«Felice chi è diverso» – Sandro Penna

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.

Sandro Penna

da “Appunti”, 1938–1949, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1987

Due nel crepuscolo – Eugenio Montale

Foto di Emmanuel Sougez

 

Fluisce fra te e me sul belvedere
un chiarore subacqueo che deforma
col profilo dei colli anche il tuo viso.
Sta in un fondo sfuggevole, reciso
da te ogni gesto tuo; entra senz’orma,
e sparisce, nel mezzo che ricolma
ogni solco e si chiude sul tuo passo:
con me tu qui, dentro quest’aria scesa
a sigillare
il torpore dei massi.
                                       Ed io riverso
nel potere che grava attorno, cedo
al sortilegio di non riconoscere
di me più nulla fuor di me; s’io levo
appena il braccio, mi si fa diverso
l’atto, si spezza su un cristallo, ignota
e impallidita sua memoria, e il gesto
già più non m’appartiene;
se parlo, ascolto quella voce attonito,
scendere alla sua gamma più remota
o spenta all’aria che non la sostiene

Tale nel punto che resiste all’ultima
consunzione del giorno
dura lo smarrimento; poi un soffio
risolleva le valli in un frenetico
moto e deriva dalle fronde un tinnulo
suono che si disperde
tra rapide fumate e i primi lumi
disegnano gli scali.

                                       … le parole
tra noi leggere cadono. Ti guardo
in un molle riverbero. Non so
se ti conosco; so che mai diviso
fui da te come accade in questo tardo
ritorno. Pochi istanti hanno bruciato
tutto di noi: fuorché due volti, due
maschere che s’incidono, sforzate,
di un sorriso.

Eugenio Montale

da “La bufera e altro”, 1956, in “Tutte le poesie”, I Meridiani  Mondadori, 1984

Una collina – Anthony Hecht

Foto di Bruno La Pietra

 

In Italia, dove cose così sanno accadere,
una volta ho avuto una visione – ma, capirete,
in nulla come quelle di Dante, o dei santi,
forse per niente una visione. Con amici
procedevo adagio in una piazza calda di sole,
di primo mattino. Una radiosa tarsia d’ombre
dagli ombrelloni si spargeva sul selciato, faceva
lucenti bassifondi dove una flottiglia
di carri era ormeggiata. Libri, monete, mappe
antiche, paesaggi da due soldi, orribili stampe
religiose erano in vendita. I colori, i rumori,
come le mani in volo, erano gesti di giubilo,
così che anche le contrattazioni
giungevano all’orecchio come volubile religiosità.
Poi, quando accadde, i rumori caddero improvvisi,
si fece scuro; svanirono carretti e gente
e perfino l’imponente Palazzo Farnese
era scomparso, con tutti i suoi marmi; al suo posto
una collina color topo e brulla. Faceva assai freddo,
quasi gelava, e prometteva neve.
Gli alberi erano ferrivecchi affastellati
contro un muro d’officina. Niente vento,
e il solo suono per un po’ fu lo scrocchiare fino
del ghiaccio rotto nel fango dal mio passo.
Vidi una striscia di tela impigliata a una siepe,
non altro segno di vita. E poi udii
come lo schiocco di una schioppettata. Un cacciatore,
pensai; almeno non sono solo. Ma subito
seguì il soffice schianto cartaceo
di un grosso ramo che crollava a terra non visto.

Fu tutto, se non per il gelo e il silenzio
che promettevano di durare in eterno, come la collina.

Anthony Hecht

(Traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan)

da “Le ore dure”, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

A Hill

In Italy, where this sort of thing can occur,
I had a vision once-though you understand
It was nothing at all like Dante’s, or the visions of saints,
And perhaps not a vision at all. I was with some friends,
Picking my way through a warm sunlit piazza
In the early morning. A clear fretwork of shadows
From huge umbrellas littered the pavement and made
A sort of lucent shallows in which was moored
A small navy of carts. Books, coins, old maps,
Cheap landscapes and ugly religious prints
Were all on sale. The colors and noise
Like the flying hands were gestures of exultation,
So that even the bargaining
Rose to the ear like a voluble godliness.
And then, when it happened, the noises suddenly stopped,
And it got darker; pushcarts and people dissolved
And even the great Farnese Palace itself
Was gone, for all its marble; in its place
Was a hill, mole-colored and bare. It was very cold,
Close to freezing, with a promise of snow.
The trees were like old ironwork gathered for scrap
Outside a factory wall. There was no wind,
And the only sound for a while was the little click
Of ice as it broke in the mud under my feet.
I saw a piece of ribbon snagged on a hedge,
But no other sign of life. And then I heard
What seemed the crack of a rifle. A hunter, I guessed;
At least I was not alone. But just after that
Came the soft and papery crash
Of a great branch somewhere unseen falling to earth.

And that was all, except for the cold and silence
That promised to last forever, like the hill.

Anthony Hecht

da “The hard hours: poems”, Atheneum, 1967

 

Tristia – Osip Ėmil’evič Mandel’štam

Foto di Katia Chausheva

 

Io so la scienza dei commiati, appresa
fra lamenti notturni e chiome sciolte.
Stan ruminando i buoi, dura l’attesa:
ultim’ora di veglia delle scolte
cittadine; e mi piego al rito della notte
dei galli, quando – in spalla il carico di strazio
del viaggio – guardavano lontano umidi occhi,
e pianto di donne al canto si univa delle muse.

Chi, alla parola «commiato», sa quale
distacco giungerà per noi fra poco,
che cosa presagisce lo strepito dei galli
mentre la fiamma arde sull’acropoli,
e perché all’alba di una vita nuova,
mentre il bue rumina pigro nell’andito,
il gallo, araldo della vita nuova,
sulla cinta muraria sbatte le ali?

E amo il filato, amo la tessitura:
il fuso ronza, va su e giú la spola.
Guarda: scalza, leggera come fosse peluria
di cigno, Delia già incontro ti vola.
O gramo ordito del vivere nostro,
che povera è la lingua della gioia!
Tutto fu in altri tempi, tutto sarà di nuovo;
solo ci è dolce l’attimo del riconoscimento.

Ma cosí sia: giace in un lindo piatto
d’argilla una traslucida figura,
come una pelle stesa di scoiattolo,
e a scrutare la cera una ragazza è curva.
Non sta a noi trarre auspici sul greco Erebo:
la cera è per le donne ciò ch’è il bronzo per l’uomo.
Noi sfidiamo la sorte dei guerrieri;
destino è ch’esse traendo auspici muoiano.

Osip Ėmil’evič Mandel’štam

1918

(Traduzione di Remo Faccani)

da “Osip Ėmil’evič Mandel’štam, Ottanta Poesie”, Einaudi, Torino, 2009

Metro: pentapodia giambica; quattro strofe di otto versi ciascuna, rimati AbAbCdCd, EfEfGhGh… Ogni strofa, in sostanza, è scomponibile in due quartine a rime alterne; ma il primo verso della seconda strofa riprende in uscita il vocabolo rasstavan´e (al nominativo), dando vita a una rima che in definitiva è la stessa dei vv. 1 e 3. Per giunta, nelle uscite del secondo e quarto verso delle ultime tre strofe troviamo sempre desinenze verbali (terza persona singolare del presente indicativo) in –ít. La rima novoj žizni : novoj žizni (vv. 13 e 15), che è “tautologica”, benché segnata da un «profondo contrasto semantico» (Ronen, p. 200) – «(una) vita nuova : (la) vita nuova» –, contiene un riferimento, perlomeno lessicale, alla Vita nova dantesca; e vi si potrebbe anche cogliere, forse, un ulteriore atto di ossequio e devozione nei confronti dell’Alighieri, che nel Paradiso, come si sa, fa rimare il nome Cristo solo con se stesso. Cfr. per altro la suite lirica Beatriče [Beatrice] di Gumilëv, pubblicata per la prima volta nel 1909, in cui i nomi Dante e Beatriče sono posti sempre in fine di verso.
Tristia è la lirica eponima della seconda raccolta di versi di Mandel´štam (1922), ripubblicata come Vtoraja kniga [Il secondo libro] nel ’23; e presenta, fin dal titolo, una densa stratificazione – una deriva quasi – di echi, reminiscenze, citazioni. Nella prima strofa si sovrappongono il ricordo dell’ultima notte di Ovidio a Roma, in attesa dell’alba che l’avrebbe visto partire verso la terra dell’esilio, la Scizia (Tristia I, 3 ), e il ricordo dei giorni che avevano preceduto la partenza di Tibullo per l’Oriente (ma il poeta, come sappiamo, non andò oltre l’odierna Corfú), al seguito di Messalla (Carmina I, 3). Nel secondo caso, Mande´štam si valse – sottolineano i commentatori – della «libera traduzione» di Batjuškov, Èlegija iz Tibulla [Un’elegia di Tibullo]; è evidente però che egli non perse mai di vista il testo latino.
v. 1: «Io so la scienza dei commiati, appresa…» traduce il russo «Ja izučil nauku rasstavan´ja» (lett.: ‘Ho studiato/appreso la scienza del dirsi addio, del separarsi’ da qualcuno). Il testo originale contiene una figura etimologica (izučil e nauku hanno la stessa radice: -uč-/-uk-), non facilmente percepibile ormai alla maggioranza dei lettori. Con «so» e «scienza» la versione italiana cerca di salvare perlomeno il legame fonico e semantico tra le due parole russe. C’è da precisare che nauka, oltre al significato piú comune di ‘scienza’, ne possiede altri: ‘tecnica’, ‘esercizio’, ‘maestria’ e simili. Per esempio, il titolo russo dell’ovidiana Ars amatoria è quasi sempre Nauka ljubvi [lett.: La “scienza” dell’amore]; e Puškin, nell’Evgenij Onegin (cap. I, strofa VII), definirà il tema dell’opera di Ovidio «scienza della tenera passione» («nauka strasti nežnoj»). D’altra parte, cosí Brodskij traduce il primo verso di quello che egli definisce «the most Roman poem» di Mandel´štam: «I’ve mastered the great craft of separation…» (BLO, p. 128; cfr. anche BCP, p. 499).
v. 3: «Stan ruminando i buoi»; la frase, certo, designa il lentissimo, vischioso scorrere del tempo; ma a giudicare dal successivo v. 14 si ha l’impressione che preannunci anche l’eterna, immutabile “Sarmazia-Russia” verso cui Ovidio è sul punto di intraprendere il suo viaggio, e in forma velata, obliqua, metonimica anticipi l’ambiente in cui il poeta esule sarà costretto a vivere.
vv. 4-5: «ultim’ora di veglia…»; piú lett.: ‘ultim’ora delle vigiliae cittadine’, dei turni di guardia svolti dalle sentinelle romane nell’arco della notte.
Con la proposizione ellittica «in spalla … del viaggio» (vv. 6-7) ho tradotto la subordinata del testo russo «podnjav dorožnoj skorbi gruz» (ossia, lett.: ‘sollevato, messo in spalla il carico, il fardello di pena’), che ha per soggetto grammaticale gli «umidi occhi» dell’esule dolente, indicato con una sineddoche. Quella subordinata, in un contesto che rinvia all’antica Roma, lí per lí ha quasi il timbro di un ablativo assoluto latino.
La cascata delle domande retoriche della seconda strofa prende avvío, si direbbe, dal Tjutčev di «Uvy, čto našego neznan´ja» [«Di questa nostra ignarità che cosa»]: «Uvy, čtó našego neznan´ja | I bespomoščnej i grustnej? | Kto smeet molvit´: do svidan´ja | Črez bezdnu dvuch ili trech dnej» («Di questa nostra ignarità, che cosa, | ahimè, è piú triste e piú impotente? | Chi oserà dire Arrivederci | oltre l’abisso di due, di tre giorni?»; cfr. TL, p. 188).
v. 14: «nell’andito» corrisponde al russo «v senjach»: il termine seni (che fa parte della categoria dei pluralia tantum), nel mondo contadino della “vecchia” Russia, designava una specie di ingresso, di vestibolo piú o meno ampio da cui si passava nella stanza principale dell’isba, e che specialmente nei mesi freddi poteva servire da riparo ad animali domestici. In una visione quasi chagalliana, Mandel´štam sembra fare delle seni un angolo di stalla; e Brodskij traduce il verso: «…when oxen chew their ration in the stall» (BCP, p. 499). Cfr. anche, dal racconto giovanile di Ivan Bunin Sosny [Pini, 1901], la frase: «Nel vestibolo [dell’isba] rumina sonnecchiando una mucca» («V sencax dremlet i žuët žvačku korova»; sency è un diminutivo di seni).
v. 15: «il gallo, araldo della vita nuova»; Mandel´štam, per qualche via, poteva forse conoscere la tradizione cristiana rappresentata ad esempio dall’inno di sant’Ambrogio Ad galli cantumAeterne rerum conditor»), che vede simboleggiato nel canto del gallo, «araldo del giorno», il rinascere, il rinnovarsi dell’esistenza umana. Probabilmente ignorava che anche il gallo che Socrate, in punto di morte, chiese venisse sacrificato ad Asclepio, era – secondo una delle interpretazioni proposte dagli esegeti del Fedone – «l’invocatore delle tenebre e l’araldo dell’alba eterna» (G. Steiner, Nessuna passione spenta, Milano 1997, p. 290). Non mi sembra da escludere, invece, un richiamo al gallicinium del racconto evangelico di Pietro che rinnega Gesú, dopodiché piange «amaramente» – e, purificato, inizia quella nuova fase della sua vita che le darà una drammatica compiutezza. Cfr. nell’inno di sant’Ambrogio: «…hoc ipse petra ecclesiae | canente culpam diluit» («…cosí egli [Pietro], pietra della Chiesa, | al cantare [del gallo] lava col pianto la sua colpa»).
Nel testo russo dei vv. 19-20 – «Smotri: navstreču … | Uže bosaja Delija letit!» («Guarda: scalza … | …Delia già incontro ti vola!») – non c’è un pronome personale corrispondente a ti; ma ho poi scoperto che anche Brodskij, nella sua resa di Tristia, adottò una soluzione analoga: «look how young Delia, barefooted, braver | than down of swans, glides straight into your arms!» (BCP, p. 499).
Le immagini dei due versi citati rinviano a un altro celebre passo del primo libro (elegia III) dei carmi di Tibullo: «Tunc mihi, qualis eris, longos turbata capillos, | obvia nudato, Delia, curre pede» («…corrimi incontro, Delia, a piedi nudi»). Qui, anzi, Mandel´štam sembra preferire decisamente il Tibullo latino al troppo fiorito Tibullo di Batjuškov: «Begi navstreču mne…, | V prelestnoj nagote javis´ moim očam: | Vlasy razvejany nebrežno po plečam, | Vsja grud´ lilejnaja i nogi obnaženny…» (lett.: «Correndo escimi incontro…; | comparimi dinanzi agli occhi nella tua seducente nudità: | i capelli sparsi con noncuranza sugli omeri, | tutto il niveo seno e le gambe scoperte…») Delija è un senhal dietro il quale si celava (cosí scrive nelle sue memorie Nadežda Mandel´štam) una donna reale la cui identità le era però rimasta oscura: «Non so quasi niente di lei. Soltanto che era legata in qualche modo all’ambiente del balletto» (NBP, p. 553).
vv. 23-24: cfr. ad esempio l’articolo pubblicato da Mandel´štam nel maggio del 1921 Slovo i kul´tura [La parola e la cultura]: «Allorché l’amante nel silenzio si perde fra nomi carichi di tenerezza, e all’improvviso ricorda che tutto questo è già esistito: e le parole e i capelli – e il gallo che ha cantato là, oltre i vetri della finestra, già cantava nei Tristia ovidiani –, una profonda gioia s’impadronisce di lui, una gioia che gli dà le vertigini… Cosí il poeta non teme le ripetizioni e facilmente s’inebria del vino della classicità…» (SP, p. 430).
Riguardo alle parole riconoscimento e riconoscere in Mandel´štam, cfr. il riconoscere montaliano nell’interpretazione di Dante Isella, che dà al verbo il significato di ‘ricordare’ (e lo accosta al greco anagignóskein, «che vale anche ‘leggere’»).
vv. 25-28: «Da budet tak»; cfr. i primi due versi del sonetto di Benedikt Livšic Flejta Marsija [Il flauto di Marsia], testo eponimo del libro di poesie con cui Livšic esordí (Kiev 1911): «Da budet tak. V zalitych solncem stranach | Ty pobedil frigijca, Kifared…» («Ma cosí sia. Nelle terre assolate | vincesti il frigio Marsia, o Citaredo…»; com’è facile intuire, Livšic si riferisce ad Apollo Citaredo); spicca una certa affinità sintattica pure nella frase che segue «Da budet tak»: mi riferisco in particolare al complemento di luogo. «Ma cosí sia» m’è parsa l’unica traduzione adeguata, se non altro per l’incipit mandel´štamiano. Ricorrendovi non potevo non pensare anche all’attacco dell’ultimo “mottetto” delle Occasioni di Montale – «mottetto [che] chiude il ciclo su una nota di rassegnata accettazione del proprio destino» (D. Isella): del «destino dell’uomo in generale», si potrebbe dire nel caso di Mandel´štam.
Cfr. poi i versi iniziali della lirica dell’Achmatova «Vysokoe v nebe oblačko serelo» [«Grigia, lassú, c’era una nuvoletta», 1911]: «Vysokoe v nebe oblačko serelo, | Kak belič´a rasstelennaja škurka…» («Grigia, lassú, c’era una nuvoletta | come una pelle stesa di scoiattolo…»); e cfr. la strofa VIII del cap. V dell’Onegin puškiniano, dove assistiamo a un rito divinatorio che le ragazze russe compivano nei primi giorni dell’anno nuovo – per mezzo, fra l’altro, di cera fusa lasciata rapprendere nell’acqua: «Tat´jana ljubopytnym vzorom | Na vosk potoplennyj gljadit: | On čudno vylitym uzorom | Ej čto-to čudnoe glasit; | Iz bljuda polnogo, polnogo vodoju, | Vychodjat kol´ca čeredoju…» («La cera sciolta aggruma; posa | su lei Tat’jana gli occhi attenti, | e quel disegno prodigioso | le annuncia prodigiosi eventi; | gli anelli, dal ricolmo piatto, | escono l’uno dopo l’altro…»; «escono», in quanto vengono recuperati dalle ragazze che partecipano alla divinazione facendo scivolare nell’acqua anche anelli, orecchini ecc.). Coincidono la «cera», la ragazza che «guarda, scruta» la forma assunta dalla cera, il «piatto» («colmo d’acqua»). Si noti che pure nell’undicesimo e penultimo verso del componimento dell’Achmatova spunta un accenno a degli auspici sull’amato, che l’“eroina lirica” ha voluto trarre «la vigilia dell’Epifania»; ma le reminiscenze achmatoviane in Mandel´štam hanno il sapore di un omaggio alla poetessa amica.
v. 30: «bronzo» corrisponde alla parola med´, che nel russo moderno significa ‘rame’; però Mandel´štam gli conserva il valore arcaizzante caro a piú di un grande scrittore russo del passato: è appena il caso di ricordare un celebre poemetto puškiniano nel cui titolo figura un derivato di med´ – ossia Mednyj vsadnik [Il cavaliere di bronzo]; del resto, l’originario campo semantico di med´ è piú o meno lo stesso del greco chalkós e del latino aes, aeris. (Remo Faccani)

***

Tristia

Я изучил науку расставанья
В простоволосых жалобах ночных.
Жуют волы, и длится ожиданье,
Последний час вигилий городских,
И чту обряд той петушиной ночи,
Когда, подняв дорожной скорби груз,
Глядели в даль заплаканные очи,
И женский плач мешался с пеньем муз.

Кто может знать при слове «расставанье»,
Какая нам разлука предстоит,
Что нам сулит петушье восклицанье,
Когда огонь в акрополе горит,
И на заре какой-то новой жизни,
Когда в сенях лениво вол жует,
Зачем петух, глашатай новой жизни,
На городской стене крылами бьет?

И я люблю обыкновенье пряжи:
Снует челнок, веретено жужжит.
Смотри, навстречу, словно пух лебяжий,
Уже босая Делия летит!
О, нашей жизни скудная основа,
Куда как беден радости язык!
Все было встарь, все повторится снова,
И сладок нам лишь узнаванья миг.

Да будет так: прозрачная фигурка
На чистом блюде глиняном лежит,
Как беличья распластанная шкурка,
Склонясь над воском, девушка глядит.
Не нам гадать о греческом Эребе,
Для женщин воск, что для мужчины медь.
Нам только в битвах выпадает жребий,
А им дано гадая умереть.

Осип Эмильевич Мандельштам

1918

da “Sobranie socinenij”, a cura di P. Nerler, A. Nikitaev, Ju. Frejdin, S. Vasilenko, Moskva, 1993-1994

In un paese d’infanzia… – Oscar Vladislas de Lubicz Milosz

Foto di Paul Apal’kin

 

In un paese d’infanzia ritrovata in lacrime,
In una città di morti battiti di cuore
(Battiti dal frastuono cullante,
Battiti d’ala degli uccelli nunzi di morte,
Sciabordii d’ala nera sulle morte acque).
In un passato fuori dal tempo, in preda a sortilegio,
I cari occhi a lutto dell’amore ardono ancora
Di un fuoco lento di rosso minerale, di un triste sortilegio;
In un paese d’infanzia ritrovata in lacrime…
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

Perché mi hai sorriso nell’antica luce?
E perché, e come avete potuto riconoscermi
Voi strana ragazza dalle palpebre di arcangelo,
Dalle ridenti, illividite, sospiranti palpebre,
Edera di notte estiva sulla luna delle pietre?
E perché e come, non avendo mai conosciuto
Né il mio volto, né il mio lutto, né la miseria
Dei giorni, mi hai così di colpo riconosciuto
Tu mite, musicale, brumosa, pallida, cara,
Per la quale morire nella grande notte delle tue palpebre?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

Quali parole, quali musiche terribilmente antiche
Fremono in me per la tua irreale presenza,
Cupa colomba dei giorni lontani, mite, bella,
Quali musiche ti fanno eco nel sonno?
Sotto quale fogliame di arcaica solitudine,
In quale silenzio, quale melodia o quale voce
Di bambino malato ritrovarvi, oh bella,
Oh casta, oh musica ascoltata nel sonno?
– Ma il giorno piove sulla vacuità di tutto.

 Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

(Traduzione di Massimo Rizzante)

da “O.V. de L. Milosz, Sinfonia di Novembre e altre poesie”, Adelphi, Milano, 2008

∗∗∗

Dans un pays d’enfance…

Dans un pays d’enfance retrouvée en larmes
Dans une ville de battements de cœur morts
(De battements d’essor tout un berceur vacarme,
De battements d’ailes des oiseaux de la mort,
De clapotis d’ailes noires sur l’eau de mort).
Dans un passé hors du temps, malade de charme,
Le chers yeux de deuil de l’amour  brûlent encore
D’un doux feu de minéral roux, d’un triste charme;
Dans un pays d’enfance retrouvée en larmes…
– Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Porquoi m’as tu souri dans la vielle lumière
Et porquoi, et comment m’avez-vous reaconnu
Etrange fille aux archangéliques paupières,
Aux riantes, bleuies, soupirantes paupières,
Lierre de nuit d’été sur la lune des pierres;
Et porquoi et comment, n’ayant jamais connu
Ni mon visage, ni mol deuil, ni la misère
Des jours, m’as-tu soudainement reconnu
Tiède, musicale, brumeuse, pâle, chère,
Pour qui mourir dans la nuit grande de tes paupières?
– Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Quels mots, quelles musiques terriblemts vielles
Frissonnent en moi de ta présence irréelle,
Sonbre colombe des jours loin, tiède, belle,
Quelles musiques en écho dans le sommeil?
Sous quels feuillages de solitude très vieille,
Dans quel silence, quelle mélodie ou quelle
Voix d’enfant malade vous retrouver, ô belle,
Ô chaste, ô musique entendue dans le sommeil?
– Mais le jour pleut sur le vide de tout.

Oscar Vladislas de Lubicz-Milosz

da “O.V. de L. Milosz, Œuvres complètes”, Vol. I, II, XII, Editions André Silvaire, Paris, 1958