Quei bambini che giocano – Vittorio Sereni

Henri Berssenbrugge, Children Playing with a Hoop, Rotterdam, 1910

 

un giorno perdoneranno
se presto ci togliamo di mezzo.
Perdoneranno. Un giorno.
Ma la distorsione del tempo
il corso della vita deviato su false piste
l’emorragia dei giorni
dal varco del corrotto intendimento:
questo no, non lo perdoneranno.
Non si perdona a una donna un amore bugiardo,
l’ameno paesaggio d’acque e foglie
che si squarcia svelando
radici putrefatte, melma nera.
«D’amore non esistono peccati,
s’infuriava un poeta ai tardi anni,
esistono soltanto peccati contro l’amore».
E questi no, non li perdoneranno.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

In me il tuo ricordo – Vittorio Sereni

Foto di Anka Zhuravleva

 

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

Dall’Olanda – Vittorio Sereni

Jacob Olie, Lauriergracht, Amsterdam, 1891

Amsterdam

A portarmi fu il caso tra le nove
e le dieci d’una domenica mattina
svoltando a un ponte, uno dei tanti, a destra
lungo il semigelo d’un canale. E non
questa è la casa, ma soltanto
– mille volte già vista –
sul cartello dimesso: «Casa di Anna Frank».

Disse piú tardi il mio compagno: quella
di Anna Frank non dev’essere, non è
privilegiata memoria. Ce ne furono tanti
che crollarono per sola fame
senza il tempo di scriverlo.
Lei, è vero, lo scrisse.
Ma a ogni svolta a ogni ponte lungo ogni canale
continuavo a cercarla senza trovarla piú
ritrovandola sempre.
Per questo è una e insondabile Amsterdam
nei suoi tre quattro variabili elementi
che fonde in tante unità ricorrenti, nei suoi
tre quattro fradici o acerbi colori
che quanto è grande il suo spazio perpetua,
anima che s’irraggia ferma e limpida
su migliaia d’altri volti, germe
dovunque e germoglio di Anna Frank.
Per questo è sui suoi canali vertiginosa Amsterdam.

L’interprete

«Adesso tornano. Floridi, chiassosi
pieni zeppi di valuta.
Sono buoni clienti, non si possono respingere.
Informazioni, quante vogliono.
Non una parola di piú. Non si tratta
di rappresaglia o rancore.
Ma d’inflessibile memoria».

Volendam

Qui acqua cent’anni fa
– ripeteva la guida Federico –
oggi polder.
                      Vita
tra polder e diga, qui c’è posto
per la procreazione solamente
e la difesa dalla morte. Questo
dicono le facce arrossate dal freddo
fuori dalla messa cattolica
a Volendam, la nenia
del vento volubile tra i terrapieni.
L’amore è di dopo, è dei figli
ed è piú grande. Impara.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Le sei del mattino – Vittorio Sereni

Bed Room Chair – Abandoned Building by Dirk Ercken

 

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che piú non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

I versi – Vittorio Sereni

Foto di André Kertész

 

Se ne scrivono ancora.
Si pensa a essi mentendo
ai trepidi occhi che ti fanno gli auguri
l’ultima sera dell’anno.
Se ne scrivono solo in negativo
dentro un nero di anni
come pagando un fastidioso debito
che era vecchio di anni.
No, non è piú felice l’esercizio.
Ridono alcuni: tu scrivevi per l’Arte.
Nemmeno io volevo questo che volevo ben altro.
Si fanno versi per scrollare un peso
e passare al seguente. Ma c’è sempre
qualche peso di troppo, non c’è mai
alcun verso che basti
se domani tu stesso te ne scordi.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965