Fuori – Cees Nooteboom

René Magritte, Il 16 settembre (1956)

 

Fuori ormai non vado piú,
ci sono, fuori. A metà strada tra la palma
e il fico. Sotto la mezza
luna, sette ore ancora alla rugiada.
Gocce sulla piombaggine.

Come si chiama ogni ora
della notte, come si chiama ogni minuto
dell’ora? Se i giorni hanno nomi,
perché non i minuti?

Ogni istante della nostra vita
dovrebbe avere un nome
che non assomigli al nostro,
che ci dimentichi. Ogni secondo
una cifra su un registro

di battiti di ciglia, sussurrio
origliato, versi di poesia
inframmezzati ai giornali,
sussurrio di brina e di neve,
la piú lenta poesia
della durata.

Tutto a formare un cerchio,
tondo come un quadrato,

ogni cosa per sempre
sposata a se stessa.

Cees Nooteboom

(Traduzione di Fulvio Ferrari)

da “Luce ovunque (2012- 1964)”, Einaudi, Torino, 2016

∗∗∗

Buiten

Ik ga nu niet naar buiten,
ik ben buiten. Halverwege de palm
en de vijgenboom. Onder de halve
maan, nog zeven uur tot de dauw.
Druppels op het loodkruid.

Hoe heet elk uur
van de nacht, hoe heet elke minuut
van het uur? Als dagen namen hebben,
waarom minuten dan niet?

Elk ogenblik van ons leven
zou een naam moeten hebben
die niet op de onze leek,
die ons vergat. Elke seconde
een cijfer in een register

van oogopslagen, afgeluisterd
gefluister, dichtregels half
om half met kranten,
gefluister van rijp en sneeuw,
het traagste gedicht
van de duur.

Alles een cirkel,
zo rond als een vierkant,

alles voor altijd
getrouwd met zichzelf.

Cees Nooteboom

da “Aanwezig, afwezig”, 1970

Senza di te – Angelo Maria Ripellino

Foto di Brett Weston

 

Senza di te gli oggetti mi si spezzano
in una trama di raggi ubriachi.
Le luci si raggelano, la vita
si muta in un sordo monologo.

Mi giro da ogni parte come un gallo
sperduto sulle tegole del mondo.
Come le ali occhiute d’un mulino,
le strade mi ruotano attorno.

Saltello come un passero, impacciato
nelle piccole scarpe rilucenti,
dondolo la testa nello spazio,
marionetta percossa dai venti.

Ti porto in me come la vita,
ti sento in gola come le lacrime.
Senza di te come una vecchia nave
il mio cuore sprofonda negli abissi,
impigliandosi alle alghe del nulla.

Angelo Maria Ripellino

da “Non un giorno ma adesso”, Roma, Grafica, 1960

Non t’amo più – Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

Evgenij Evtušenko

 

Non t’amo più… È un finale banale.
Banale come la vita, banale come la morte.
Spezzerò la corda di questa crudele romanza,
farò a pezzi la chitarra: ancora la commedia perché recitare!

Al cucciolo soltanto, a questo mostriciattolo peloso, non è dato capire
perché ti dai tanta pena e perché io faccio altrettanto.
Lo lascio entrare da me, e raschia la tua porta,
lo lasci passare tu, e raschia la mia porta.

C’è da impazzire, con questo dimenìo continuo…
O cane sentimentalone, non sei che un giovanotto.
Ma io non cederò al sentimentalismo.
Prolungar la fine equivale a continuare una tortura.

Il sentimentalismo non è una debolezza, ma un crimine
quando di nuovo ti impietosisci, di nuovo prometti
e provi, con sforzo, a mettere in scena un dramma
dal titolo ottuso «Un amore salvato».

È fin dall’inizio che bisogna difendere l’amore
dai «mai» ardenti e dagli ingenui «per sempre!».
E i treni ci gridavano: «Non si deve promettere!».
E i fili fischiavano: «Non si deve promettere!».

I rami che s’incrinavano e il cielo annerito dal fumo
ci avvertivano, ignoranti presuntuosi,
che è ignoranza l’ottimismo totale,
che per la speranza c’è più posto senza grandi speranze.

È meno crudele agire con sensatezza e giudiziosamente soppesare gli anelli
prima di infilarseli, secondo il principio dei penitenti incatenati.
È meglio non promettere il cielo e dare almeno la terra,
non impegnarsi fino alla morte, ma offrire almeno l’amore d’un momento.

È meno crudele non ripetere «ti amo», quando tu ami.
È terribile dopo, da quelle stesse labbra
sentire un suono vuoto, la menzogna, la beffa, la volgarità
quando il mondo falsamente pieno, apparirà falsamente vuoto.

Non bisogna promettere… L’amore è inattuabile.
Perché condurre all’inganno, come a nozze?
La visione è bella finché non svanisce.
È meno crudele non amare, quando dopo viene la fine.

Guaisce come impazzito il nostro povero cane,
raspando con la zampa ora la mia, ora la tua porta.
Non ti chiedo perdono per non amarti più.
Perdonami d’averti amato.

Evgenij Aleksandrovič Evtušenko

1966

(Traduzione di Sandra Grotoff)

da “Evgenij Aleksandrovič Evtušenko, Poesie”, Newton Compton, 1972

∗∗∗

Я разлюбил тебя…

Я разлюбил тебя… Банальная развязка.
Банальная, как жизнь, банальная, как смерть.
Я оборву струну жестокого романса,
гитару пополам — к чему ломать комедь!

Лишь не понять щенку — лохматому уродцу,
чего ты так мудришь, чего я так мудрю.
Его впущу к себе — он в дверь твою скребётся,
а впустишь ты его — скребётся в дверь мою.

Пожалуй, можно так с ума сойти, метаясь…
Сентиментальный пёс, ты попросту юнец.
Но не позволю я себе сентиментальность.
Как пытку продолжать — затягивать конец.

Сентиментальным быть не слабость — преступленье,
когда размякнешь вновь, наобещаешь вновь
и пробуешь, кряхтя, поставить представленье
с названием тупым «Спасённая любовь».

Спасать любовь пора уже в самом начале
от пылких «никогда!», от детских «навсегда!».
«Не надо обещать!» — нам поезда кричали,
«Не надо обещать!» — мычали провода.

Надломленность ветвей и неба задымлённость
предупреждали нас, зазнавшихся невежд,
что полный оптимизм — есть неосведомлённость,
что без больших надежд — надёжней для надежд.

Гуманней трезвым быть и трезво взвесить звенья,
допрежь чем их надеть,— таков закон вериг.
Не обещать небес, но дать хотя бы землю.
До гроба не сулить, но дать хотя бы миг.

Гуманней не твердить «люблю…», когда ты любишь.
Как тяжело потом из этих самых уст
услышать звук пустой, враньё, насмешку, грубость,
и ложно полный мир предстанет ложно пуст.

Не надо обещать… Любовь — неисполнимость.
Зачем же под обман вести, как под венец?
Виденье хорошо, пока не испарилось.
Гуманней не любить, когда потом — конец.

Скулит наш бедный пёс до умопомраченья,
то лапой в дверь мою, то в дверь твою скребя.
За то, что разлюбил, я не прошу прощенья.
Прости меня за то, что я любил тебя.

Евгений Александрович Евтушенко

1966

da “Евгений Александрович Евтушенко, Стихотворения и поэмы”, Volume 1, Советская Россия, 1987

Ciaccona – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

per Jaume Vallcorba

Sappiamo, tutti sanno, che parlava col Signore
in innumerevoli cantate e nelle passioni, ma c’è anche
la ciaccona dalla seconda partita per violino solo: qui,
solo forse in questo dove, Bach parla della sua vita,
a un tratto, inaspettatamente, ci racconta di se stesso,
irruente butta fuori tristezza e gioia (perché è questo
tutto ciò che abbiamo), disperazione per la perdita
di moglie e figli, pena per il fatto che tutto dev’esserci sottratto
dal tempo, ma anche l’estasi di ore interminabili,
quando nell’aria ammuffita di una tenebrosa chiesa,
solitario come il pilota di un vol de nuit che traghetti la posta
verso lidi stranieri, suonava l’organo e le sue dita
ne percepivano la pneumatica cedevolezza, il fremito
e il tremore, o se udiva l’uniforme possente voce del coro,
come se per sempre si fossero estinte le risse fra umani
– non d’altro, peraltro, sogniamo anche noi,
se non di poter finalmente dire il vero sulla nostra vita,
e non facciamo altro che tentare e ritentare, maladroits et honteux
the rest is not our business, e non faremo altro
che tentare e ritentare – epperò, nondimeno… dove sono,
dove potranno essere mai le nostre cantate – dimmi ti prego,
ti prego dov’è l’autre côté de la vie, the other side of the wind
dimmi cosa guarisce dal tacere.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

La versione italiana di questa poesia è stata modificata rispetto all’originale con il consenso dell’autore. [NdT]

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Chaconne

Dla Jaume Vallcorba

Wiemy, wszyscy wiedzą, że rozmawiał z Panem
w niezliczonych kantatach i w pasjach, ale jest też
chaconne z drugiej partity na skrzypce solo:
tutaj, może tylko tutaj, Bach mówi o swoim życiu,
nagle, niespodziewanie, opowiada nam o sobie,
szybko i gwałtownie wyrzuca z siebie smutek i radość
(bo nic innego nie mamy), rozpacz po stracie żony i dzieci,
żal, że czas musi nam wszystko odebrać,
ale także ekstazę niekończących się godzin
gdy w stęchłym powietrzu mrocznego kościoła,
samotny jak pilot samolotu przewożącego pocztę
do obcych krajów, grał na organach i czuł pod palcami
ich pneumatyczną uległość, ich zachwyt, drżenie,
albo gdy słyszał jednolity, mocny głos chóru, jakby
raz na zawsze skończyły sie waśnie pomiędzy ludźmi
– przecież my także marzymy o tym,
żeby powiedzieć prawdę o naszym życiu,
i wciąż niezgrabnie próbujemy,
i nadal będziemy próbowali, lecz
gdzie są, gdzie mogą być nasze kantaty, powiedz,
gdzie jest druga strona.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

«In questa notte nuda di parole» – Roberto Carifi

Trude Fleischmann, Tilly Losch-James, 1932

 

In questa notte nuda di parole
come un angelo cancelli il mio dolore
nella grazia tremante del tuo sguardo.
Anche se questo esilio mi apparterrà per sempre
la tua dolcezza è un’anima,
un lampo acceso nel destino,
una carezza deposta nel mio cuore
più forte del vento solitario
che vi respira dentro.
Lo so che un’ombra ci separa,
che questa luce è fragile
come certi lucignoli che scuote
la brezza leggera d’autunno,
ma il tuo sorriso forse l’ha scritto Dio
nel mio destino.

Roberto Carifi

da “Amore d’autunno”, Guanda, Milano, 1998