.

I have heard many years of telling,
And many years should see some change.

The ball I threw while playing in the park
Has not yet reached the ground.

Dylan Thomas

da “Collected poems”, J. M. Dent & Sons Ltd, London, 1952

Nemini – Milo De Angelis

Alex Howitt, Rainy Day

 

Sali sul tram numero quattordici e sei destinato a scendere
in un tempo che hai misurato mille volte
ma non conosci veramente,
osservi in alto lo scorrere dei fili e in basso l’asfalto bagnato,
l’asfalto che riceve la pioggia e ci chiama dal profondo,
ci raccoglie in un respiro che non è di questa terra, e tu allora
guardi l’orologio, saluti il guidatore. Tutto è come sempre
ma non è di questa terra e con il palmo della mano
pulisci il vetro dal vapore, scruti gli spettri che corrono
sulle rotaie e quando sorridi a lei vestita di amaranto
che scende in fretta i due scalini, fai con la mano un gesto
che sembrava un saluto ma è un addio.

Milo De Angelis

da “Linea intera, linea spezzata”, “Lo Specchio” Mondadori, 2021

Alla luna – Giacomo Leopardi

Caspar David Friedrich, Un uomo e una donna davanti alla luna, 1819, Dresda, Gemäldegalerie

XIV

    O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, nè cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!

Giacomo Leopardi  

da “Canti”, in “Giacomo Leopardi, Poesie e prose”, “I Meridiani” Mondadori, 1987