Solo vera è l’estate… – Vittorio Sereni

Félix Vallotton

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Solo vera è l’estate e questa sua
luce che vi livella.
E ciascuno si trovi il sempreverde
albero, il cono d’ombra,
la lustrale acqua beata
e il ragnatelo tessuto di noia
sugli stagni malvagi
resti un sudario d’iridi. Laggiù
è la siepe labile, un alone
di rossa polvere,
ma sepolcrale il canto d’una torma
tedesca alla forza perduta.

Ora ogni fronda è muta
compatto il guscio d’oblio
perfetto il cerchio.

Vittorio Sereni

Saint-Cloud, agosto 1944

da “Diario d’Algeria”, Einaudi, Torino, 1998

«Troppo il tempo ha tardato» – Vittorio Sereni

Portrait of James Dean on Times Square by Dennis Stock, 1955

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Troppo il tempo ha tardato
per te d’essere detta
pena degli anni giovani.

Illividiva la città nel vento
o un’iride cadeva nella danza
dei riflessi beati:
eri nel ticchettio meditabondo
d’una sfera al mio polso
tra le pagine sfogliate
una marea di sole,
un’indolenza di sobborghi chiari
presto assunta in un volto
così a fondo scrutato,
ma un occhio lustro ma un tatto febbrile.

Venivano ombre leggere – che porti
tu, che offri?… –. Sorridevo
agli amici, svanivano
essi, svaniva
in tristezza la curva d’un viale.
Dietro ruote fuggite
smorzava i papaveri sui prati
una cinerea estate.

Ma se tu manchi
e anche il cielo è vinto
sono un barlume stento,
una voce superflua nel coro.

Vittorio Sereni

Sidi-Chami, novembre 1941

da “Diario d’Algeria”, Einaudi, Torino, 1998

Fissità – Vittorio Sereni

Artur Pastor, Pescador a coser a rede de pesca na praia da Nazaré

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da me a quell’ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell’uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient’altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.

Vittorio Sereni, Fissità

da “Stella variabile”, Garzanti, 1982

Ecco le voci cadono – Vittorio Sereni

Ralph Gibson, Christine, 1981

 

Ecco le voci cadono e gli amici
sono così distanti
che un grido è meno
che un murmure a chiamarli.
Ma sugli anni ritorna
il tuo sorriso limpido e funesto
simile al lago
che rapisce uomini e barche
ma colora le nostre mattine.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, Milano, 1941

Nel sonno – Vittorio Sereni

Marina Ballo Charmet, Senza titolo (dalla serie Con la coda dell’occhio), 1993-94

I.

Tardi, anche tu li hai uditi
quei passi che salivano alla morte
indrappellati
dall’ordine sparso di un settembre
dai suoi già freddi ori, per rientrare nell’ordine
chiuso, coatto, di tante domeniche premilitari
reinventandolo di fierezza e scherno
con tutta la forza del piede, con pudore
di cresimandi della storia,
su spalti, per poligoni di tiro,
comparse alla ribalta che poi vanno nel buio
– e ancora tanta forza da bucare la raffica
spezzare muraglie sorvolare anni,
quei loro passi giunti fino a te.

II.

Per tutta la città, nelle strade
per poco ancora vuote un assiduo raschiare,
manifesti a brandelli, vanno a brani
le promesse di ieri e lungo i marciapiedi
è già il tritume delle cicale scoppiate.
Sceso all’incrocio un manovratore
lavora allo scambio con la sua spranga,
riavvia giorni e rumore.
– Ecco i soli sconfitti, i veri vinti… –
anonima ammonisce una voce.

III.

Di schianto il braccio s’è abbattuto
e passa ad altri, piú forti,
la mano del vincitore.
Dirò che era giusto
e tenterò una compostezza
appena contraddetta dagli occhi folli.
Che presto saranno spenti.
Presto sullo sparato del decoro
il bruco del disonore…

IV.

Abboccherà il demente all’esca
dei ragazzi del bar?
Certo che abboccherà
                                         e per un niente
nella sua nebbia si ritroverà
dalla parte del torto.
Lo picchieranno, dopo, piú di gusto.
C’era altro da fare delle domeniche?
I giornali attorno ai chioschi
garruli al vento primaverile:
viene un tale, canaglia in panni lindi,
su titoli e immagini avventa un suo cagnaccio.
– La sporca politica
e noi sempre pronti a rifondere il danno,
Pantalone che paga –
e getta soldi all’accorso edicolante.
Approvazioni, intorno, risa.

V.

L’Italia, una sterminata domenica.
Le motorette portano l’estate
il malumore della festa finita.
Sfrecciò vano, ora è poco, l’ultimo pallone
e si perse: ma già
sfavilla la ruota vittoriosa.
E dopo, che fare delle domeniche?
Aizzare il cane, provocare il matto…
Non lo amo il mio tempo, non lo amo.
L’Italia dormirà con me.
In un giardino d’Emilia o Lombardia
sempre c’è uno come me
in sospetti e pensieri di colpa
tra il canto di un usignolo
e una spalliera di rose…

VI.

oppure
tra cave e marcite una coppia.
Area da costruzioni – con le case
qui giungeremo tra non molto.
E intanto finché dura
abbandoniamoci a questi finti prati.
Dove sei perduto amore
canta l’uomo alla ragazza
saltata oltre il terrapieno.
«Hai sempre il sole dalla tua» galante
continua a motteggiarla, ritrovandola
di là, capelli al vento gola giovane
anche piú bionda a quel ritorno di sole.
Ma poi, divisi dalla folla
separati passando tra la folla che non sa,
cosa vive di un giorno? di noi o di noi due?
                 Il distacco, l’andarsene
sul filo di una musica che è già d’altro tempo
guardando in ogni volto
e non sei tu.
Qui dunque si chiude la giovinezza,
su uno scambio di persona?
Ma sí, quella sfilata di tetti
quei balconi e terrazze
rapido ponte tra noi ogni mattina
e a sera lenta fuga…
già domani potresti abbandonarti
a un’altra onda di traffico, tentare
un diverso versante,
mutare gente e rione
                                       e me su uno
di questi crolli del cuore, di queste repentine
radure di città lasciare
con l’amaro di una perdita
con quei passi di loro tardi uditi.
Solitudine, solo orgoglio…
                                                 Geme
da loro in noi nascosta una ferita
e le dà voce il vento dalla pianura,
l’impietra nelle lapidi.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965