«Ci siamo sempre amati come se fosse» – Giuseppe Conte

Foto dal film “La Jetée”, 1962

XII

Ci siamo sempre amati come se fosse
per noi incontrarci impossibile.

Forse per questo tutto è stato tra noi vero.
Quando il sole sorge, la luna tramonta;

non possono stare insieme per un intero
giorno due fonti di luce: eppure

niente vale di più che il quasi-mistero
del loro lento, necessario inseguirsi.

Giuseppe Conte

da “Canti di Yusuf Abdel Nur”, in “Canti d’Oriente e d’Occidente”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997

Insieme ancora – Yves Bonnefoy

II

Coppa della fiducia,
Forgiata nell’argilla dei grandi vocaboli,
Ben sappiamo
Che la tua forma è informe, ma che importa,
Amare ci è prova maggiore. Avevo eletta
Nella lieta illusione di un primo giorno,
Una pietra, l’arenaria. O amica mia,
Serbiamole questo bel nome. Prendo la tua mano,
Questo battito al polso è il fiume.

E le nostre mani che si cercano, si trovano, si amano,
Abbiamo forgiato un’altra vita,
La coppa è nata soltanto dai nostri palmi
Che si sfiorano, si urtano, si sovrappongono
In questa creta, il desiderio, nell’amare, questo voto.

Poi, nell’incavo dell’argilla, questi occhi nuovi,
Fu, lo capimmo,
Questo stesso bagliore che avevamo
Amato veder sorgere, presto, fin da prima del giorno,
Da sotto la cima ancora indistinta
Delle nostre montagne basse: e che silenti
Annunci nel metallo in fiamme
Dell’immensa dolcezza che sarebbe stata l’alba!
Alberi apparivano, uno dopo l’altro,
Ancora scuri, si sarebbe detto, da quei segni
Che parevano disegnare su uno sfondo di bruma,
Che un dio benevolo concepisse,
Talmente era perfetta,
Questa terra, per conciliare vita e spirito.
L’anello che non mettemmo al nostro dito,
Lo sia questo luogo,
Evidenza senza prova, sufficiente.

Era reale, ciò che fummo,
Il riccio di un’attesa che un giorno
L’avrebbe aperta, con la sua debole stretta, invincibile?
Blu questa china sotto il nostro sentiero,
Silenziosa la staccionata della nostra soglia,
Alti sono i fumi. Il visibile è l’essere,
E l’essere, ciò che riunisce. O tu, e tu,
Vita nata dalla nostra vita,
Voi mi tendete le mani, che si stringono,
Le vostre dita sono sia l’Uno che il molteplice,
I vostri palmi sono il cielo e le sue stelle.
Siete voi che reggete il grande libro.
Meglio, che lo fate nascere, facendolo riaffiorare,
Pagine cariche di segni, di questo abisso
Che è la cosa in attesa del suo nome.

Mi ricordo.
La notte era stata il bel temporale
Poi, ai corpi scarmigliati
La complice acquiescenza del sonno.
All’alba il bambino è entrato nella stanza.
La mattinata, fu
Capire quanto fossero reali i frutti visti in sogno,
Placabili le seti. E che la luce
Può immobilizzarsi, è la felicità,
Mi ricordo. È ricordarmi?
O è immaginare? Facilmente valicabile
Il confine laggiù fra tutto e nulla.

Yves Bonnefoy

(Traduzione inedita di Fabio Scotto)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Settembre 2016, N. 318, Crocetti Editore

∗∗∗

Ensembre encore

II

Coupe de la confiance,
Façonnée dans l’argile des grands vocables,
Nous savons bien
Que ta forme est informe, mais qu’importe,
Aimer nous prouve plus. J’avais élu
Dans l’illusion heureuse d’un premier jour,
Une pierre, le safre. Ô mon amie,
Gardons-lui ce beau nom. Je prends ta main,
Ce battement au poignet, c’est le fleuve.

Et nos mains se cherchant, se trouvant, s’aimant,
Nous avons façonné une autre vie,
La coupe est née de seulement nos paumes
Se frôlant, se heurtant, se chevauchant
Dans cette glaise, le désir, dans aimer, ce vœu.

Puis, au creux de l’argile, ces yeux nouveaux,
Ce fut, nous le comprîmes,
Cette même lueur que nous avions
Aimé voir sourdre, tôt, dès avant le jour,
De sous la cime encore peu distincte
De nos montagnes basses: et quels apprêts
Silencieux dans le métal en feu
De l’immense douceur que serait l’aube!
Un arbre puis un arbre paraissaient,
Encore noirs, on eût cru, à ces signes
Qu’ils semblaient dessiner sur fond de brume,
Qu’un dieu de bienveillance concevait,
Si parfaite était-elle,
Cette terre, pour concilier esprit et vie.
L’anneau que nous ne mîmes pas à notre doigt,
Ce lieu le soit,
Évidence sans preuve, suffisante.

Était-ce du réel, ce que nous fûmes,
La bogue d’une attente qui la fendrait
Un jour, de sa poussée faible, invincible?
Bleue cette pente au bas de notre chemin,
Silencieuse la barrière de bois de notre seuil,
Hautes sont les fumées. Le visible est l’être,
Et l’être, ce qui rassemble. Ô toi, et toi,
Vie née de notre vie,
Vous me tendez vos mains, qui se réunissent,
Vos doigts sont à la fois l’Un et le multiple,
Vos paumes sont le ciel et ses étoiles.
C’est vous aussi qui tenez le grand livre,
Non, qui le faites naître, le remontant,
Pages chargées de signes, de ce gouffre
Qu’est la chose en attente de son nom.

Je me souviens.
La nuit avait été le bel orage
Puis, aux corps en désordre
L’acquiescement complice du sommeil.
Au jour l’enfant est entré dans la chambre.
La matinée, ce fut
De comprendre réels les fruits vus en rêve,
Apaisables les soifs. Et que la lumière
Peut s’immobiliser, c’est le bonheur.
Je me souviens. Est-ce me souvenir?
Ou est-ce imaginer? Aisément franchissable
La frontière là-bas entre tout et rien.

Yves Bonnefoy

da “Ensemble encore, suivi de Perambulans in noctem”, Mercure de France, 2016

In Italia – Derek Walcott

Luigi Ghirri, Venezia, 1987, dalla serie “Paesaggio italiano”, (1980-1992)

per Paola
I

Il giorno, grigio. L’umore: ardesia. Troppo coperto per nuotare,
a meno che un sole deciso non emerga; e può accadere.
Le nostre mani, come formiche, innalzano biblioteche, archiviano fogli
e pergamene sforacchiate; i nostri libri sono lapidi, un inno ogni poesia.
E quella ragazza italiana, di talento e con un’indole di miele,
scomparsa dai fogli di «Poesia», scomparsa dal selciato umido
di Rimini mentre le formiche scribacchiano, i granchi agitano le chele
e le lapidi si addensano. Era una di quelle adorabili,
adorabile il sorriso, musicali le parole,
così cortese il suo carattere! Svanita come sabbia che si asciuga,
come l’ombra rapida del vento su una spiaggia assolata,
un granchio si ferma e poi prosegue. Come questa formica; questa mano.

II

Era sembrato un tipo trascurabile ma la morte di lei
gli ha inflitto la saggezza; ora ha acquisito
l’autorità del dolore; potevi sentire il suo respiro
e ogni minimo gesto era profondamente affaticato.
Forse è questo che lei gli ha lasciato, una strana
rabbiosa diffidenza al di là della sua resa
e una devozione più profonda di quanto il suo lavoro volesse,
per una bellezza che sembrava così oltre la gittata
del sordo colpo di cannone che l’avrebbe riversata
sul tappeto della camera da letto; è più che
essere rimasto vedovo; stavano per sposarsi.
Ora era distesa, bianca come marmo scomposto, il busto classico
di una dea la cui breve visita ha deliziato la terra.

III
per Giuseppe Cicchelero

Il pino gettò la sua rete per riportare le rondini
ai rami, il loro volo fu breve come quello dei pipistrelli,
i panfili si illuminarono portando Siracusa vicina,
una musica interrotta fluttuava dai battelli.
Al crepuscolo l’anima ondeggia nella nostalgia di casa,
nell’ora arancione il suo profilo è una palma
ispida come un riccio di mare contro un cielo
dove iniziano a pulsare le stelle, l’aperto salmo
di una nube enorme ne assorbiva lentamente la tinta.
I rondoni scagliavano le loro frecce e il fuoco del giorno
infuriava su Cartagine, su Alessandria,
nell’impero del sole tutte le città erano braci,
e nella sua cecità la notte avrebbe scelto
una ragazza dalla visione più ampia, Santa Lucia,
patrona delle palme e dei pini, il cui
alfabeto erano le rondini di Siracusa.

IV

Strade fiancheggiate da muri di cinta con stretti
budelli di ciottoli per vie, quelle città di collina
con francobolli di piazze e un mare appuntato dalla freccia
di un orizzonte tremante, con nomi che non appassiscono
nei secoli e ombre che sono la meridiana del tempo. Luce
più vecchia del vino e una nube come una tovaglia
stesa sotto le foglie per pranzo. Sono venuto tardi
in Italia, ma meglio adesso, forse, che da giovane,
in quell’età mai soddisfatta e dalle gioie ingannevoli,
mentre ora i miei capelli rimano con quelle creste distanti
e le campane sulle colline enumerano i miei errori,
perché non siamo mai dove siamo, ma altrove,
persino in Italia. Questa è la verità sopportabile
della vecchiaia; ma sii grato per quello che hai: quei campi
di girasoli, la luce a brandelli sui colli, la foschia
dell’impercettibile Adriatico, col giorno che spera ancora
in una possibilità, ombre di nubi che scorrono sui pendii.

V

Quei versanti crestati da bastioni e campanili,
le chiome degli olivi, quei pendii di grano mietuto
tra i pioppi lucenti, quei campi di girasoli
con tovaglioli da pranzo simili a mitre di papi,
vicoli dalle lunghe ombre, ripari aperti
vigilati da cipressi svettanti, muri ocra spruzzati
d’ombre, infine le cittadine dalle strade fitte
come una cotta di maglia, col nome di un santo mediocre,
avviluppate in un’unica strada che porta al mare offuscato.
Tutti quei porticcioli, tutti con nomi di santi,
redimono quella tristezza che era la Sicilia
e la stupidità dell’innocenza.
È come la luce siciliana ma col sole e la mia ombra
diversi, un’amarezza come una perdita.
Bevi da quell’amarezza per dimenticare il suo nome,
questa è la misericordia concessa dall’oblio.

VI

Le finestre azzurre, il copriletto color limone,
la consapevolezza che il mare è dietro il corso
con i balconi e le bici, che il traffico gelido
mischia i suoi scarichi all’effimero caffè degli interni,
a lenzuola effimere e alla vista effimera
di alberghi salmastri dalle palme appuntite,
nonostante i quali l’estate è seria,
perché c’è inevitabilmente un addio alle armi:
alla bellezza dai cappelli tempestosi che sparirà.
L’assenza traslata del tuo asse, l’amore
oscilla sul perno del tuo corpo a ogni tremito
del vagone che sfila lungo i tetti e le spiagge
della costa ligure. Le cose perdono il loro equilibrio
e vacillano sotto i colpetti della memoria.
Aspetti una rivelazione, le evoluzioni dei delfini,
aspetti che gli usignoli sciolgano i nodi in gola,
che le campane assolvano i tuoi peccati
come le vele ammainate delle barche al rientro.

VII

I tuoi capelli rossi che attraversavano la casa di Leopardi
lo facevano col loro fuoco modesto e senza fiamma, Maria.
Abbiamo visitato le stanze in soggezione davanti a tanta sofferenza,
tra scale che strozzavano i muri, il cui canto ascendente
era la solitudine e Silvia; sotto travi scure,
sfilando in file funeree davanti ai volumi rilegati,
abbiamo appreso dei sogni storpi del grande poeta
dalla nostra guida – un Caravaggio – e dal suo bianco sorriso.
Sembravi fuori posto tra quella gente: separata, distinta,
appartenevi alle colline di Recanati che la primavera ricopre
di lentiggini. Il tuo corpo sodo e minuto, abbronzato, s’increspava
sotto un motivo a fiori, il tuo sguardo diceva:
«Perché l’amore dev’essere per forza un dolore immenso?
I passeri non sfrecciano pieni di gioia attorno alla casa,
anche se domani arriveranno altri lugubri pellegrini? ».
Poi ho guardato dalla finestra della sua casa
e ho visto, radunati nella piazzetta,
cavalieri schierati per servire il vessillo di capelli rossi,
con le alabarde alzate, su mezzo centinaio di cavalli.

VIII

Anche in Italia non avevo mai visto un posto
simile – riquadri di grano mietuto, pannelli di una messe
recente, frumento forse, colline arate nella luce oscillante
punteggiate dagli olivi e dai cipressi che amo,
il letto sbiancato di un fiume e i campi di girasoli
fuori Urbino, sempre sorprendenti, meglio di quanto avessi letto,
poggi che dolcemente digradano poi dolcemente s’innalzano,
e sopra l’asfalto sfrecciante il finestrino mi ha detto:
«Hai visto l’Umbria, hai ammirato la Toscana, sei rimasto
a bocca aperta davanti all’ampiezza del porto di Genova,
ora ti mostro un finto segreto, hai mai visto
un paesaggio così bello, una strada
altrettanto benedetta?». Ho risposto: «Monterey.
Ci fermammo, persino, per ammirare la luce,
i frangenti, i pini, i ginepri, i cieli distesi
della costa. Se il chicco gettato dal seminatore
nella cartolina produce un tale stupore, un raccolto
così certo, io li ho visti con i miei occhi».

IX

Persino così distante ormai da quell’hotel raccolto e modesto,
dai muri bianchi estivi, dal tintinnio del carretto dei gelati,
dalla pista ciclabile rovente e dalla bottiglia di minerale,
un’altra cartolina da spiaggia mi si stampa sul cuore;
persino così distante, settimane dopo, il prurito della sabbia,
l’Adriatico mi s’appiccica alla schiena e la riveste
di sale ingrigito, riportando madri irascibili e i loro
figli gommosamente vivaci e quanto odiavo tutto
all’inizio, le sdraio a noleggio, mentre un centinaio
di ombrelloni identici enfatizzano il formato
della costa vacanziera e il terrore invincibile
delle famiglie, dove ogni ombra è un’oasi
e ragazze color vaniglia si spalmano la crema sulle cosce
in un’Italia da pubblicità, una felicità di plastica
che dava una soddisfazione reale. Nel fresco della lobby,
i vecchi in ozio. Ero uno di loro ormai.
Studiare i turisti lenti e sovraccarichi era il mio unico hobby,
schiavo di una vescica capricciosa e una terribile flemma.

X

Sono stupefatto dai girasoli che roteano
negli enormi prati verdi sopra il mare indaco,
sbalordito dal loro aureo silenzio, sebbene cantino
con l’impercettibile brusio degli orologi sopra Recanati.
Davvero si voltano verso il tramonto, proprio come un esercito
obbedirebbe agli ultimi ordini di un impero in declino,
ruote bloccate sullo stesso solco prima delle stelle
imbullettate e del fuoco vagante delle lucciole,
poi si afflosciano a terra con lievi tonfi come meteore
esauste? Nella nostra vita altrove, i girasoli
crescono solitari, ma in questa regione costiera
puoi trovare interi campi del loro potere terreno
steso come il mantello di un principe rinascimentale,
le loro insegne avvizziranno, i loro elmi d’oro riempiranno il vuoto;
sono poesie che recitiamo a noi stessi, metafore
della nostra breve gloria, una luce inevitabile
che ai tempi di Blake si chiamava paradiso, ma ora non più.

XI

Se tutte queste parole fossero ciottoli di vari colori,
con pozze dove l’airone azzurro potrebbe abbeverarsi,
un mosaico rivestito e invetriato dalle bolle evanescenti
delle secche, e onde pavesate che marciano al rullo del mare,
se fossero più che segni neri sulla carta bianca
e suoni che i nostri occhi emettono incontrandosi,
sarebbero tutte tue, perché sei tu che dài forma
al capriccio del momento, tuo è il costante benvenuto
della tortorina nel boschetto, la rete che è gettata
sul tremolante letto di pietre dell’insenatura,
e tua è la conchiglia in cui l’orecchio si arriccia,
o un feto in preghiera, profezia e rimpianto.
Qui nell’istanza torrida di un pomeriggio, il cuore
stancante è felice, il mare rovente si corruga come latta,
nelle pozze della marea gli scogli neri sparano
le solite raffiche di triglie nel loro limpido bacino;
questa è l’immobilità e la calura di un luogo segreto,
dove ciò che prende forma in una pozza è il viso di una ragazza.

XII
per Roberta

Non smetterò mai di lodare la luce che svaria
su un muro di cotto a Napoli, nell’imbrunire inafferrabile
che fa avvampare ogni angolo con i lilla e gli arancioni
di un pittore dilettante, la sgargiante Venezia col suo disco
che si dissolve nel Canal Grande quando uno sparo
impercettibile disperde i piccioni, benché Roberta dica
che i loro stormi sono ormai una seccatura ufficiale, e non c’è sibilla
o doge che possa salvarli, nemmeno una statua col suo braccio levato,
o forse si poseranno di nuovo e sulla laguna splendente
tornerà una calma da Canaletto, a Santa Maria della Salute,
con l’imbrunire che increspa l’acqua a colpi di fisarmonica,
per un dio che sferra il tridente? Sento il suono ampliarsi
sotto il rantolo dei vaporetti oltre i ricami
di merletti che, mentre ti avvicini, si mutano in pietra:
si mutano in pietra, mia adorata, mia bellezza scolpita
che fa sbadigliare i leoni sonnolenti e impennare i cavalli di bronzo.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

In Italy

For Paola
I

The day, grey. The mood: slate. Too overcast to swim,
unless a strong sun emerges; which it may.
Our hands, like ants, keep building libraries, storing leaves
and riddling parchment; our books are tombstones, every poem a hymn.
And that honey-natured, gifted Italian girl
gone from the leaves of Poesia, gone from the wet stones
of Rimini as the ants keep scribbling, the crabs keep scuttering, and
the tombstones thicken. She was one of the lovely ones,
lovely in laughter, musical in speech,
so gentle in disposition! Vanished like drying sand,
like the fast shadow of the wind on a sunlit beach,
a crab halts and then continues. Like this ant; this hand.

II

He had seemed negligible but her death
afflicted him with wisdom; now he acquired
authority from pain; you could hear his breath
and the littlest gesture he made was profoundly tired.
Maybe that was what she left him, a strange,
angry diffidence beyond his surrender
and a devotion deeper than his work desired,
for a beauty that had seemed so out of range
of the dull cannon thud that would send her
sprawling on the bedroom carpet; more so
than being merely a widower; they were to be married.
Now she lay white as tousled marble, the classical torso
of a goddess whose brief visit delighted earth.

III
For Giuseppe Cicchelero

The pine flung its net to snare the evening swallows
back to its branches, their flight was brief as bats’,
the yachts lit up and brought Siracusa close,
a broken music drifted from the ferry boats.
At dusk the soul rocks in its homesickness,
in the orange hour its silhouette is a palm
spiky as a sea urchin against the sky
beginning to pulse with stars, the open psalm
of a huge cloud slowly absorbed its dye.
Swifts practised their archery and the day’s fire
roared over Carthage, over Alexandria,
all of the cities were embers in the sun’s empire,
and the night in its blindness would choose a
girl with greater vision, Santa Lucia,
patroness of palm and pine tree whose
alphabet was the swallows of Syracuse.

IV

Roads shouldered by enclosing walls with narrow
cobbled tracks for streets, those hill towns with their
stamp-sized squares and a sea pinned by the arrow
of a quivering horizon, with names that never wither
for centuries and shadows that are the dial of time. Light
older than wine and a cloud like a tablecloth
spread for lunch under the leaves. I have come this late
to Italy, but better now, perhaps, than in youth
that is never satisfied, whose joys are treacherous,
while my hair rhymes with those far crests and the bells
of the hilltop towers number my errors,
because we are never where we are, but somewhere else,
even in Italy. This is the bearable truth
of old age; but count your benedictions: those fields
of sunflowers, the torn light on the hills, the haze
of the unheard Adriatic, while the day still hopes
for possibility, cloud shadows racing the slopes.

V

Those hillsides ridged with ramparts and bell towers,
the crests of olives, those wheat-harvested slopes
through glittering aspens, those meadows of sunflowers,
with luncheon napkins like the mitres of popes,
lanes with long shadows, wide open retreats
guarded by leaping cypresses, shade-splashed ochre
walls, then the towns themselves with streets
as close as chain-mail, named after some mediocre
saint, coiling as one road down to the hazed sea.
All of those little ports, all named for saints,
redeem the sadness that was Sicily
and the stupidity of innocence.
It is like Sicilian light but not the same
sun or my shadow, a bitterness like a loss.
Drink of its bitterness to forget her name,
that is the mercy oblivion allows.

VI

The blue windows, the lemon-coloured counterpane,
the knowing that the sea is behind the avenue
with balconies and bicycles, that the gelid traffic
mixes its fumes with coffee-transient interiors,
transient bedsheets, and the transient view
of sea-salted hotels with spiky palms,
in spite of which summer is serious,
since there is inevitably a farewell to arms:
to the storm-haired beauty who will disappear.
The shifted absence of your axis, love
wobbles on your body’s pivot, to the carriage’s
shudder as it glides past the roofs and beaches
of the Ligurian coast. Things lose their balance
and totter from the small blows of memory.
You wait for revelations, for leaping dolphins,
for nightingales to loosen their knotted throats,
for the bell in the tower to absolve your sins
like the furled sails of the homecoming boats.

VII

As your red hair moved through Leopardi’s house,
it was with its modest, flameless fire, Maria.
We toured its rooms in awe of such suffering, whose
stairs constricted its walls, whose climbing aria
was Silvia and solitude; under dark beams,
passing bound volumes in funereal file,
we heard of the great poet’s crippled dreams
from our Caravaggio guide and her white smile.
You seemed wrong for the crowd: separate, distinct,
you belonged to the spring-freckled hills outside
Recanati. Your pert, tanned body wrinkled
under its floral print, your look said:
«Why must they feel that love is a great sorrow?
Don’t sparrows dart with joy around this house,
though more lugubrious pilgrims come tomorrow?»
Then I looked from the window of his house
and saw, assembled in the little square,
knights ranked to serve the banner of red hair,
their halberds raised, on half a hundred horse.

VIII

Also in Italy I’d never seen anywhere quite
like it—these squares of harvested wheat, panels of
a green crop, maybe corn, tilled hills in rolling light,
dotted with olive and the cypress that I love,
a bleached river-bed and fields of always surprising
sunflowers around Urbino, like nothing I had read,
small hills gently declining then gently rising,
and above the rushing asphalt the window said:
«You have seen Umbria, admired Tuscany,
and gaped at the width of the harbour at Genoa,
now I show you an open secret, do you know any
landscape as lovely as this, do you know a
drive as blest as this one?» I said: «Monterey.
We stopped the car, too, to take in the light,
the breakers, juniper, pine, and the unfolding skies
of the coast. If the grain flung by the sower
in the card brings such astonishment, such a sure
harvest, I have seen them with my own eyes.»

IX

Even this far now from that compact, modest hotel,
white walls of summer, tinkle of the ice-cream cart,
baking bicycle path and mineral water bottle,
another beach postcard stamps itself on my heart;
even this far, weeks later, the itch of sand,
the Adriatic sticks to my back, plating it
with greying salt, bringing irascible mothers and
their rubber-bright children and hating it
at first, the rented chairs, while a hundred
identical iron umbrellas emphasize the size
of the holiday coast and the invincible dread
of families, where each shadow is an oasis
and vanilla-coloured girls rub cream on their thighs
in an advertisement Italy, a plastic happiness
that brought actual content. In the cool lobby,
the elderly idle. I was now one of them.
Studying the slow, humped tourists was my only hobby,
racked now by a whimsical bladder and terrible phlegm.

X

I am astonished at the sunflowers spinning
in huge green meadows above the indigo sea,
amazed at their aureate silence, though they sing
with the inaudible hum of the clocks over Recanati.
Do they turn to face the dusk, just as an army
might obey the last orders of a sinking empire,
their wheels stuck in one rut before the small studs
of stars and the fireflies’ meandering fire,
then droop like exhausted meteors in soft thuds
to the earth? In our life elsewhere, sunflowers
come singly, but in this coastal province
there can be entire fields of their temporal powers
spread like the cloak of some Renaissance prince,
their banners will wilt, their gold helms fill the void;
they are poems we recite to ourselves, metaphors
of our brief glory, a light we cannot avoid
that was called heaven in Blake’s time, but not since.

XI

If all these words were different-coloured pebbles,
with little pools that the blue heron might drink from,
a mosaic sheeted and glazed by the vanishing bubbles
of the shallows, and bannered waves marching to the sea’s drum,
if they were more than black marks on white paper,
and sounds that our eyes make upon their meeting,
they would be all yours, since you are the shaper
of the instant’s whim, yours is the steady greeting
of the ground dove in the grove, the net that is hurled
over the wobbling stone bed of the inlet,
and yours is the shell in which an ear is curled
or a praying foetus, prophecy and regret.
Here on the blazing instance of an afternoon, the tiring
heart is happy, the hot sea crinkles like tin,
in the tide pools the black rocks are firing
their usual volleys of mullet in their clear basin;
this is the stillness and heat of a secret place,
where what shapes itself in a rock-pool is a girl’s face.

XII
For Roberta

Over and over I will praise the light that ranges
over a terra-cotta wall in Naples, in the ungraspable dusk
that makes every corner flare with the lilacs and oranges
of an amateur painter, praise lurid Venice with its disc
dissolving in the Grand Canal when an inaudible
gunshot scatters the pigeons although Roberta says
that their flocks are now an official nuisance and no sibyl
or Doge can save them, no statue with her lifted arm,
or will they settle again and a Canaletto calm
return to the shining lagoon, to Santa Maria della Salute,
dusk rippling the water with accordion strokes,
from a god striking his trident? I hear the widening sound
under the rattle of vaporettos past handiworks
of lace that, as you warp nearer, turn into stone:
turn into stone, cherished one, my carved beauty
who makes drowsing lions yawn and bronze stallions frisk.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

Altazor, Canto II – Vicente Huidobro

Antonio Mora, En Las Nubes

 

Donna, il mondo è arredato dai tuoi occhi
Si fa più alto il cielo in tua presenza
La terra si prolunga di rosa in rosa 
E l’aria si prolunga di colomba in colomba

Andandotene lasci una stella al tuo posto
Lasci cadere le tue luci come la nave  che passa 
Mentre ti segue il mio canto stregato
Come un serpente fedele e malinconico
E tu giri la testa dietro a qualche astro 

Quale combattimento si scatena nello spazio?
Quelle lance di luce fra i pianeti
Riflesso di spietate armature
Quale stella sanguinaria non vuole cedere il passo?
Dove sei triste nottambula
Donatrice d’infinito
Che passeggi nel bosco dei sogni

Eccomi qui perduto tra mari deserti
Solo come la piuma che cade di notte da un uccello 
Eccomi qui in una torre di gelo
Coperto dal ricordo delle tue labbra marittime
Dal ricordo della tua compiacenza e della tua chioma
Luminosa e sciolta come i fiumi di montagna
Diventeresti cieca avendoti Dio dato queste mani?
Te lo chiedo ancora

L’arco delle tue sopracciglia teso per le armi degli occhi
Nell’offensiva alata vincitrice sicura con orgoglio di fiore
Ti parlano per me le  pietre colpite
Ti parlano per me le onde di uccelli senza cielo
Ti parla per me il colore dei paesaggi senza vento
Ti parla per me il gregge di pecore taciturne
Addormentato nella tua memoria
Ti parla per me il ruscello scoperto
L’erba che sopravvive legata all’avventura
Avventura di luce e sangue d’orizzonte
Senz’altro riparo che un fiore che si spegne
Se c’è un po’ di vento

Le pianure si perdono sotto la tua fragile grazia
Si perde il mondo sotto il tuo procedere visibile
Poiché tutto è artificio quando ti presenti
Con la tua luce pericolosa
Innocente armonia senza affanno né oblio
Elemento di lacrima che ruota verso l’interno
Costruito di timore altero e di silenzio

Fai dubitare il tempo
E il cielo con istinti di infinito
Lontano da te tutto è mortale
Getti l’agonia sulla terra umiliata dalle notti
Solo ciò che pensa a te ha sapore di eternità

Ecco qui la tua stella che passa
Con il tuo respiro di lontane fatiche
Con i tuoi gesti e il tuo modo di camminare
Con lo spazio magnetico che ti saluta
Che ci separa con chilometri di notte

Ti avverto tuttavia che siamo cuciti
Alla stessa stella
Siamo cuciti dalla stessa musica tesa
Dall’uno all’altro
Dalla stessa ombra gigante agitata come un albero
Dobbiamo essere questo pezzo di cielo
Questa parte in cui vive l’avventura misteriosa
L’avventura del pianeta che esplode in petali di sogno

Invano cercheresti di evitare la mia voce
E di superare i muri dei miei elogi
Siamo cuciti dalla stessa stella
Sei legata all’usignolo delle lune
Che ha in gola un rituale sacro

Che m’importa dei segni della notte
E della radice e dell’eco funebre che hanno nel mio petto
Che m’importa dell’enigma luminoso
Degli emblemi che illuminano il destino
E di quelle isole che viaggiano nel caos senza meta per i miei occhi
Che m’importa di quella paura di fiore nel vuoto
Che m’importa del nome del nulla
Il nome del deserto infinito
O della volontà o del destino che rappresentano
E se in quel deserto ogni stella è un desiderio di oasi
O bandiera di presagio e di morte

Ho una mia atmosfera nel tuo respiro
La fantastica sicurezza del tuo sguardo con le sue intime costellazioni
Con il suo stesso linguaggio di seme
La tua fronte luminosa come un anello di Dio
Più salda di ogni cosa nella flora del cielo
Senza vortici dell’universo che si imbizzarrisce
Come un cavallo a causa della sua ombra nell’aria

Ti chiedo ancora
Diventeresti muta avendoti Dio dato questi occhi?

Ho questa tua voce per ogni difesa
Questa voce che esce da te con battiti del cuore
Questa voce in cui cade l’eternità
E si rompe in frammenti di sfere fosforescenti
Cosa sarebbe la vita se tu non fossi nata?
Una cometa senza mantello che muore di freddo

Ti ho trovata come una lacrima in un libro dimenticato
Con il tuo nome percettibile già prima nel mio cuore
Il tuo nome fatto dal rumore delle colombe che volano
Porti in te il ricordo di altre vite più grandi
Di un Dio trovato da qualche parte
E ricordi in fondo a te stessa che eri tu
L’uccello del passato nella chiave del poeta

Sogno in un sogno sommerso
La chioma che si raccoglie crea il giorno
La chioma che si scioglie crea la notte
La vita si contempla nell’oblio
Solo i tuoi occhi vivono nel mondo
L’unico sistema planetario senza stanchezza

Chiara pelle ancorata sulle alture
Estranea a qualsiasi inganno e stratagemma
Concentrata nella sua forza di luce
Dopo di te la vita ha paura
Perché sei la profondità di ogni cosa
Il mondo diviene solenne quando passi
Si sentono cadere lacrime dal cielo
E cancelli nell’anima dormiente
L’amarezza di essere vivo
Diventa leggero il mondo sulle spalle

La mia felicità è sentire il rumore del vento fra i tuoi capelli
(Riconosco questo rumore da lontano)
Quando le navi affondano e il fiume trascina tronchi d’albero
Sei una lampada di carne nella tempesta
Con i capelli sparsi al vento
I tuoi capelli dove il sole cerca i suoi sogni migliori
La mia felicità è guardarti solitaria sul divano del mondo
Come la mano di una principessa assonnata
Con i tuoi occhi che richiamano un pianoforte di odori
Una bevanda di parossismi
Un fiore che va perdendo il suo profumo
I tuoi occhi ipnotizzano la solitudine
Come la ruota che continua a girare dopo la catastrofe

La mia felicità è guardarti quando ascolti
II raggio di luce che cammina verso il fondo dell’acqua
E resti a lungo sospesa
Tante stelle passate nel setaccio del mare
Allora nulla dà una simile emozione
Né un albero di nave che chiede vento
Né un cieco aeroplano che palpa l’infinito
Né la magra colomba addormentata su un lamento
Né l’arcobaleno con le ali sigillate
Più bello della parabola di un verso
La parabola distesa come un ponte notturno di anima in anima

Nata in tutti i luoghi su cui poso gli occhi
Con la testa alzata
E i capelli al vento
Sei più bella del nitrito di un puledro sulla montagna
Della sirena di una nave che lascia uscire tutta la sua anima
Di un faro nella nebbia che cerca chi salvare
Sei più bella della rondine attraversata dal vento
Sei il rumore del mare in estate
Sei il rumore di una via affollata colma di meraviglia

La mia gloria è nei tuoi occhi
Vestita dello splendore dei tuoi occhi e della loro luce interna
Sono seduto nell’angolo più sensibile del tuo sguardo
Nel silenzio estatico di ciglia immobili
Un presagio sta affiorando dal profondo dei tuoi occhi
E un vento d’oceano agita le tue pupille

Niente è paragonabile a questa leggenda di semi lasciata dalla tua presenza
A questa voce che cerca un astro morto da riportare in vita
La tua voce crea un impero nello spazio
E questa mano che si alza in te come volesse appendere soli nell’aria
E questo sguardo che descrive mondi nell’infinito
E questa testa che si piega per ascoltare un mormorio nell’eternità
E questo piede che è la festa dei sentieri incatenati

E queste palpebre dove si arenano le scintille dell’etere
E questo bacio che gonfia la prua delle tue labbra
E questo sorriso come un vessillo davanti alla tua vita
E questo segreto che conduce le maree del tuo petto
Addormentato all’ombra dei tuoi seni

Se tu morissi
Le stelle nonostante la loro lampada accesa
Perderebbero il cammino
Che ne sarebbe dell’universo?

Vicente Huidobro

(Traduzione di Gabriele Morelli)

da “Viaggi siderali”, Editoriale Jaca Book, Milano, 1995

∗∗∗

Altazor, Canto II

Mujer el mundo está amueblado por tus ojos
Se hace más alto el cielo en tu presencia
La tierra se prolonga de rosa en rosa
Y el aire se prolonga de paloma en paloma

Al irte dejas una estrella en tu sitio
Dejas caer tus luces como el barco que pasa
Mientras te sigue mi canto embrujado
Como una serpiente fiel y melancólica
Y tú vuelves la cabeza detrás de algún astro

¿Qué combate se libra en el espacio?
Esas lanzas de luz entre planetas

Reflejo de armaduras despiadadas
¿Qué estrella sanguinaria no quiere ceder el paso?
En dónde estás triste noctámbula
Dadora de infinito
Que pasea en el bosque los sueños

Heme aquí perdido entre mares desiertos
Solo como la pluma que se cae de un pájaro en la noche
Heme aquí en una torre de frío
Abrigado del recuerdo de tus labios marítimos
Del recuerdo de tus complacencias y de tu cabellera
Luminosa y desatada como los ríos de la montaña
¿Irías a ser ciega que Dios te dio esas manos?
Te pregunto otra vez

El arco de tus cejas tendido para las armas de los ojos
En la ofensiva alada vencedora segura con orgullos de flor
Te hablan por mí las piedras aporreadas
Te hablan por mí las olas de pájaros sin cielo
Te habla por mí el color de los paisajes sin viento
Te habla por mí el rebaño de ovejas taciturnas

Dormido en tu memoria
Te habla por mí el arroyo descubierto
La yerba sobreviviente atada a la aventura
Aventura de luz y sangre de horizonte
Sin más abrigo que una flor que se apaga
Si hay un poco de viento

Las llanuras se pierden bajo tu gracia frágil
Se pierde el mundo bajo tu andar visible
Pues todo es artificio cuando tú te presentas
Con tu luz peligrosa
Inocente armonía sin fatiga ni olvido
Elemento de lágrimas que rueda hacia adentro
Construido de miedo altivo y de silencio.

Haces dudar al tiempo
Y al cielo con instintos de infinito
Lejos de ti todo es mortal
Lanzas la agonía por la tierra humillada de noches
Sólo lo que piensa en ti tiene sabor a eternidad

He aquí tu estrella que pasa
Con tu respiración de fatigas lejanas
Con tus gestos y tu modo de andar

Con el espacio magnetizado que te saluda
Que nos separa con leguas de noche

Sin embargo te advierto que estamos cosidos
A la misma estrella
Estamos cosidos por la misma música tendida
De uno a otro
Por la misma sombra gigante agitada como árbol
Seamos ese pedazo de cielo
Ese trozo en que pasa la aventura misteriosa
La aventura del planeta que estalla en pétalos de sueño

En vano tratarías de evadirte de mi voz
Y de saltar los muros de mis alabanzas
Estamos cosidos por la misma estrella

Estás atada al ruiseñor de las lunas
Que tiene un ritual sagrado en la garganta

Qué me importan los signos de la noche
Y la raíz y el eco funerario que tengan en mi pecho
Qué me importa el enigma luminoso
Los emblemas que alumbran el azar
Y esas islas que viajan por el caos sin destino a mis ojos
Qué me importa ese miedo de flor en el vacío
Qué me importa el nombre de la nada
El nombre del desierto infinito
O de la voluntad o del azar que representan
Y si en ese desierto cada estrella es un deseo de oasis
O banderas de presagio y de muerte

Tengo una atmósfera propia en tu aliento
La fabulosa seguridad de tu mirada con sus constelaciones íntimas
Con su propio lenguaje de semilla
Tu frente luminosa como un anillo de Dios
Más firme que todo en la flora del cielo
Sin torbellinos de universo que se encabrita
Como un caballo a causa de tu sombra en el aire

Te pregunto otra vez
¿Irías a ser muda que Dios te dio esos ojos?

Tengo esa voz tuya para toda defensa
Esa voz que sale de ti en latidos de corazón
Esa voz en que cae la eternidad
Y se rompe en pedazos de esferas fosforescentes

¿Qué sería la vida si no hubieras nacido?
Un cometa sin manto muriéndose de frío

Te hallé como una lágrima en un libro olvidado
Con tu nombre sensible desde antes en mi pecho

Tu nombre hecho del ruido de palomas que se vuelan
Traes en ti el recuerdo de otras vidas más altas
De un Dios encontrado en alguna parte
Y al fondo de ti misma recuerdas que eras tú
El pájaro de antaño en la clave del poeta

Sueño en un sueño sumergido
La cabellera que se ata hace el día
La cabellera al desatarse hace la noche
La vida se contempla en el olvido
Sólo viven tus ojos en el mundo
El único sistema planetario sin fatiga
Serena piel anclada en las alturas
Ajena a toda red y estratagema
En su fuerza de luz ensimismada
Detrás de ti la vida siente miedo
Porque eres la profundidad de toda cosa
El mundo deviene majestuoso cuando pasas
Se oyen caer lágrimas del cielo
Y borras en el alma adormecida
La amargura de ser vivo
Ha hace liviano el orbe en las espaldas

Mi alegría es oír el ruido del viento en tus cabellos
(Reconozco ese ruido desde lejos)
Cuando las barcas zozobran y el río arrastra troncos de árbol
Eres una lámpara de carne en la tormenta
Con los cabellos a todo viento
Tus cabellos donde el sol va a buscar sus mejores sueños
Mi alegría es mirarte en el diván del mundo
Como la mano de una princesa soñolienta
Con tus ojos que evocan un piano de olores
Una bebida de paroxismos
Una flor que está dejando de perfumar
Tus ojos hipnotizan la soledad
Como la rueda que sigue girando después de la catástrofe

Mi alegría es mirarte cuando escuchas
Ese rayo de luz que camina hacia el fondo del agua
Y te quedas suspensa largo rato

Tantas estrellas pasadas por el harnero del mar
Nada tiene entonces semejante emoción
Ni un mástil pidiendo viento
Ni un aeroplano ciego palpando el infinito
Ni la paloma demacrada dormida sobre un lamento
Ni el arco iris con las alas selladas
Más bello que la parábola de un verso
La parábola tendida en puente nocturno de alma a alma

Nacida en todos los sitios donde pongo los ojos
Con la cabeza levantada
Y todo el cabello al viento
Eres más hermosa que el relincho de un potro en la montaña
Que la sirena de un barco que deja escapar toda su alma
Que un faro en la neblina buscando a quién salvar
Eres más hermosa que la golondrina atravesada por el viento
Eres el ruido del mar en verano
Eres el ruido de una calle populosa llena de admiración

Mi gloria está en tus ojos
Vestida del lujo de tus ojos y de su brillo interno
Estoy sentado en el rincón más sensible de tu mirada
Bajo el silencio estático de inmóviles pestañas
Viene saliendo un augurio del fondo de tus ojos
Y un viento de océano ondula tus pupilas

Nada se compara a esa leyenda de semillas que deja tu presencia
A esa voz que busca un astro muerto que volver a la vida
Tu voz hace un imperio en el espacio
Y esa mano que se levanta en ti como si fuera a colgar soles en en el aire
Y ese mirar que escribe mundos en el infinito
Y esa cabeza que se dobla para escuchar un murmullo en la eternidad
Y ese pie que es la fiesta de los caminos encadenados.
Y esos párpados donde vienen a vararse las centellas del éter
Y ese beso que hincha la proa de tus labios
Y esa sonrisa como un estandarte al frente de tu vida
Y ese secreto que dirige las mareas de tu pecho
Dormido a la sombra de tus senos

Si tú murieras
Las estrellas a pesar de su lámpara encendida
Perderían el camino
¿Qué sería del universo?

Vicente Huidobro

da “Obra selecta”, Fundacion Biblioteca Ayacuch, 1989

«Ora che capovolta è la clessidra» – Cristina Campo

 

Ora che capovolta è la clessidra,
che l’avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo: là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un eterno rosa
vibravano le mani, denudate di fiori.

Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.

Cristina Campo

da “Passo d’addio”, “All’Insegna del pesce d’oro”, Scheiwiller, Milano, 1956