Marea – Josif Alexandrovic Brodskij

I

Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio,
nella parte ventosa, dove gli uccelli, volando giù
dalle rocce, si riflettono nei pesci e scendono a dar di becco
fra i gridi su una superficie di screziati specchi.

Qui non trovi te stesso, anche chiuso a doppia mandata.
In casa non c’è un cane e freddo nero è in branda.
La finestra al mattino ha una tenda di cenci di nuvole.
Poca terra, e non si vedono uomini.

In queste ampiezze signora è l’acqua. Nessuno il dito
punta nello spazio e «via di qui!» strilla.
L’orizzonte si rivolta, come un cappotto,
aiutandosi con queste ondate molli.

E non riesci a distinguerti dai pantaloni tolti, dalla maglia
appesa – evidentemente, i tuoi sensi sono corti
o la lampada ti oscura –. Tocchi il loro gancio
per dire, ritirando la mano: «sei risorto».

II

Nella parte settentrionale del mondo ho trovato un rifugio
fra l’umido aquilone ed il mattone.
Qui, quando li ferrano, i cavalloni
liberano la criniera e non cercano indugio

sopra nessuna cosa, come il cervello, affogando
fra i ricci di permanente un’enorme perla all’orizzonte.
Chi li ha messi in movimento, non ha avuto tempo
di addestrarli a riguardare indietro!

Quassù il labbro si torce, e qui non vale tanto
timoneggiare lungo oggetti quadrati o i propri tratti, perché
la risacca è inevitabile più del basalto,
più dell’uomo ad esso aggrappato, più di te.

E la raffica fredda respinge nella bocca
del cane il suo latrato, non solo le tue parole.
Le cose, per rubarle, in assenza di eco,
bisogna ingigantirle di due volte.

III

Nella parte ventosa del mondo ho trovato un rifugio.
Quassù io sono zolla secca, ma questo per me è uno scudo.
Qui non mi scoveranno, se mai verranno a prendermi,
perché il tessuto ruvido quassù si increspa sempre.

In queste latitudini d’un color vecchio lievito,
risparmiando alla carta geografica duelli
di frontiera, si stende, sollevando strepito,
una sorta di tovaglia fatta di coltelli.

Unico ospite al banchetto sconfinato,
ne parlerò – e non si potrà dirlo delle mie ossa –
con calore. Perché, in fin dei conti, dalla coppa ho bevuto
più di quanto non mi sia versato addosso.

Sarà bene distinguere dai non-uomini i vivi 
in lunghezza. Ma finché Borea in saccoccia saprà 
ficcar le mani, e ci sarà pigia-pigia,
e onda schiaccerà onda, nessuno mai ti tradirà.

IV

Nella parte settentrionale del mondo ho innalzato
il mattone! Sappi: l’anima a metà col tempo sa
rifare tutto, da pappagallo, eccettuata
la continuità propria degli affari sporchi di qua. 

Così «che stoffa!» grida il sarto, al taglio
 della pezza. Ma pur se tira il filo, non trova l’ago.
E poi, stanno le case spalancate, come valigie
svuotate e abbandonate allo sbaraglio.

Nella parte ventosa del mondo ho trovato un riparo.
Nessuno qui ti strillerà che sei un forestiero,
torna da dove sei venuto, e qui ti danno asilo
per la scaglia rugginosa, per la scialba pupilla.

E  sul molo, tinnando nel vetro, illumina la notte
un’iniziale;  un faro, o monaco o fiorita dalla latta
immondizia, e l’iscrizione immensa va al macero
rugghiando, senza che nessuno riesca a leggerla.

V

Voltati verso il muro e ripeti: «io dormo, dormo».
È grigia la coperta, ed anche tu sei vecchio. Magari
di notte sotto la palpebra accumulerò un’enorme
massa di sogni, sicché al mattino il mare mi griderà: «siam pari».

Attacchi con un «c», ma non conta come imprechi,
sempre l’uomo è raggiunto dal suo ronfio,
e, avvolto nella biancheria, dov’è liscio e dov’è gonfio,
agitandoti, sentirai, come sul fondo il granchio.

Questo cantava, celando la pinna, l’ardito celeste
dal profilo più pallido dei peccati rimessi,
inondandomi gli occhi con questa gelida
bouillabaisse
perché imparassi a leggere nel pesce Jesus Christos.

Così cade, dove è meglio tacere, la chela. Così lascia
una scia nella nube chi si è librato in essa.
Così biancheggia il piede. E si dispongono le piante in piatto,
per camminare sulle onde, senza tenersi a parapetti.

Josif Alexandrovic Brodskij

1967

(Traduzione di Giovanni Buttafava)

da “Iosif Brodskij, Poesie 1972-1985”, Adelphi, 1986

∗∗∗

Прилив

I

В северной части мира я отыскал приют,
в ветреной части, где птицы, слетев со скал,
отражаются в рыбах и, падая вниз, клюют
с криком поверхность рябых зеркал.

Здесь не прийти в себя, хоть запрись на ключ.
В доме — шаром покати, и в станке — кондей.
Окно с утра занавешено рванью туч.
Мало земли, и не видать людей.

В этих широтах панует вода. Никто
пальцем не ткнет в пространство, чтоб крикнуть: «вон!»
Горизонт себя выворачивает, как пальто,
наизнанку с помощью рыхлых волн.

И себя отличить не в силах от снятых брюк,
от висящей фуфайки — знать, чувств в обрез
либо лампа темнит — трогаешь ихний крюк,
чтобы, руку отдернув, сказать: «воскрес».

II

В северной части мира я отыскал приют,
между сырым аквилоном и кирпичом,
здесь, где подковы волн, пока их куют,
обрастают гривой и ни на чем

не задерживаются, точно мозг, топя
в завитках перманента набрякший перл.
Тот, кто привел их в движение, на себя
приучить их оглядываться не успел!

Здесь кривится губа, и не стоит базлать
про квадратные вещи, ни про свои черты,
потому что прибой неизбежнее, чем базальт,
чем прилипший к нему человек, чем ты.

И холодный порыв затолкает обратно в пасть
лай собаки, не то что твои слова.
При отсутствии эха, вещь, чтоб ее украсть,
увеличить приходится раза в два.

III

В ветреной части мира я отыскал приют.
Для нес я — присохший ком, но она мне — щит.
Здесь меня не отыщут, если за мной придут,
потому что плотная ткань завсегда морщит.

В этих широтах цвета дурных дрожжей,
карту избавив от пограничных дрязг,
точно скатерть, составленная из толчеи ножей,
расстилается, издавая лязг.

И, один приглашенный на этот бескрайний пир,
я о нем отзовусь, кости не в пример, тепло.
Потому что, как ни считай, я из чаши пил
больше, чем вниз но лицу текло.

Нелюдей от живых хорошо отличать в длину.
Но покуда Борей забираться в скулу горазд
и пока толковище в разгаре, пока волну
давит волна, никто тебя не продаст.

Но покуда Борей забираться в скулу горазд
и пока толковище в разгаре, пока волну
давит волна, никто тебя не продаст.

IV

В северной части мира я водрузил кирпич!
Знай, что душа со временем пополам
может всё повторить, как попугай, опричь
непрерывности, свойственной местным сырым делам!

Так, кромсая отрез, кравчик кричит: «сукно!»
Можно выдернуть нитку, но не найдешь иглы.
Плюс, пустые дома стоят, как давным-давно
отвернутые на бану углы.

В ветреной части мира я отыскал приют.
Здесь никто не крикнет, что ты чужой,
убирайся назад, и за постой берут
выцветаньем зрачка, ржавою чешуей.

И фонарь на молу всю ночь дребезжит стеклом,
как монах либо мусор, обутый в жесть,
и громоздкая письменность с ревом идет на слом,
никому не давая себя прочесть.

V

Повернись к степс и промолви: «я сплю, я сплю».
Одеяло серого цвета, и сам ты стар.
Может, за ночь под веком я столько сноп скоплю,
что наутро море крикнет мне: «наверстал!»

Нее равно, на какую букву себя послать,
человека всегда настигает его же храп,
и в исподнем запутавшись, где ералаш, где гладь,
шевелясь, разбираешь, как донный краб.

Вот про что напевал, пряча плавник, лихой
небожитель, прощенного в профиль бледней греха,
заливая глаза на камнях ледяной ухой,
чтобы ты навострился слагать из костей И. X.

Так впадает куда, стыдно сказать — клешня.
Так следы оставляет в туче кто в ней парил.
Так белеет ступня. Так ступени кладут плашмя,
чтоб ПО волнам ступать, не держась перил.

Иосиф Александрович Бродский

1967

da “Čast’ reči: stichotv, 1972-1976”, Ann Arbor, Mi.: Ardis, 1977

«La volpe medica le sue ferite» – Angelo Maria Ripellino

Foto di Brett Weston

9.

La volpe medica le sue ferite
con lacrime di làrice. E poi fugge.
Ma tu sei rimasto inchiodato dopo il Diluvio,
con occhi e ciuffo di gufo.
Tu pensi sempre al vistoso gilè di Majakovskij,
come a un attrezzo che possa proteggerti,
come allo strabico farsetto di una sequoia,
anche se fu un malfído talismano.
Qualcosa resiste oltre la brama del suicidio,
oltre la quotidiana sfiducia, − e la vita balbetta,
anche quando vien meno la voglia di vivere,
e i gesti diventano pigri e vischiosi,
ciò che suol dirsi: non posso inghiottire.
Eppure temo che tutto sia vano:
non finirà mai la violenza
sugli altri e su se stessi.

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

Non esistono amori felici – Louis Aragon

Alexander Rodchenko, Elsa Triolet, 1924

 

Nulla appartiene all’uomo Né la sua forza
Né la sua debolezza né il suo cuore. E quando crede
Di aprire le braccia la sua ombra è quella di una croce
E quando crede di stringere la felicità la stritola
La sua vita è uno strano e doloroso divorzio 
Non esistono amori felici

La sua vita somiglia a quei soldati disarmati
Ch’eran stati preparati a un diverso destino
A che può servire che s’alzino al mattino
Loro che si ritrovano la sera sfaccendati incerti
Dite queste parole Mia vita E trattenete le lacrime
Non esistono amori felici

Mio amore bello mio caro amore mia lacerazione
Ti porto in me come un uccello ferito
E quelli senza capire ci guardano passare
Ripetendomi dietro le parole che ho intrecciato
E che per i tuoi grandi occhi così presto morirono
Non esistono amori felici

Il tempo per imparare a vivere è già passato
Piangano nella notte i nostri cuori all’unisono
Quanta infelicità per la più piccola canzone
Quanti rimpianti per scontare un fremito
Quanti singhiozzi per un accordo di chitarra
Non esistono amori felici

Non esistono amori che non siano dolore
Non esistono amori che non strazino
Non esistono amori che non lascino il segno
E non più che di te l’amor di patria
Non esistono amori che non si nutrano di pianto
Non esistono amori felici
Ma è il nostro amore di noi due

Louis Aragon

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Poesie d’amore”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

l n’y a pas d’amour heureux

Rien n’est jamais acquis à l’homme Ni sa force
Ni sa faiblesse ni son cœur Et quand il croit
Ouvrir ses bras son ombre est celle d’une croix
Et quand il croit serrer son bonheur il le broie
Sa vie est un étrange et douloureux divorce
Il n’y a pas d’amour heureux

Sa vie Elle ressemble à ces soldats sans armes
Qu’on avait habillés pour un autre destin
À quoi peut leur servir de se lever matin
Eux qu’on retrouve au soir désœuvrés incertains
Dites ces mots Ma vie Et retenez vos larmes
Il n’y a pas d’amour heureux

Mon bel amour mon cher amour ma déchirure
Je te porte dans moi comme un oiseau blessé
Et ceux-là sans savoir nous regardent passer
Répétant après moi les mots que j’ai tressés
Et qui pour tes grands yeux tout aussitôt moururent
Il n’y a pas d’amour heureux

Le temps d’apprendre à vivre il est déjà trop tard
Que pleurent dans la nuit nos cœurs à l’unisson
Ce qu’il faut de malheur pour la moindre chanson
Ce qu’il faut de regrets pour payer un frisson
Ce qu’il faut de sanglots pour un air de guitare
Il n’y a pas d’amour heureux

Il n’y a pas d’amour qui ne soit à douleur
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit meurtri
Il n’y a pas d’amour dont on ne soit flétri
Et pas plus que de toi l’amour de la patrie
Il n’y a pas d’amour qui ne vive de pleurs
Il n’y a pas d’amour heureux
Mais c’est notre amour à tous deux

Louis Aragon

da “La Diane française”, Paris: Seghers, 1946

Anello – Pierluigi Cappello

 

Quando la passione dura, tutto un mondo scompare
e la tua mano non è piú la tua mano
e la mia mano non è piú nella tua.

Quando sto con il mio silenzio nel tuo
il mio silenzio splende di giovinezza
e un mondo – che era nascosto – riappare.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010 

Si ricordava di lui… – Maria do Rosário Pedreira

Isabeli Fontana by Peter Lindbergh, Paris, April 2012

 

Si ricordava di lui e, per amore, anche se pensava
a un serpente, avrebbe detto solo un arabesco; e avrebbe nascosto
nella gonna il morso caldo, la ferita, l’impronta
di tutti gli inganni, avrebbe fatto quasi tutto

per amore: avrebbe dato il sonno e il sangue, la casa e la felicità,
e avrebbe custodito silenziosi i fantasmi della paura, che sono
i padroni delle piú grandi verità. Già un’altra volta aveva mentito

e per amore si sarebbe seduta alla tavola di lui
e avrebbe negato che lo amava, perché amarlo era un inganno
ancora piú grande che mentirgli. E, per amore, si mise

a disegnare il tempo come una linea stordita, sempre
al cadere di una pagina, a prolungare il mancato incontro.
E faceva stelle, anche se pensava alle croci;
arabeschi, anche se ricordava solo serpenti.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriati)

da “La casa e l’odore dei libri”, Librati Edizioni, 2008

∗∗∗

Lembrava-se dele…

Lembrava-se dele e, por amor, ainda que pensasse
em serpente, diria apenas arabesco; e esconderia
na saia a mordedura quente, a ferida, a marca
de todos os enganos, faria quase tudo

por amor: daria o sono e o sangue, a casa e a alegria,
e guardaria calados os fantasmas do medo, que são
os donos das maiores verdades. Já de outra vez mentira

e por amor haveria de sentar-se à mesa dele
e negar que o amava, porque amá-lo era um engano
ainda maior do que mentir-lhe. E, por amor, punha-se

a desenhar o tempo como uma linha tonta, sempre
a cair da folha, a prolongar o desencontro.
E fazia estrelas, ainda que pensasse em cruzes;
arabescos, ainda que só se lembrasse de serpentes.

Maria do Rosário Pedreira

da “A Casa e o Cheiro dos Livros”, Editor Gótica, Lisboa, 2001