Quarantena – Derek Mahon

Derek Mahon

 

Fugge la pestilenza urbana la felice
brigata del Decamerone e inganna le giornate
raccontando mondane e lubriche novelle —
un diletto a noi non concesso
da che contro il temuto virus è in vigore
questa virtuale quarantena. Così, qui si resta,
ognuno in clausura, a scriver versi,
rassegnati a un’indefinita aspettazione.

Da che cosa è partito, un qualche aberrante batterio
indignato per il nostro istinto genetico-vegetativo?
Un qualche abborracciato esperimento o intento
di una speciale prodigiosa squadra di bio-intervento?
E qui l’infezione polmonare, cui si deve tener testa,
ma non c’è bisogno di lasciare ogni speranza,
ché magari è presagio di un’altra era,
a conflitti e furie finanziarie avversa.

La cosa buona è che la minaccia
vaga della peste dei turisti ora recede
e il luogo nuovamente che sonnecchia
nella sua narcotica caligine piovigginosa,
con commerci e congiuntura bassi
e una volta tanto un po’ di pace.
Dall’estero, però, brutte notizie: così tanti
i colpiti, sepolture e cerimonie magre

come in tempi premoderni, come ne La peste.
Morbo sepolto che prorompe dal passato:
“Per anni addormentato nei mobili e nella biancheria”
manda i suoi ratti a morte all’aria aperta.
Un qualche agente umano? La natura che fa i conti
con l’azione umana? Corrono la strada
alti lamenti di ambulanza, mentre stoico
un avventore emerge in quel silenzio strano.

Confinati negli alloggi poiché da starnuti e tossi
e anche in spazi condivisi si propaga l’infezione,
ci volgiamo all’Esodo e II settimo sigillo,
a Nashe e il libro sesto di Lucrezio:
“Germi maligni invadono l’aria
e inalando inaliamo il male”.
Sopra le case fischia e stride il vento,
mugghia e soffia lezzo di salmastro il flutto.

Derek Mahon

(Traduzione di Alessandro Gentili)

dalla rivista “Poesia”, Nuova serie, Anno II, N.6, Marzo / Aprile 2021, Crocetti Editore

∗∗∗

Quarantine

The privileged crowd in the Decameron,
avoiding plague in town, beguiled the days
recounting stories scurrilous and profane;
but we can’t amuse ourselves like these
since virtual quarantine is in force
against the dreaded virus. Here we sit,
each of us in seclusion, writing verse
and reconciled to an indefinite wait.

What started it, some rogue bacterium
indignant at our plant-genetic drive?
Some botched experiment, some initiative
dreamt up by a special bio-ops dream team?
Pneumonic flu is here and we have to cope
but there’s no need to abandon hope
for this presages, maybe, a new age
averse to conflict and financial rage.

It’s silver-lining time now that the vague
threat represented by the tourist plague
recedes and the place is dozing once again
in its narcotic haze of drizzling rain
with much-reduced commerce and circumstance
and even a bit of peace for once.
Bad news, though, from abroad: so many
stricken, and buried with scant ceremony

as in pre-modem times, as in La Peste.
Buried disease irrupts out of the past:
‘Dormant for years in linen and furniture’,
it sends its rats to die in the open air.
Some human agent? Nature getting back
at human agency? An ambulance
goes wailing up the road as a stoic
shopper emerges into the eerie silence.

Confined to quarters because coughs, sneezes
and even shared spaces spread diseases,
we turn to Exodus and The Seventh Seal,
to Nashe and book six of Lucretius:
‘Bad germs invade the atmosphere
so we pick up infection as we inhale.’
A shrill wind whisdes above the houses;
a briny stench blows from the roaring shore.

Derek Mahon

da “Washing Up”, The Gallery Press, 2020

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