Il padiglione sul lago – Wang Wei

Foto di Don Hong-Oai

 

Leggera la barca mi porta
                  incontro all’ospite gentile,
che da gran lontananza
                 viene su per il lago. 
Poi, nella loggia,
                dinanzi a una coppa di vino, 
da ogni lato
                 i fiori di loto si apriranno.

Davanti al balcone,
                  come piú s’increspa
                  la distesa dell’acqua, 
la solitaria luna
                  va errante, senza posa.
Dal fondo della valle
                  sale la voce delle scimmie,
portata dal vento
                 giunge a me nella stanza.

Wang Wei

(Traduzione di Martin Benedikter)

da “Poesie del fiume Wang”, Einaudi, Torino, 1956

Quello che dell’amore resta – Antonella Anedda

Florence Henri, Composition, 1931

 

Tutto era bello quel mattino, privo di colore. Non fu mai più così né
prima né dopo.

Come il visibile scacci di colpo l’invisibile come
lo spettro del tuo viso lasci un alone sul mogano dei mobili.
Quanto, mio amore che amore non sei più resista
il luogo che ci accolse:
minareti con torri di ricordo, ghiaia
per dire come iniziò la storia, come si perse
come ora sia un’ombra attica, altissima, ferma sulla sua stele.

Antonella Anedda

da “Il catalogo della gioia”, Donzelli Poesia, 2003

Autunno – Boris Leonidovič Pasternak

 

Ho lasciato disperdersi i miei cari,
tutti i miei sono da tanto chissà dove,
e, nel cuore e nella natura, tutto
è pieno della solitudine di sempre.

Ed eccomi qui con te in questo capanno,
nel bosco senza nessuno e deserto.
Come nella canzone, i viottoli e i sentieri
già quasi li cancella l’erba.

Ora noi soli guardano
rattristati i muri di tronchi.
Non promettemmo di assaltare ostacoli,
noi periremo a viso aperto.

Ci sediamo all’una e ci alziamo alle tre,
io con un libro, tu con il ricamo,
e all’alba non ci accorgiamo
che abbiamo cessato di baciarci.

Piú sfarzose e piú sfrenate ancora
stormite, scrollatevi, foglie,
e con l’odierna angoscia fate
che trabocchi l’intero calice di ieri.

Attaccamento, trasporto, fascino!
Disperdiamoci nello stormire di settembre!
Immergiti tutta nel fruscio dell’autunno!
Vieni meno o esci di senno!

Tu l’abito lasci andare, cosí,
come il bosco lascia le foglie,
quando cadi nell’abbraccio
con la vestaglia dal fiocco di seta.

Tu sei il bene d’un passo funesto,
quando vivere dà piú nausea d’un male.
Ma la radice della bellezza è l’ardire,
e questo l’un verso l’altra ci attrae.

Boris Leonidovič Pasternak

(Traduzione di Mario Socrate)

da “Il dottor Živàgo”, Feltrinelli, 1957

∗∗∗

Осень

Я дал разъехаться домашним,
Все близкие давно в разброде,
И одиночеством всегдашним
Полно всё в сердце и природе.

И вот я здесь с тобой в сторожке.
В лесу безлюдно и пустынно.
Как в песне, стежки и дорожки
Позаросли наполовину.

Теперь на нас одних с печалью
Глядят бревенчатые стены.
Мы брать преград не обещали,
Мы будем гибнуть откровенно.

Мы сядем в час и встанем в третьем,
Я с книгою, ты с вышиваньем,
И на рассвете не заметим,
Как целоваться перестанем.

Еще пышней и бесшабашней
Шумите, осыпайтесь, листья,
И чашу горечи вчерашней
Сегодняшней тоской превысьте.

Привязанность, влеченье, прелесть!
Рассеемся в сентябрьском шуме!
Заройся вся в осенний шелест!
Замри или ополоумей!

Ты так же сбрасываешь платье,
Как роща сбрасывает листья,
Когда ты падаешь в объятья
В халате с шелковою кистью.

Ты – благо гибельного шага,
Когда житье тошней недуга,
А корень красоты – отвага,
И это тянет нас друг к другу.

Борис Леонидович Пастернак

da “Доктор Живаго”, 1957

La separazione – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

Quasi con invidia leggo le opere dei miei contemporanei
su divorzi, addii, il dolore delle separazioni;
sofferenza, nuovi inizi, piccole morti;
lettere lette e bruciate, bruciare e leggere, fuoco e cultura,
ira e disperazione – magnifica materia per una poesia riuscita;
un duro giudizio, a volte una risata sarcastica di superiorità morale,
e insieme definitivo trionfo della continuità individuale.

E noi? Non ci saranno elegie, né sonetti sulla separazione,
non ci dividerà lo schermo dei versi,
non si porrà fra noi una metafora riuscita,
l’unica separazione che ora ci minaccia è il sonno,
il profondo antro del sonno la cui soglia varchiamo separati,
– e devo sempre ricordare che la tua mano,
stretta nella mia, è fatta di sogni.

Adam Zagajewski 

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi Edizioni, 2012

∗∗∗

Separacja

Niemal z zawiścią czytam utwory moich współczesnych 
o rozwodach, rozstaniach, o bólu separacji;
cierpienie, nowy początek, mała śmierć;
czytanie i palenie listów, palenie i czytanie, ogień i kultura, 
gniew i rozpacz – wspaniały materiał dla udanego wiersza; 
twardy osąd, niekiedy szyderczy śmiech moralnej wyższości, 
a jednocześnie ostateczny tryumf ciągłości osoby.

A my? Nie będzie elegii, sonetów o rozejściu się, 
nie będzie nas dzielił ekran wiersza,
nie stanie między nami udana metafora,
i jedyna separacja, jaka nam teraz zagraża, to sen,
to głęboka jaskinia snu, do której schodzimy osobno
– i zawsze muszę pamiętać, że twoja dłoń,
którą wtedy trzymam, jest zrobiona z marzeń.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999

Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini

Dino Pedriali, Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Pier Paolo Pasolini

da “Poesia in forma di rosa (1961-64)”, Milano, Garzanti, 1964