«C’è silenzio tra una pagina e l’altra» – Valerio Magrelli

 

C’è silenzio tra una pagina e l’altra.
La lunga distesa della terra fino al bosco
dove l’ombra raccolta
si sottrae al giorno,
dove le notti spuntano
separate e preziose
come frutta sui rami.
In questo delirio
luminoso e geografico
io non so ancora
se essere il paese che attraverso
o il viaggio che vi compio.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, 1980, in “Le cavie, Poesie 1980-2018”, Einaudi, Torino, 2018

«Io volli qui cosí cantar per voi» – Jaroslav Seifert

John William Waterhouse, Windflowers, 1902

XIV.

Io volli qui cosí cantar per voi
mentre ora il vento, per l’ultima volta
senza suggeritore ripeteva
la sua nella notte priva di luci.

Sulle labbra il suo nome, andrò da lei
come un bambino, seppure bruciasse.
Cosí l’amai come s’ama una donna
di cui la gonna il nostro corpo avvolge.

La capricciosa a cui sotto l’ascella
suona la luna come un mandolino,
e quella che veglia e monta la guardia

tenendo la mano in quell’orologio
che va e ancora va né mai piú s’arresta.
Praga! Ha sapore di sorso di vino.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Cordaus)

da “Corona di sonetti” (1951), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Poesie 1925-1967, Einaudi, Torino, 1986

∗∗∗

XIV.

Já pro vás přece zpívat chtěl,
když už jen vítr naposledy
vedl si svou bez nápovědy
v té tmavé noci bez světel.

S tím jménem na rtech půjdu k ní
jak dítě, třeba do plamenů.
Já miloval ji jako ženu,
jíž choulíme se do sukní.

Tu rozmarnou, jíž v podpaží
zní luna jako mandolína,
i tu, která bdí na stráži

a drží ruku v orloji,
jenž jde a jde a nestojí.
Praha! To chutná jak hlt vína!

Jaroslav Seifert

da “Věnec sonetů”, in “Knížka polibků”, Konfrontace, 1984

Io, il primo nominato – Dylan Thomas

Toni Schneiders, Self Portrait, 1952

 

Io, il primo nominato, sono il fantasma di questo signore e amico cristiano
Che scrive queste parole che io scrivo in una stanza silenziosa in una casa
imbevuta di magia:
Sono il fantasma in questa casa piena degli occhi e della lingua
D’un fantasma senza testa che io temo fino all’anonima fine.

Dylan Thomas

(Traduzione di Ariodante Marianni)

da “Dylan Thomas, Poesie inedite”, Einaudi, Torino, 1980

Ottobre 1938. Fu inclusa in una lettera a Vernon Watkins, in data 14 ottobre 1938. Pubblicata con il titolo Poem sulla rivista « Seven », III, ottobre 1938.

∗∗∗

I, the first named

I, the first named, am the ghost of this sir and Christian friend
Who writes these words I write in a still room in a spellsoaked house:
I am the ghost in this house that is filled with the tongue and eyes
Of a lack-a-head ghost I fear to the anonymous end.

Dylan Thomas

da “The Notebook Poems, 1930-34”, J M Dent & Sons Ltd, 1989

«Quanti ne ho scritti di rondò e di canzoni» – Jaroslav Seifert

Elliott Erwitt, Dublin, 1962

 

Quanti ne ho scritti di rondò e di canzoni!
La guerra era in tutti gli angoli del mondo
e in tutti gli angoli del mondo
era il lutto.
Eppure io sussurravo versi d’amore
a orecchini sbrilluccicanti.

Un po’ me ne vergogno.
Ma forse non più di tanto.

Posai una corona di sonetti
sulle pieghe del tuo grembo.
Più bello delle corone d’alloro
per i vincitori del motocross.

D’improvviso ci siamo incontrati
ai piedi della fontana,
ciascuno se ne andava altrove, per vie e tempi diversi,
su altri marciapiedi.

Per anni continuai
a intravvedere le tue gambe,
talvolta sentivo anche il tuo riso,
ma non eri mai tu.
Vidi persino i tuoi occhi,
ma fu solo una volta.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Alena Wildová Tosi)

da “La colonna della peste”, Edizioni E/O, Roma, 1985

∗∗∗

«Co jsem se napsal rondelů a písní»

Co jsem se napsal rondelů a písní!
Byla válka na všech stranách světa
a na všech stranách světa
bylo smutno.
A přece jsem šeptal náušnicím s routou
milostné verše.
Za to se trochu stydím.
Či vlastně ani ne.

Věnec sonetů jsem ti položil
na záhyby klína.
Byl krásnější než vavřínové věnce
vítězům autokrosu.

Náhle jsme se však sešli
u schodů kašny,
každý šel jinam, jinudy a jindy,
po jiném chodníku.

Dlouho se mi však zdávalo,
že potkávám tvé nohy,
někdy jsem zaslechl i tvůj smích,
ale tys to nebyla.
A dokonce jsem spatřil i tvé oči.
Ty jen jedenkrát.

Jaroslav Seifert

da “Morový sloup (1977)”, Cologne; 1981, Prague

Efeso – Lucio Mariani

Foto di Minor White

I

A tre ore dall’alba, ancora stenta il sole a farsi varco
tra i pini di Aleppo, estatici guardiani del silenzio.
Efeso è qui come una spora rosa lasciata sul pendio
da venti etèsi, scompaginata nello sciatto volo.
Efeso è qui vedova della spume, un’esule di mare nelle spire
limose del piccolo Meandro, qui confitta e arenata
mèndica il ventre antico di sponda estrema che accolse
Egeo nel disperato salto. Efeso è qui, memore di tramonti
convertiti nel bagliore di aurore occidentali,
quando dal porto le donne ionie vedevano salpare
intemerati i remieri di Focea e spargevano in acqua
le corone intrecciate con le foglie di vite e i gelsomini.

II

Per questa terra abrasa i nostri occhi di cane
rovistano i gomitoli del tempo, tutte le età rapprese
nelle vene delle colonne morse, lungo il petalo bruno
d’una cavèa sonora, tra i nomi consumati sulla pallida
stele abbandonata all’abbraccio di oliastri. Battiamo
i piedi dove rovescia il furore dei Cimmeri, dove
la Grande Madre versa seme di toro e lacrime dell’ape,
dove sgorga il discorso di Eraclito, un rivolo di fuoco
e di lapilli che scavalca i millenni e con le spine
e gli ossi del frammento ancora frusta di misteri la mente,
battiamo i piedi dove ripara Antonio a regalare
l’ultimo sorriso ai satiri e alle menadi.

III

Né il crocidio del corvo infrange il cielo né un pendolo
suadente di cicale. La via che sale e la via che scende
sono una sola e la stessa. Come fiori di marmo
dalle mille stagioni ininterrotte, ali di testimoni
corteggiavano la strada dei Cureti e il passo che la solca,
vita e morte confuse nella formula immobile del tempo.
                                                                                                      Allora,
queste nostre ombre sottili sono anche l’ombra di coloro
che spesero il destino per i secoli d’Efeso la Grande e nella luce
ora sorgono e sono. Al fondo del cammino, alte le fiamme
della devozione, brucia per sempre la biblioteca di Celso
e nel rogo lo scheletro solenne della pietra apre un mirario
che racconta agli dèi la storia d’una dedica filiale,
avventura interdetta agli immortali, onore degli umani.

Lucio Mariani

da “Canti di Ripa Grande”, Crocetti Editore, 2013