Matematica d’amore – Michael Hamburger

Foto tratta da La Jetée, di Chris Marker, 1962

 

Gli anelli sono il caso, la catena è il destino,
stringente come la rete di Efesto
che offrí al sorriso degli dèi due corpi
su un solo letto, in cosí stretto
intrico, che fu chiara
la verità: uno per uno fa uno.

Gli amanti sottrattivi, che ribattono
che quel che il caso ha unito può dividere
la scelta (come se un puro sforzo
allentasse la stretta di un paradosso) infine
scoprono con stupore d’essere loro stessi
il dividendo che si è ridotto,

giú in quell’inferno dove Don Giovanni
sente la vanità del suo sommare nomi,
poiché il totale è perso per lui,
non vedovo, ma spettro, mentre chi
resta privo di un’unica compagna possiede
un meno che è piú grande del suo piú.

L’amore vero comincia con l’algebra,
con quei casuali attori x ed y,
non-entità il cui magico ruolo
è di far diventare un nulla tutto,
di essere e di non essere, di unirsi:
gli anelli sono il caso, la catena è il destino.

Michael Hamburger

(Traduzione di Maura Del Serra)

da “Taccuino di un vagabondo europeo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1999

∗∗∗

Mathematics of Love

The links are chance, the chain is fate,
Constricting as Hephaistos’ net
Which to the smiles of gods betrayed
Two bodies on a single bed,
So tightly knit, the truth was plain:
One multiplied by one is one.

Subtracting lovers who retort
That what chance coupled, choice can part
(As if mere effort could relax
The clutches of a paradox)
At last to their amazement find
Themselves the dwindled dividend,

Deep in that hell where Don Juan
Knows he has added names in vain
Since all the aggregate is is lost
To him, not widowed but a ghost,
While those bereaved of one possess
A minus greater than his plus.

True love begins with algebra
Those casual actors x and y,
Nonentities whose magic role
Is to turn nothing into all.
To be and not to be, to mate:
The links are chance, the chain is fate.

Michael Hamburger

da “The dual site: poems”, Routledge & Paul, 1958

Alicante – Jacques Prévert

Jeremy Lipking, Nude

 

Un’arancia sulla tavola
Il tuo vestito sul tappeto
E nel mio letto tu
Dolce presente del presente
Freschezza della notte
Calore della mia vita.

Jacques Prévert

(Traduzione di M. Cucchi e G. Raboni)

da “Poesie d’amore”, Guanda, Parma, 1991


∗∗∗

Alicante

Une orange sur la table
Ta robe sur le tapis
Et toi dans mon lit
Doux présent du présent
Fraîcheur de la nuit
Chaleur de ma vie.

Jacques Prévert

da “Paroles”, Paris, Gallimard, coll. «Folioplus classiques », 1946

Il veleno – Charles Baudelaire

Edward Steichen, Gloria Swanson, 1924

 

XLIX. 

Il vino sa rivestire il più sordido tugurio
              di un lusso miracoloso
e fa sorgere più di un portico favoloso
              nell’oro del suo vapore rosso
come un sole al tramonto in un cielo nuvoloso.

Allarga l’oppio ciò che non ha confini,
              allunga l’illimitato,
rende profondo il tempo, accresce la voluttà,
              e di piaceri oscuri
e tetri riempie l’anima oltre ogni capacità.

Tutto ciò non è pari al veleno che scorre
              dai tuoi occhi, dai tuoi verdi occhi,
laghi in cui trema la mia anima e si vede all’inverso…
              I miei sogni accorrono a frotte
per dissetarsi a questi abissi amari.

Tutto ciò non è pari al prodigio terribile
              della tua saliva che corrode,
che spinge senza rimorso la mia anima nell’oblio,
              e trascinata dalla vertigine
la rotola indebolita fin sulle rive della morte!

Charles Baudelaire

(Traduzione di Marcello Comitini)

da “Spleen e Ideale”, in “I fiori del male 1857-1861”, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

I fiori del male 1857-1861, Edizioni Caffè Tergeste, Roma, 2017

***

XLIX. Le poison

Le vin sait revêtir le plus sordide bouge
               D’un luxe miraculeux,
Et fait surgir plus d’un portique fabuleux
              Dans l’or de sa vapeur rouge,
Comme un soleil couchant dans un ciel nébuleux.

L’opium agrandit ce qui n’a pas de bornes,
             Allonge l’illimité,
Approfondit le temps, creuse la volupté,
             Et de plaisirs noirs et mornes
Remplit l’âme au-delà de sa capacité.

Tout cela ne vaut pas le poison qui découle
              De tes yeux, de tes yeux verts,
Lacs où mon âme tremble et se voit à l’envers…
              Mes songes viennent en foule
Pour se désaltérer à ces gouffres amers.

Tout cela ne vaut pas le terrible prodige
             De ta salive qui mord,
Qui plonge dans l’oubli mon âme sans remords,
             Et, charriant le vertige,
La roule défaillante aux rives de la mort!

Charles Baudelaire

da “Spleen et Idéal”, in “Les Fleurs du mal”, Paris, Auguste Poulet-Malassis et de Broise, 1861

Il silenzio onesto – Chandra Livia Candiani

   

   Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie alla consapevolezza del vivere, si diventa sensibili alla luce, alle diverse sfumature di luce in diversi luoghi, in differenti momenti della giornata e delle stagioni, cosí si colgono miriadi di sfumature nei silenzi nostri e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali, degli alberi, silenzi minerali.
   Il silenzio non è tacere né mettere a tacere, è un invito, è stare in compagnia di qualcosa di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato detto. Il silenzio sorride.
   Caro silenzio, aiutami a non parlare di te, aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami. Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire. Non lascio niente a casa, niente di intentato. Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
   Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere. Il silenzio semina. Le parole raccolgono.
   Il silenzio è cosa viva.

Chandra Livia Candiani

da “Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione”, Einaudi, Torino, 2018

Nota al testo.
Due scritti presentati in questo libro sono già comparsi nella nuova serie della «Rivista di psicologia analitica». Si tratta di La stanza della meditazione (LXXX, 2009, n. 28, L’anima dei luoghi, pp. 133-47) e Quando la paura bussa, apri (LXXXVIII, 2013, n. 36, Paure della contemporaneità, pp. 21-32).
Dediche.
   Certe volte, quando sono smarrita o mi sento sola, canto i vostri nomi, cari Maestri semplici come fili d’erba: Ajahn Sumedho, Ajahn Munindo, Ajahn Chandapalo, Ajahn Sucitto, Ajahn Abhinando, Ajahn Mahapannyo…
Grazie ad Antonella Tarpino dell’Einaudi, che ha avuto l’idea del libro e mi ha accompagnato, nei momenti critici, «vacanze o non vacanze».
Il libro
Nel mondo di Chandra, dove la parola è anche immagine e poesia, meditare è anzitutto stare fermi; sedersi e seguire umilmente e con pazienza il respiro, accoglierlo in silenzio, conoscere ma senza pensare. Meditare è seguire i movimenti della nostra mente smettendo di affaccendarci in azioni, pensieri, preoccupazioni per il futuro, ricordi del passato. Meditare non è fare il vuoto intorno a noi. Anzi: è non separare i mondi, non dividere quel che consideriamo spirituale da quel che riteniamo ordinario. E i gesti quotidiani di cucinare, lavare i piatti, telefonare, pulire, leggere possono diventare forme di preghiera. È insomma stare dentro noi stessi, dentro tutto ciò che siamo in quel momento, consapevolmente. Spesso si pensa che la soluzione al dolore e all’ansia sia altrove, ma è nel dolore la soluzione del dolore (e nell’ansia la soluzione dell’ansia). Sentendolo, abitandolo, assaporandolo, non è piú un estraneo, ma a poco a poco un ospite scomodo, irruente, tempestoso e infine un pezzo di noi.

Diciassette haiku – Jorge Luis Borges

Georg Hendrik Breitner, Girl in a white kimono, 1893, Enschede, Rijksmuseum

         

 1

Qualcosa mi han detto
la sera e la montagna.
Ma l’ho perduto.

2

La vasta notte
non è ora altra cosa
che un profumo.

3

Esiste o no
il sogno che smarrii
prima dell’alba?

4

Mute le corde.
La musica sapeva
quello che sento.

5

Oggi non ride
il mandorlo dell’orto.
È il tuo ricordo.

6

Oscuramente
libri, stampe, chiavi
han la mia sorte.

7

Da quel giorno
non ho toccato i pezzi
sulla scacchiera.

8

Sopra il deserto
sta avvenendo l’aurora.
Qualcuno lo sa.

9

L’oziosa spada
sogna le sue battaglie.
Altro è il mio sogno.

10

L’uomo è spirato.
La barba non lo sa.
Crescono l’unghie.

11

Questa è la mano
che talvolta toccava
la tua chioma.

12

Sotto la gronda
lo specchio non riflette
più che la luna.

13

Sotto la luna
l’ombra che si allunga
è una sola.

14

È un impero
quella luce che muore
o una lucciola?

15

La luna nuova.
Lei pure la guarda
da un’altra porta.

16

Lontano un trillo.
L’usignolo non sa
che ti consola.

17

La vecchia mano
ancora scrive versi
per l’oblio.

Jorge Luis Borges

(Traduzione di Domenico Porzio)

da “La cifra”, “Lo Specchio” Mondadori, 1982

***

Diecisiete haiku

1

Algo me han dicho
la tarde y la montaña.
Ya lo he perdido.

2

La vasta noche
no es ahora otra cosa
que una fragancia.

3

¿Es o no es
el sueño que olvidé
antes del alba?

4

Callan las cuerdas.
La música sabía
lo que yo siento.

5

Hoy no me alegran
los almendros del huerto.
Son tu recuerdo.

6

Oscuramente
libros, láminas, llaves
siguen mi suerte.

7

Desde aquel día
no he movido las piezas
en el tablero.

8

En el desierto
acontece la aurora.
Alguien lo sabe.

9

La ociosa espada
sueña con sus batallas.
Otro es mi sueño.

10

El hombre ha muerto.
La barba no lo sabe.
Crecen las uñas.

11

Ésta es la mano
que alguna vez tocaba
tu cabellera.

12

Bajo el alero
el espejo no copia
más que la luna.

13

Bajo la luna
la sombra que se alarga
es una sola.

14

¿Es un imperio
esa luz que se apaga
o una luciérnaga?

15

La luna nueva.
Ella también la mira
desde otra puerta.

16

Lejos un trino.
El ruiseñor no sabe
que te consuela.

17

La vieja mano
sigue trazando versos
para el olvido.

Jorge Luis Borges

da “La Cifra”, Alianza Editorial, 1981