Il Poeta – Giuseppe Conte

 

Non sapevo che cosa è un poeta
quando guidavo alla guerra i carri
e il cavallo Xanto mi parlava.
Ma è passata come una cometa

l’età ragazza di Ettore e di Achille:
non sono diventato altro che un uomo:
la mia anima si cerca ora nelle acque
e nel fuoco, nelle mille

famiglie dei fiori e degli alberi
negli eroi che io non sono
nei giardini dove tutta la pena

di nascere e morire è così leggera.
Forse il poeta è un uomo che ha in sé
la crudele pietà di ogni primavera.

Giuseppe Conte

da “Le stagioni”, Biblioteca Universale Rizzoli, 1988

L’aspro sapore del mare – Derek Walcott

Emil Nolde, Mare al crepuscolo, acquerello su carta, s.d.

 

Quella vela piegata alla luce,
stanca d’isole,
una goletta che batte il Mar dei Caraibi

per ritornare, potrebbe essere Odisseo
diretto a casa attraverso l’Egeo;
quel desiderio di padre e di marito,

sotto l’aspro livore della vecchiezza,
è come l’adultero che sente il nome di Nausicaa
in ogni grido di gabbiano.

E questo non assicura la pace. L’antica guerra
tra ossessione e responsabilità
non può finire ed è la stessa

per il naufrago e per chi sul lido
ora infila i piedi nei sandali per rientrare,
da quando Troia ha spirato l’ultima fiamma

e il macigno del cieco ciclope ha alzato le acque
dalle cui ondate i grandiosi esametri giungono
alle conclusioni dell’esausta risacca.

I classici possono consolare. Ma non abbastanza.

Derek Walcott

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore 

∗∗∗

Sea Grapes

That little sail in light
which tires of islands,
a schooner beating up the Caribbean

for home, could be Odysseus,
home-bound on the Aegean,
that father and husband’s

longing, under gnarled sour grapes, is
like the adulterer hearing Nausicaa’s name
in every gull’s outcry;

This brings nobody peace. The ancient war
between obsession and responsibility
will never finish and has been the same

for the sea-wanderer or the one on shore
now wriggling on his sandals to walk home,
since Troy lost its old flame,

and the blind giant’s boulder heaved the trough
from whose ground-swell the great hexameters come
to the conclusions of exhausted surf.

The classics can console. But not enough.

Derek Walcott

da “Sea Grapes”, London: Jonathan Cape Ltd; New York: Farrar, Straus & Giroux, 1976

Ti guardo… – Giovanni Testori

Foto di Jonas Hafner

LIX

Ti guardo
mentre in silenzio t’assopisci
e con materna calma
sopra gli occhi ti bacio
e sui labbri che respirano
beati;
sei il mio bambino adulto
e delicato,
il diamante irraggiunto
e mai sperato.
Ti rasserena il volto
una gran pace;
e la carezza
con cui ti benedico
per l’amore
che ancora una volta m’hai donato
ti chiude come un nido,
una conchiglia,
un fiato.
Quante volte la mano nei ricci
t’ho passato
e l’ossa nell’amore
quante volte t’ho contato?
Ma la ferita
e il vuoto,
quando tu t’allontani
e via da me,
per non lasciarmi,
devi andare,
il vuoto,
chi, se non il tuo ritorno,
potrà mai colmare?

Giovanni Testori

da “L’amore”, Feltrinelli, Milano, 1968

Ti ho sognato così a lungo – Robert Desnos

Montserrat Gudiol, El Beso, 1974

   

   Ti ho sognato così a lungo che hai perso la tua natura reale.
   C’è ancora tempo per raggiungere questo corpo vivo e
baciare su quella bocca la nascita della voce che mi è cara?
   Ti ho sognato così a lungo che le mie braccia abituate,
nello stringere la tua ombra, a incrociarsi sul mio petto
non si piegherebbero, forse, lungo la linea del tuo corpo.
   E, di fronte alla parvenza reale di ciò che mi assilla
e governa da giorni e anni, è indubbio che diverrei
un’ombra.
   O altalene sentimentali.
   Ti ho sognato così a lungo che non è, senza dubbio, più
il momento di svegliarmi. Dormo in piedi, il corpo esposto
a tutte le apparenze della vita e dell’amore e di te, la
sola che conti davvero oggi per me, mi sarebbe più difficile
toccare la tua fronte e le tue labbra rispetto alle labbra
e alla fronte del primo venuto.
   Ti ho sognato così a lungo, ho così a lungo camminato,
parlato, dormito con il tuo fantasma che non mi resta più
che essere fantasma tra i fantasmi e cento volte più ombra
dell’ombra che passeggia e passeggerà allegramente
sul quadrante solare della tua vita.

Robert Desnos

(Traduzione di Pasquale di Palmo)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editore

∗∗∗

J’ai tant rêvé de toi 

   J’ai tant rêvé de toi que tu perds ta réalité.
   Est-il encore temps d’atteindre ce corps vivant et de
baiser sur cette bouche la naissance de la voix qui m’est chère?
   J’ai tant rêvé de toi que mes bras habitués en étreignant
ton ombre à se croiser sur ma poitrine ne se plieraient
pas au contour de ton corps, peut-être.
   Et que, devant l’apparence réelle de ce qui me hante et
me gouverne depuis des jours et des années, je deviendrais
une ombre sans doute.
   O balances sentimentales.
   J’ai tant rêvé de toi qu’il n’est plus temps sans doute
que je m’éveille. Je dors debout, le corps exposé à toutes
les apparences de la vie et de l’amour et toi, la seule qui
compte aujourd’hui pour moi, je pourrais moins toucher
ton front et tes lèvres que les premières lèvres et le premier
front venu.
   J’ai tant rêvé de toi, tant marché, parlé, couché avec ton
fantôme qu’il ne me reste plus peut-être, et pourtant, qu’à
être fantôme parmi les fantômes et plus ombre cent fois
que l’ombre qui se promène et se promènera allégrement
sur le cadran solaire de ta vie.

Robert Desnos

da “Corps et biens”, NRF-Gallimard, 1930

«Desideravo vederti» – Giorgio Manganelli

Alfred Cheney Johnston, Drucilla Strain, 1929

 

Desideravo vederti:
desidero la fantasia dei tuoi capelli
a inaugurare grida
di libertà in ore troppo lente; la rivolta
dei tuoi polsi terrestri
che muovono inizi di bandiere,
e accusano l’indugio, la disperazione
cauta, il tempo.
Mi occorre l’urlo d’uno sguardo
ed oltre la violenza del tuo esistere
io esigo il gesto d’un tuo riso.

Giorgio Manganelli

da “Poesie”, Crocetti, Milano, 2006