«La notte, i suoi strani affollamenti» – Mario Luzi

 

La notte, i suoi strani affollamenti.
Figure umane
flebili, avvilite
dalla disattenzione degli umani,
mortificate dalla trascuranza,
sfiorate appena, appena rasentate
dal calore della vita quotidiana –
l’insonnia nel suo vagabondare
a sorpresa le ritrova,
l’incontro le rimuove
dai loro dormitori, svegliate
escono fuori dai ripari
d’opacità e timore
nel lucore d’una oscura reminiscenza…
quando? ci fu disordine, c’è errore.
Passo passo
deve il cammino
essere fatto ancora
a ritroso: con premura,
con umiltà di cuore
è da raccogliere
la minima, l’infima dovizia
che il tempo aveva in sé,
non profferita
e nemmeno concupita –
                          ma voleva
quell’èbulo
                    esser preso
da una mano più attenta ed amorevole
della nostra cupidigia…
C’era forse da vivere più vita
nel vivaio, da suggere
più linfa dall’ispida sterpaglia.
Cresce, frana
su di sé
la storia umana,
ne ingoia la polvere o il sentore
una memoria oscura,
                                        fa sì
che non sia stata vana.
Ma rimorde la memoria,
la sua piaga non si sana:
la tortura di notte quello spregio
fatto alla vita, quell’offesa
all’amore non vissuti,
               eppure non perduti,
presenti anch’essi dove tutto è stato,
      tutto è parificato.

Mario Luzi

da “Lasciami, non trattenermi. Poesie ultime”, Garzanti, 2009

Leggere poesie – Erich Fried

Josef Sudek, Remembrances of Architect Rothmayer

 

Chi
da una poesia
si aspetta la salvezza
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Chi
da una poesia
non aspetta alcuna salvezza
dovrebbe piuttosto
imparare
a leggere poesie

Erich Fried

(Traduzione di Andrea Casalegno)

da “È quel che è. Poesie d’amore di paura di collera”, Einaudi, Torino, 1988

∗∗∗

Gedichte lesen

Wer
von einem Gedicht
seine Rettung erwartet
der sollte lieber
lernen
Gedichte zu lesen

Wer
von einem Gedicht
keine Rettung erwartet
der sollte lieber
lernen
Gedichte zu lesen

Erich Fried

da “Es ist was es ist. Liebesgedichte Angstgedichte Zorngedichte”, Verlag Klaus Wagenbach, Berlin, 1983

L’albatro – Charles Baudelaire

Foto di Bill Brandt

 

II.

Spesso per divertirsi, gli uomini d’equipaggio
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari
che seguono indolenti compagni di viaggio,
lo scorrere della nave sugli abissi terribili.

Non appena deposti dai marinai sulle plance,
questi prìncipi dell’aria, maldestri e vergognosi
lasciano cadere le grandi ali bianche
come remi trascinati pietosamente ai fianchi.

Com’è goffo e molle il viaggiatore alato,
Lui, così elegante, com’è comico e brutto!
Uno con la pipa gli stuzzica il becco
l’altro mima zoppicando l’infelice che volava!

Al principe delle nuvole è simile il Poeta
che vive nella tempesta e non si cura dell’arciere;
esiliato sulla terra tra badanai di cacciatori
le sue ali di gigante gl’impediscono di andare.

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

***

II. L’albatros

Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l’azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d’eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule!
Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid!
L’un agace son bec avec un brûle-gueule,
L’autre mime, en boitant, l’infirme qui volait!

Le Poëte est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l’archer;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l’empêchent de marcher.

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Paris, Auguste Poulet-Malassis et de Broise, 1861

Lettera per una nascita – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Scrivo per te parole senza diminutivi
senza nappe né nastri, Chiara.
Resto un uomo di montagna,
aperto alle ferite,
mi piace quando l’azzurro e le pietre si tengono
il suono dei “sí” pronunciati senza condizione,
dei “no” senza margini di dubbio;
penso che le parole rincorrano il silenzio
e che nel tuo odore di stagione buona
nel tuo sguardo piú liscio dei sassi di fiume
esploda l’enigma del “sí” assordante che sei.

Scriverti è facile; e se potessi verserei
la conoscenza tutta intera delle nuvole
la punteggiatura del cosmo
la forza dei sette mari, i sette mari in te
nel bicchiere dei tuoi giorni incorrotti.

Ma non sono che un uomo, e quest’uomo
ti scrive da un tavolo ingombro
e piove, oggi, e anche la pioggia ha le sue beatitudini
sulla casa dalle grondaie rotte
quando quest’uomo ti pensa e fra tutte le parole da scegliere
non sa che l’inciampo nel dire come si resta
e come si preme
nel mistero del giorno nuovo in te
che prima non c’era
adesso c’è.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

Pochi dicono – Avraham Ben Yitzhak

Avraham Ben Yitzhak

 

Ogni giorno lascia in eredità al successivo un sole morente
e ogni notte ne piange un’altra.
Un’estate dopo l’altra viene raccolta insieme alle foglie cadute
e del suo dolore canta il mondo.

E domani moriremo, privati della parola,
e come nel giorno in cui uscimmo ci fermeremo dinnanzi al portale quando chiuderà.
E se il cuore gioirà: ecco, Dio ci ha avvicinati,
si ricrederà e tremerà temendo il sacrilegio.

Ogni giorno offre al successivo un sole ardente,
una notte dopo l’altra riversa stelle,
sulle labbra di pochi solitari¹ si ferma una poesia:
per sette vie ci dividiamo e per una sola facciamo ritorno.²

Avraham Ben Yitzhak

(Traduzione di Anna Linda Callow e Cosimo Nicolini Coen)

da “Avraham Ben Yitzhak, Poesie”, Portatori d’Acqua, 2018

I. Ricorre qui l’espressione del titolo bodedim: «pochi», ma anche «isolati», «solitari», come in questo caso abbiamo deciso di tradurre rispettandone tutto lo spettro semantico.
2. Scritta tra il 1912 e il 1917 fu pubblicata per la prima volta sul periodico «Ha‘Ogen» nel 1918.