Il poeta dice la verità – Federico García Lorca

 

Voglio piangere sopra la mia pena
e te lo dico perché tu mi pianga
e m’ami in un tramonto di usignoli
con un pugnale e con baci insieme a te.

Voglio uccidere il solo testimone
presente all’assassinio dei miei fiori
e mutare l’angoscia del mio pianto
in grano duro, in un covone eterno.

Quella matassa mai non si dipani
del t’amo m’ami, di tutto ardore sì!
con decrepito sole e vecchia luna.

Quello che non mi dai non te lo chiedo,
no, ma muoia e di sé non lasci traccia
nell’estremo sussulto della carne.

Federico García Lorca

1935-1936

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Sonetti dell’amore oscuro”, Newton Compton, Roma, 1988

∗∗∗

El poeta dice la verdad

Quiero llorar mi pena y te lo digo
para que tú me quieras y me llores
en un anochecer de ruiseñores,
con un puñal, con hesos y contigo.

Quiero matar al único testigo
para el asesinato de mis flores
y convertir mi llanto y mis sudores
en eterno montón de duro trigo.

Que no se acabe nunca la madeja
del te quiero me quieres, siempre ardida
con decrépito sol y luna vieja.

Que lo que no me des y no te pida
será para la muerte, que no deja
ni sombra por la carne estremecida.

Federico García Lorca 

1935-1936

da “Sonetos”, a cura di M. García Posada, in «ABC», Madrid, 17-3-1984

Ho sceso, dandoti il braccio… – Eugenio Montale

Edward Hopper, Stairway at 48 rue de Lille, Paris 1906

 

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Eugenio Montale

da “Satura”, “Lo Specchio” Mondadori, 1971

Le mani di Elsa – Louis Aragon

E.O. Hoppé, The hands of Tilly Losch

 

Dammi le tue mani per l’inquietudine
Dammi le tue mani di cui tanto ho sognato
Di cui tanto ho sognato nella mia solitudine
Dammi le tue mani perch’io venga salvato

Quando le prendo nella mia povera stretta
Di palmo e di paura di turbamento e fretta
Quando le prendo come neve disfatta
Che mi sfugge dappertutto attraverso le dita

Potrai mai sapere ciò che mi trapassa
Ciò che mi sconvolge e che m’invade
Potrai mai sapere ciò che mi trafigge
E che ho tradito col mio trasalire

Ciò che in tal modo dice il linguaggio profondo
Questo muto parlare dei sensi animali
Senza bocca e senz’occhi specchio senza immagine
Questo fremito d’amore che non dice parole

Potrai mai sapere ciò che le dita pensano
D’una preda tra esse per un istante tenuta
Potrai mai sapere ciò che il loro silenzio
Un lampo avrà d’insaputo saputo

Dammi le tue mani ché il mio cuore vi si conformi
Taccia il mondo per un attimo almeno
Dammi le tue mani ché la mia anima vi s’addormenti
Ché la mia anima vi s’addormenti per l’eternità.

Louis Aragon

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Poesie d’amore”, Crocetti Editore, 1984

***

Les mains d’Elsa 

Donne-moi tes mains pour l’inquiétude
Donne-moi tes mains dont j’ai tant rêvé
Dont j’ai tant rêvé dans ma solitude
Donne-moi te mains que je sois sauvé

Lorsque je les prends à mon pauvre piège
De paume et de peur de hâte et d’émoi
Lorsque je les prends comme une eau de neige
Qui fond de partout dans mes main à moi

Sauras-tu jamais ce qui me traverse
Ce qui me bouleverse et qui m’envahit
Sauras-tu jamais ce qui me transperce
Ce que j’ai trahi quand j’ai tresailli

Ce que dit ainsi le profond langage
Ce parler muet de sens animaux
Sans bouche et sans yeux miroir sans image
Ce frémir d’aimer qui n’a pas de mots

Sauras-tu jamais ce que les doigts pensent
D’une proie entre eux un instant tenue
Sauras-tu jamais ce que leur silence
Un éclair aura connu d’inconnu

Donne-moi tes mains que mon coeur s’y forme
S’y taise le monde au moins un moment
Donne-moi tes mains que mon âme y dorme
Que mon âme y dorme éternellement.

Louis Aragon

da “Le fou d’Elsa”, Édition Gallimard, 1963

«Ancora ti cerco» – Giorgio Peddio

Foto di Anka Zhuravleva

 

Ancora ti cerco
nei tramonti dorati
o nel giaciglio dell’alba
prima che il sole
accenda i suoi raggi di luce
e il giorno respiri
La tua danza è
il moto rotatorio della terra
Tienimi la mano amore
non m’impaurisce la gioia
sei la dolcezza della luna
bianco cigno nel fiume
chiarore di neve
prima dei passi
Oggi per noi l’usignolo
porta nel becco un fiore d’oro
Si riempiono
di bianche stelle gli aranci
sono i sogni delle spose
fioriti sui rami
Ho visitato luoghi di tristezza
tra nuvole nere di pioggia
ho ascoltato ancora una volta
la profonda musica del mondo
mi sono sentito
come una lacrima
sulla guancia del tempo
Oggi per noi l’usignolo porta nel becco
un giglio coperto di brina
Aprimi il tuo petto
amore
mi voglio scaldare.

g.p.

poesie/2013

A Neuffer. Nel marzo 1794. – Friedrich Hölderlin

Dogwood at Valley Forge by Andrew Wyeth, 1941

 

Ancora torna in me la dolce primavera,
Ancora non invecchia il mio lieto cuore infantile,
Ancora scorre la rugiada d’amore dai miei occhi,
Ancora vivono in me della speranza piacere e dolore.

Ancora mi consola, con dolce delizia degli occhi,
Il cielo azzurro e la verde campagna,
Divina, la natura giovane e benevola
Mi porge il calice della vertigine di gioia.

Coraggio! È degna dei dolori, questa vita,
Finché a noi miseri appare il sole di Dio,
E immagini di un tempo migliore si librano sull’anima,
E con noi piange un occhio amico.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Luigi Reitani)

Almanacco e libriccino per le gioie domestiche e sociali 1797

da “Friedrich Hölderlin, Tutte le liriche”, “I Meridiani” Mondadori, 2001

Hölderlin aveva spedito questi versi a Neuffer da Waltershausen nel marzo del 1794, con una lunga lettera in cui ribadiva i suoi intatti sentimenti di amicizia verso l’antico compagno di studi, dopo le «metamorfosi interiori» seguite alla sua partenza dalla Svevia, lasciando l’amico libero di disporre a proprio piacimento della poesia. Neuffer la farà pubblicare nello stesso anno sulla rivista «Die Einsiedlerinn aus den Alpen». La sua ristampa nel 1796, dopo la morte di Rosine Stäudlin e insieme alle due poesie a lei dedicate, con il titolo redazionale di Lebensgenuß  (Piacere della vita), conferirà un nuovo valore ai versi. Nel 1825 Neuffer li riprenderà con il titolo Trost (Consolazione) nel suo Taschenbuch von der Donau, intervenendo arbitrariamente con alcune modifiche.

∗∗∗

An Neuffer. Im Merz. 1794.

Noch kehrt in mich der süße Früling wieder,
Noch altert nicht mein kindischfrölich Herz,
Noch rinnt vom Auge mir der Thau der Liebe nieder,
Noch lebt in mir der Holhung Lust und Schmerz.

Noch tröstet mich mit süßer Augenwaide
Der blaue Himmel und die grüne Flur,
Mir reicht die Göttliche den Taumelkelch der Freude,
Die jugendliche freundliche Natur.

Getrost! es ist der Schmerzen werth, diß Leben,
So lang uns Armen Gottes Sonne scheint,
Und Bilder beßrer Zeit um unsre Seele schweben,
Und ach! mit uns ein freundlich Auec weint.

Friedrich Hölderlin

da “Friedrich Hölderlin: Gedichte”, Stuttgart u. a., 1826

Prima pubblicazione in «Die Einsiedlerinn aus den Alpen. Zur Unterhaltung u. Belehrung für Deutschlands un Helvetiens Töchter», a cura di M.A. Ehrmann, 1794, fascicolo 3, n. 7, Orell, Geßner, Füßli & comp., Zürich 1794, p. 35, firmata Hölderlin; seconda pubblicazione in Almanach und Taschenbuch für haeusliche und gesellschaftl. Freuden 1797, a cura di C. Lang, Guilhaumann-Lang, Frankfurt a. M.-Heilbronn am Nekar 1796, p. 223, firmata Hölderlin.