Trasparenza invernale – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Interminabili mattine domenicali con un bel sole invernale freddo;
poche voci infantili ferme sulla mulattiera
e la provincia calcinata risplende nel vuoto, nell’asfittica trasparenza –

La casa del notaio dalle grandi finestre,
i vetri puliti, tutta proiettata verso l’esterno
non avendo nulla di suo da preservare,
tutta dominata dall’inverno,
con gli armadi, gli attaccapanni, la cucina,
il grande braciere di bronzo nella sala da pranzo –
e le bucce di mandarino che bruciano lentamente nel braciere incensando
vecchie immagini, tempi andati, che hanno perso forza e colore
e a poco a poco anche il loro senso
e piú tardi la loro pena e il peso
e piú tardi ancora la nostalgia –

Sono esistiti? Non sono esistiti? Quando? Dove? Perché?
E perché conservarli? Per fartene cosa?
E cosa fare del tempo? Per mantenere cosa?

Preoccupazioni per i tappeti, per le coperte, per gli indumenti di lana –
per anni e anni, ogni anno, all’arrivo della primavera,
a raccoglierli tutti, a scuoterli, spazzolarli,
infilarli nei bauli, negli armadi, uno strato sull’altro, con vecchi giornali,
come se seppellissi qualcosa di amato per preservarlo,
ed è una pena seppellirlo – ma che altro fare?
Poi c’è la luce della primavera e il verde della primavera,
poi la luce dell’estate e il mare dell’estate,
e poi né primavera né estate né verde né mare,
soltanto la luce e i suoi gesti nell’infinito,
la luce bianchissima che tutto brucia, annega, annienta,
cose vecchie e nuove e future, monti, alberi e marmi,
glorie e sentimenti, eventi e decisioni.

Allora anche tu scordavi pene e rimorsi, progetti e pentimenti; ricominciavi
con gli stessi errori, gli stessi baci, la stessa nudità cosí ben vestita,
fino all’arrivo delle prime umidità,
delle prime grandi stelle pentite,
del silenzioso, abbagliante saccheggio dell’autunno.
Poi, lenta e silenziosa, ma non triste, giungeva l’altra ebbrezza, quella della riflessione,
a farti raccogliere le cose sparse, a estorcere
un profitto magico alle cose perdute – e non a estorcere;
si offrivano da soli, doppi e tripli,
giardini e risa di ragazze tra le acacie, che un tempo fiorirono in modo indifferente o ostile,
ed erano fiorite di nuovo – un intero esercito bianco, questa volta alleato, nell’oscurità rarefatta.

La panchina verde, su cui ti sedesti una notte tutto solo, circondato da inutili stelle,
ora si è trasferita da sola dai campi gialli della desolazione autunnale
fin davanti alla tua porta come un calesse di campagna, dentro cui
ora siedono in due – perfino felici, potresti dire,
perché vedere e ammettere le cose che non hai avuto e non avrai
è quasi come averle – anzi, averle certamente. Cosí dicevamo, e forse con sincerità.

Carri colmi di fieno e di botti scendevano
dai villaggi, in certi strani tramonti
tutti oro e porpora e viola,
tutti ostentazione di vanagloria,
tutti uno sfarzo moribondo, e il mare, fino all’orizzonte, lo sapeva: – moribondo,
benché il mare ricopiasse cronologicamente, nei particolari,
nubi, colori, alberature, gabbiani, e il suo stesso abisso; questa precisione
adesso era la sua vita (moribonda anch’essa), l’unica sua vita, che gli donava vita.

Tutto questo sfarzo non può fare niente – è superfluo.
Non può nascondere niente. E tu dovevi preoccuparti di nuovo degli indumenti di lana,
toglierli dai bauli, scuoterli –
e il caffè diventava ogni giorno piú indispensabile.

Nelle camere deserte nevica naftalina,
l’odore liberato sbalordisce nella sua libertà,
e lí vicino scampanano i mortai in cui pestano chiodi di garofano, cannella e noci moscate
per il Natale e il Capodanno. Eppure, nonostante tutte le precauzioni,
il tempo e le tarme hanno fatto il loro lavoro –
i tappeti si aprono qua e là, i cappotti sono bucati,
i risvolti logori, i gomiti consunti.
L’anno dopo non ti preoccupi della naftalina
e meno ancora quello successivo,
e le tarme regnano sovrane, invisibili, nelle vecchie stanze,
regine senza regno,
– cos’altro possono rodere che non sia già stato mangiato?

Una resa calma, silenziosa, di un ottimismo quasi indifferente, come quando
una notte cammini sotto la pioggia e ti infastidisce
l’acqua sulla nuca, il fango ai piedi, però a poco a poco
la pioggia si impossessa di te, il fango ti entra nelle scarpe,
i piedi si alleggeriscono di una pesantezza inversa
e cammini libero nella notte senza una finestra illuminata,
appesa nell’oscurità come un orologio fosforescente che stabilisca il tuo tempo,
che orienti la tua direzione; cammini
felice di non temere piú il fango, la pioggia, il nessun luogo, la notte,
senza cercare nessuna finestra, però inconfessabilmente certo
di quella finestra illuminata che scorgerai
anche a testa china, perfino a occhi chiusi – d’altronde
tieni il viso sollevato, esposto alla pioggia, e gli occhi spalancati.

Ora tutto l’aiuto dipende da te, solo da te – l’hai capito;
la nevrastenia non è una scappatoia né una giustificazione,
– gli altri sono abituati; non si preoccupano piú, non cercano, non commentano;
quelli col mal di stomaco hanno smesso la dieta – a che serve? –
e i vecchi contratti ammucchiati nel magazzino, onorati o violati,
sono cibo per topi inappetenti.
Il periodo del climaterio è scaduto per la padrona di casa,
è scaduto per le sue figlie,
è scaduto per gli alberi del suo giardino. Soltanto il gelsomino
le cui stelline bianche nevicavano ogni sera d’estate sul tavolo in giardino,
non potato, si è ingigantito, ha stretto la casa nei suoi tentacoli come un enorme polpo
minandone le fondamenta. E dunque, che te ne fai del tempo?

Che te ne fai dell’immortalità? Tu non puoi pagare
un solo mattino domenicale nel bel sole d’inverno
in questa casa con il vecchio braciere e la macchina per scrivere nuova,
con il suo antico buffè pieno di tazzine e cucchiaini d’argento e ogni sorta di bicchieri per la grappa,
con questa fruttiera sul tavolo e la sfrontatezza delle sue arance che non offende piú il silenzio,
con questi ritratti degli antenati che nessuno piú guarda.

Il buco nero del comignolo prosegue per migliaia di chilometri nel cielo,
cosí come quello della cloaca sottoterra (che non esca dall’altra parte?), e il coltello
quando tagli il pane incide una cicatrice profonda
non solo sul tavolo o sul pavimento – molto piú dentro.

Ma tu non scambieresti questa implacabile beltà e saggezza,
questa nobiltà delle rughe intorno agli occhi del silenzio,
con la beatitudine di qualsiasi giovinezza. Tu stai fermo,
osservi e ascolti – partecipante impartecipe –
e l’antica lampada, con la sua religiosità sbiadita da vecchi simposî e ultime cene,
con la sua doratura insozzata dalle mosche,
pende ancora, cosí caparbia e dimenticata,
proprio al centro del vuoto, come un sigillo irrevocabile su un testamento
che nessuno ha letto perché non ci sono piú eredi
e non c’è piú nessuna eredità. Tuttavia
tu l’hai letto e lo trasmetti,
leghi le età che non conobbero legami
e non puoi ancora liberarti
del peso e della ricchezza del giorno anche piú vuoto
parlando, non parlando, chiudendo gli occhi, osservando.

E questa casa, alleggerita dei suoi piccoli ricordi e delle separazioni,
nel grande ricordo riconosciuto in tutta la sua profondità,
ascende verso il cielo, nella tremenda, gelida trasparenza,
mansueta, senza peso né religione,
come un palloncino azzurro tenuto soltanto da un filo
nel pugno di un bambino.
                                         Il bambino gridò
– un piccolo grido irrecusabile, indipendente,
fuori del tuo esilio o del tuo ritorno,
un grido imperioso, non protetto. Gridò;
sua madre accorse con la camicetta bianca
e le case si adagiarono di nuovo al sole
come uova da cui nasceranno grandi pulcini
e la cupola della chiesa brillava anch’essa,
un grande uovo sotto le sei ali robuste del sole.

Il carro passato nella strada – non era affatto diretto al cielo, portava frutta al mercato,
aveva le ruote ignare, ridenti, con la loro rumorosa cordialità campagnola,
e ogni ruota aveva la sua ombra ben distinta. Tu osservasti
le ruote e le loro ombre – non soltanto le ombre.

Le ruote e le loro ombre non erano affatto quattro paia di zeri,
ogni cerchio aveva le sue ripartizioni,
regolari e libere; occupavano lo sguardo,
occupavano pensieri e sentimenti,
– la nuova gioia e la nuova complessità che annulla il vuoto,
che mostra e nasconde; mostra
il nuovo desiderio di rivelare – di vedere dietro la ripartizione dei cerchi
il cielo tutto intero, il mare, gli alberi,
come dietro i merletti della tenda di questa casa
con gli otto cerchi domestici ben ricamati
che suddividono e abbelliscono il paesaggio domenicale della provincia
nella luce fredda del sole che tutto riscalda e apre.

E l’uomo che scriveva la storia di una casa rimasta senza storia
chiuse le carte e la casa ritrovò la sua storia.

Un bambino pianse,
la madre si chinò su di lui,
e l’uomo che tentava di deporre sulla carta un carico secolare
comprese di nuovo l’inspiegabile utilità del tempo,
comprese che non può comprendere,
comprese ciò che chiamiamo durata – perché lui
con tutti i suoi anni e l’esperienza e le ferite di tante guerre
adesso era il figlio di suo figlio, e sentí di aver fame. Era già
mezzogiorno passato. Apparecchiarono con cura la tavola con una tovaglia di lino,
e in mezzo misero anche un vaso con rose invernali.

Che buon profumo aveva il cibo fumante in questa sala da pranzo
con il vecchio braciere, il vecchio canapè. E tutte queste fotografie degli avi
dilatavano le narici come se odorassero il buon pane caldo, il bel presente,
e sembravano aver fame, e avevano fame davvero.

Il sole si rifletteva sulle due grandi finestre
e si udí abbaiare il cane che difendeva la casa da nemici invisibili,
questa casa che contiene un bambino e lo alleva,
questa casa che un bambino tiene per mano,
e un verso mal assortito, anch’esso come un cane,
aprí la bocca abbaiando all’eternità,
a guardia delle azioni degli uomini, dei loro piccoli gesti,
a guardia dei loro grandi occhi innocenti, smarriti e premurosi, e le loro mani enormi,
a guardia della vita con il grembiule da cucina e le canzonette del suo calendario.

E quest’uomo, sapete,
preferirebbe essere definito ipocrita, o perfino furfante,
anziché tradire anche una sola delle sue cellule
che lo imploravano, gli chiedevano, gli ordinavano
di muoversi, di vivere, di agire, anche con il canto,
di muoversi incitando al ballo le molecole della luce e la nostra vita,
sistemando al meglio alberi e case, pensieri, passi, acque e mani.

E i cinque contadini vestiti a festa che aspettavano
fuori del cortile della chiesa
erano come gli alberi potati che rifioriranno
e avevano l’aspetto di aratri a riposo
che domani areranno e scaveranno ancora soltanto ciò che è necessario.

Ghiannis Ritsos

Samo, gennaio 1957

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”Crocetti Editore, 2013

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.