Chiaro di cuore – Nichita Stănescu

 

Le ore fluttuano accanto alla tua spalla,
sfere azzurre, e fra di esse c’è Saturno.
E mentre trascorrono, diminuiscono
più serali e più notturne.

Non mi dispiace, non mi dispiace per loro.
Dritta come stai, il loro passare
quasi infantile e soave
brilla nel tuo occhio immobile.

E mi dimentico di loro, te ne dimentichi anche tu,
e nell’oscurità della stanza si accendono,
si spengono, si accendono, si spengono
i tuoi occhi allungati, morendo,
risorgendo.

Nichita Stănescu

(Traduzione di Fulvio Del Fabbro e Alessia Tondini)

da “Una visione dei sentimenti”, 1964, in “Nichita Stănescu, La guerra delle parole”, Le Lettere, Firenze, 1999

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Clar de inimă

Orele plutesc pe lângă umărul tău,
Sfere-albastre, şi-ntre ele e Saturn.
Şi cum se duc, se micşorează
Mai înserat şi mai nocturn.

Nu-mi pare rău, nu-ţi pare rău de ele,
Dreaptă cum stai.
Trecerea lor copilăroasă-aproape
Şi suavă luceşte-n ochiul tău nemişcator.

Şi uit de ele, uiţi şi tu de ele,
Şi-n întunericul odăii se aprind,
Se sting, se-aprind, se sting
Ochii prelungi ai tăi, murind, reînviind.

Nichita Stănescu

da “O viziune a sentimentelor”, Editura pentru Literatură, 1964

Il labirinto – Jorge Luis Borges

Mimmo Jodice, Napoli, Castel Sant’ Elmo, 1990

 

Zeus non potrebbe sciogliere le reti
di pietra che mi stringono. Ho scordato
gli uomini che fui; seguo l’odiato
sentiero di monotone pareti
ch’è il mio destino. Dritte gallerie
che si curvano in circoli segreti,
passati che sian gli anni. Parapetti
in cui l’uso dei giorni ha aperto crepe.
Nella pallida polvere decifro
orme temute. L’aria m’ha recato
nei concavi crepuscoli un bramito
o l’eco d’un bramito desolato.
Nell’ombra un Altro so, di cui la sorte
è stancare le lunghe solitudini
che intessono e disfanno questo Ade
e bramare il mio sangue, la mia morte.
Ci cerchiamo l’un l’altro. Fosse almeno
questo l’ultimo giorno dell’attesa.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Francesco Tentori Montalto)

da “Elogio dell’ombra”, Einaudi, Torino, 1971

***

El laberinto

Zeus no podría desatar las redes
de piedra que me cercan. He olvidado
los hombres que antes fui; sigo el odiado
camino de monótonas paredes
que es mi destino. Rectas galerías
que se curvan en círculos secretos
al cabo de los años. Parapetos
que ha agrietado la usura de los días.
En el pálido polvo he descifrado
rastros que temo. El aire me ha traído
en las cóncavas tardes un bramido
o el eco de un bramido desolado.
Sé que en la sombra hay Otro, cuya suerte
es fatigar las largas soledades
que tejen y destejen este Hades
y ansiar mi sangre y devorar mi muerte.
Nos buscamos los dos. Ojalá fuera
éste el último día de la espera.

Jorge Luis Borges

da “Elogio de la sombra”, Emecé Editores, Buenos Aires, 1969

Dono – Czesław Miłosz

Vincent van Gogh, Fishing Boats at Sea, 1888

 

Un giorno così felice.
La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino.
I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio.
Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere.
Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare.
Il male accadutomi, l’avevo dimenticato.
Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono.
Nessun dolore nel mio corpo.
Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e vele.

Czesław Miłosz

Berkeley, 1971

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Dove sorge e dove tramonta il sole”, in “Czesław Miłosz, Poesie”, Adelphi, 1983

∗∗∗

Dar

Dzień taki szczęśliwy.
Mgła opadła wcześnie, pracowałem w ogrodzie.
Kolibry przystawały nad kwiatem kaprifolium.
Nie było na ziemi rzeczy, którą chciałbym mieć.
Nie znałem nikogo, komu warto byłoby zazdrościć.
Co przydarzyło się złego, zapomniałem.
Nie wstydziłem się myśleć, że byłem kim jestem.
Nie czułem w ciele żadnego bólu.

Czesław Miłosz

da “Gdzie wschodzi słońce i kędy zapada”, Instytut Literacki, Parigi, 1974

La tuffatrice – Roberto Mussapi

Edward Steichen, Katherine Rawls, 1931

 

Prima di salire c’era il buio. Lo ricordo.
L’ho visto, più presentito che visto.
In basso, laggiù, nel fondo.
Ho avuto paura, una volta. Le scalette
erano ripide, attorno il vuoto, lo conoscevo,
era dentro, tra tempia e tempia, la mia meta
oscura, il fondo, ho avuto paura.
Si sgretolava la scalinata ferma, la lenta ascesa marmorea,
tutto ridiventava inconsistente,
non come pareva, ai lati vuoti,
ma nelle due rampe che dovevo ascendere
per arrivare a dieci metri al fondo vasca.
Ho rivisto quel buio, ad Atene, nell’ascensore
che sostituiva le scale, salivo
come aspirata dal vuoto sottostante.
Non era un viaggio ma un ritorno, mi allontanavo
non so da che cosa, non fuggivo
perché qualcosa tra i glutei e il cervello
vibrava in me come dovessi ascendere
sfiorando il fondo, bruciando me stessa.
Temevo l’errore, temevo l’imperfezione
che muta l’estasi agognata in morte.
Ma io volevo penetrare l’impenetrabile,
essere come ero stata nella mia origine,
senza uno spruzzo, scivolando.
Non so che cosa cercavo, ferma col busto,
spingendo in alto, forte con le braccia,
allora, ascoltami, vedevo me stessa
che si perdeva nell’avvitamento.
Ascoltami, volevo solo spostare il tempo,
fuori di me e fuori da voi tutti.
Sognavo di ritrovarci.
Non conoscevo niente del mio viaggio,
attesa immobile, su uno sgabello.
Tutto era già avvenuto e lo attendevo.
Non il responso, il giudizio, l’evento
trasumanato in numero e astratto
da quella che ero e sono, dal mio corpo
solo, infinitamente, lontano ormai
dal vostro mondo e dalla piattaforma.
E tutto era accaduto in tre secondi.
Dall’aria allo schiaffo dell’acqua, da quel volo
sognato un tempo al fulmineo ritorno.
E tutto era già accaduto, era già stato,
dalla spinta iniziale durante la partenza
tutto già definito e fatto per sempre.
Difficile non sbagliare tra terra e acqua,
e impossibile il volo quand’anche perfetto,
scendevo a te, a voi, nel fondo,
per voi l’ascesa e il vuoto e l’angoscia della pedana,
ma non lo sapevo allora, credevo
che fosse solo il volo d’angelo,
credevo fosse solo me stessa e non qualcosa
che tu volevi e io dovevo darti
fuori di te e di me, in quell’attimo.

Roberto Mussapi

da “La piuma del Simorgh”, “Lo Specchio” Mondadori, 2016

Narrativa – Mark Strand

 

Penso alle vite innocenti
delle persone nei romanzi: sanno che morranno
ma non che il romanzo finirà. Come sono diverse
da noi. Qui, la luna osserva ammutolita
tra nubi sparse la città assopita,
e il vento ammonticchia le foglie cadute,
e qualcuno – cioè io – sprofondato in poltrona,
sfoglia le pagine che mancano, sapendo che non c’è
molto tempo per l’uomo e la donna nella camera a ore,
per la luce rossa sopra la porta, per l’iris
che proietta la propria ombra sul muro; non molto tempo
per i soldati sotto gli alberi sul fiume,
per i feriti che vengono trasferiti
in città di retrovia dove resteranno;
la guerra che ha infuriato per anni finirà,
come pure qualsiasi altra cosa, tranne una presenza
difficile da definire, una traccia, come l’odore dell’erba
dopo una notte di pioggia o ciò che resta di una voce
che ci fa sapere senza sillabarlo
di non disperare: se la fine è prossima, anch’essa passerà.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “La vita ininterrotta”, 1992, in “Mark Strand, L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

Fiction

I think of the innocent lives
Of people in novels who know they’ll die
But not that the novel will end. How different they are
From us. Here, the moon stares dumbly down,
Through scattered clouds, onto the sleeping town,
And the wind rounds up the fallen leaves,
And somebody—namely me—deep in his chair,
Riffles the pages left, knowing there’s not
Much time for the man and woman in the rented room,
For the red light over the door, for the iris
Tossing its shadow against the wall; not much time
For the soldiers under the trees that line
The river, for the wounded being hauled away
To the cities of the interior where they will stay;
The war that raged for years will come to a close,
And so will everything else, except for a presence
Hard to define, a trace, like the scent of grass
After a night of rain or the remains of a voice
That lets us know without spelling it out
Not to despair; if the end is come, it too will pass.

Mark Strand

da “The continuous life”, Alfred A. Knopf, New York, 1990