Poesia d’amore – Alfonso Gatto

Foto tratta da “L’eternité pour nous”, di José Bénazéraf , 1961

 

 

 

 

 

 

 

 

Le grandi notti d’estate
che nulla muove oltre il chiaro
filtro dei baci, il tuo volto
un sogno nelle mie mani.

Lontana come i tuoi occhi
tu sei venuta dal mare,
dal vento che pare l’anima.

E baci perdutamente
sino a che l’arida bocca
come la notte è dischiusa,
portata via dal suo soffio.

Tu vivi allora, tu vivi,
il sogno ch’esisti è vero.
Da quanto t’ho cercata.

Ti stringo per dirti che i sogni
son belli come il tuo volto,
lontani come i tuoi occhi.

E il bacio che cerco è l’anima.

Alfonso Gatto

da “Nuove poesie, 1941-1949”, “Lo Specchio” Mondadori, 1950

E la tua veste è bianca – Salvatore Quasimodo

Ramón Casas, Estudio, 1893

 

Piegato hai il capo e mi guardi;
e la tua veste è bianca,
e un seno affiora dalla trina
sciolta sull’omero sinistro.

Mi supera la luce; trema,
e tocca le tue braccia ignude.

Ti rivedo. Parole
avevi chiuse e rapide,
che mettevano cuore
nel peso d’una vita
che sapeva di circo. 

Profonda la strada
su cui scendeva il vento
certe notti di marzo,
e ci svegliava ignoti
come la prima volta.

Salvatore Quasimodo

da “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

L’angelo di sabbia – Rafael Alberti

Foto di Alessio Albi

 

Sul serio, nei tuoi occhi era il mare due bimbi che mi spiavano,
timorosi di lacci e di parole dure.
Due bimbi della notte, terribili, espulsi dal cielo,
la cui infanzia era un furto di barche e un delitto di soli e lune.
Dormi. Chiudili.
Vidi che il vero mare era un ragazzo che saltava nudo,
offrendomi un piatto di stelle e un riposo d’alghe.
Sí sí! Già la mia vita diventava, era già, un litorale staccato.
Tu, però, risvegliandoti, mi annegasti nei tuoi occhi.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Degli angeli”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

El ángel de arena

Seriamente, en tus ojos era la mar dos niños que me espiaban,
temerosos de lazos y palabras duras.
Dos niños de la noche, terribles, expulsados del cielo,
cuya infancia era un robo de barcos y un crimen de soles y de lunas.
Duérmete. Ciérralos.
Vi que el mar verdadero era un muchacho que saltaba desnudo,
invitándome a un plato de estrellas y a un reposo de algas.
¡Sí, sí! Ya mi vida iba a ser, ya lo era, litoral desprendido.
Pero tú, despertando, me hundiste en tus ojos.

Rafael Alberti

da “Sobre los ángeles”, Ediciones de la Compañía Ibero-Americana de Publicaciones S. A., Madrid, 1929

Interno giorno – Pierluigi Cappello

Foto di Maria Cecilia Camozzi

 

Per dire che cosa mi tengo
per dire che cosa, leggendo
uno spartito che trattenga il cielo
alto, sempre alto, per ogni pagina ascoltata
dentro il fumo
dentro ogni gola pietrificata
qui, dove non volevo
dentro il rumore di prima
il rumore di dopo
dove sempre ci si ritrova
quanto un vento, un contorno
dopo che non si è capito
e qualcosa come uno stormo si stacca
in fuga dall’incendio
una nota, dai vetri, una voce
il breve sussurrare dei poeti.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo”, Crocetti Editore, 2006

Referenze, dati personali – Juan Gelman

Juan Gelman

 

Io sono stato fatto dagli uomini che vanno sotto il cielo del mondo
cercano il bagliore dell’aurora
curano la vita come un fuoco.

Mi hanno insegnato a difendere la luce che canta commossa
mi hanno portato una speranza che non basta sognare
e da tale speranza io conosco i miei fratelli.

Allora rido contemplando il mio cognome, la mia faccia nello specchio,
so che non mi appartengono
in essi voi sventolate un fazzoletto
allungate una mano e grazie a lei non sono solo.

In voi la mia morte cessa di morire.
Anni futuri che avremo preparato
conserveranno la mia dolce fede nella tenerezza,
l’assemblea del mondo sarà un bambino riunito.

Juan Gelman

(Traduzione di Laura Branchini)

da IL GIOCO IN CUI STIAMO

dalla rivista “Poesia”, Anno XXVII, Luglio/Agosto 2014, N. 295, Crocetti Editore

∗∗∗

Referencias, datos personales

A mí me han hecho los hombres que andan bajo el cielo del mundo
buscan el brillo de la madrugada
cuidan la vida como un fuego.

Me han enseñado a defender la luz que canta conmovida
me han traído una esperanza que no basta soñar
y por esa esperanza conozco a mis hermanos.

Entonces río contemplando mi apellido, mi rostro en elespejo
yo sé que no me pertenecen
en ellos ustedes agitan un pañuelo
alargan una mano por la que no estoy solo.

En ustedes mi muerte termina de morir.
Años futuros que habremos preparado
conservarán mi dulce creencia en la ternura,
la asamblea del mundo será un niño reunido.

Juan Gelman

da “El juego en que andamos”, 1959, in «Juan Gelman – Poesía reunida», 1956-2010,  Barcelona, Ed. Seix Barral, 2012