La Tigre Assenza – Cristina Campo

 

pro patre et madre

Ahi che la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
ha tutto divorato
di questo volto rivolto
a voi! La bocca sola
pura
prega ancora
voi: di pregare ancora
perché la Tigre,
la Tigre Assenza,
o amati,
non divori la bocca
e la preghiera…

Cristina Campo

da “Poesie sparse”, in “La Tigre Assenza”, Adelphi, Milano, 1991

Speranze – Giorgio de Chirico

Giorgio de Chirico, Presente e passato, 1936

 

Gli astronomi poetanti sono molto allegri
La giornata è radiosa la piazza piena di sole.
Alla veranda si sono affacciati.
Musica e amore. La dama ahimè troppo bella
Vorrei morire per i suoi occhi di velluto.
Un pittore ha dipinto un’enorme ciminiera rossa
Che un poeta adora come una divinità.
Ho rivisto quella notte di primavera e cadaveri
Il fiume trascinava tombe che non sono più.
Chi vuole ancora vivere? Le promesse sono più belle.

Hanno issato tante bandiere sulla stazione
A patto che l’orologio non si fermi
Deve arrivare un ministro.
Egli è intelligente e dolce sorride
Capisce tutto e di notte
alla luce di una lampada fumante
mentre il guerriero di pietra dorme
sulla piazza buia
Scrive lettere d’amore tristi e ardenti.

Giorgio de Chirico

(Traduzione di Valerio Magrelli)

Dai “Manoscritti Eluard” (1911-1915)

da “La casa del poeta”, La nave di Teseo, 2019

Espoirs
Una prima pubblicazione, insieme ai successivi Une vie e Une nuit, si ha sul numero 4-5 de “La Révolution Surréaliste”, la rivista diretta a Parigi da André Breton, nell’ottobre 1925. Giedion-Welcker 1946, p. 203; Schmied 1973, p. 14 (in traduzione tedesca); Venezia 1979, p. 108; Siniscalco 1980, p. 17; Fagiolo dell’Arco 1981, p. 99; Vegliante 1981, p. 14; Meccanismo 1985, p. 24; Ashbery 1992, p. 195 (in traduzione inglese); Scritti 2008, p. 583; Metafisica 2008, p. 425 (con traduzione italiana); Metaphysical Art 2016, p. 195 (in traduzione inglese); Londra 2017, p. 172 (con traduzione inglese). La traduzione di Valerio Magrelli è in Metafisica 2010, p. 215.

∗∗∗

Espoirs

Les astronomes poétisants sont bien joyeux.
La journée est radieuse la place pleine de soleil.
Sur la vérandah ils sont penchés.
Musique et amour. La dame hélas trop belle
Je voudrais mourir pour ses yeux de velours.
Un peintre a peint une énorme cheminée rouge
Qu’un poète adore comme une divinité.
J’ai revu cette nuit de printemps et de cadavres
Le fleuve charriait des tombeaux qui ne sont plus.
Qui veut vivre encore? Les promesses sont plus belles.

On a hissé tant de drapeaux sur la gare
Pourvu que l’horloge ne s’arrête pas
Un ministre doit arriver.
Il est intelligent et doux il sourit
Il comprend tout et la nuit
à la lueur d’une lampe fumante
pendant que le guerrier de pierre dort
sur la place obscure
Il écrit des lettres d’amour tristes et ardentes.

Giorgio de Chirico

da “Metafisica. Quaderni della fondazione Giorgio e Isa de Chirico”, 7-8, 2008

Manoscritti Eluard-Picasso (1911-1915). Testimonianza eccezionale delle prime formulazioni teoriche e artistiche del giovane de Chirico, arrivato a Parigi nel luglio 1911 e destinato a restare nella capitale francese fino all’estate del 1915, i manoscritti constano di quarantotto pagine su fogli di vario formato, che presentano scritti, talvolta cancellati, esercizi linguistici e una trentina di disegni. Già appartenuti al poeta Paul Eluard che li ha più tardi ceduti a Picasso, oggi i manoscritti sono conservati nel ‘Fonds Picasso’ presso il Musée Nationale Picasso a Parigi. Le poesie riportate in questa sezione seguono l’ordine con cui le pagine sono state rilegate in un unico tomo intorno al 1924.

Lungo le rive – Antonio Prete

Foto di Anja Bührer

 

E camminano i morti lungo le rive
deserte di tempo.
Non calpestano ghiaia né erba.
Hanno del mondo solo un’idea,
una nuvola-idea.
                         Una bolla
è il mondo gonfia di niente
che fluttua piano nell’aria
sotto un cielo di stelle spente.

Antonio Prete

da “Tutto è sempre ora”, Einaudi, Torino, 2019

La stanza – Antonio Prete

Bill Brandt, Nude, Campden Hill, London, 1947

 

Un po’ spoglia, la magnolia fa trame
nel pallore del cielo. Di là da essa
il bruno scollinare delle crete
verso torri annebbiate, verso il nero
dei castagni.
                   Nella stanza, sfuggite
alla rapina dell’oblio, salgono
parvenze. Un esercizio amaro è dare
un nome a quello che è perduto. Un viso
sta nell’ombra, da un angolo mi guarda
con un sorriso che è d’enigma o forse
di dolcezza, e con voce fioca, «anch’io»,
dice, «sono una chimera, o una piuma
che svola inconsistente nel mai piú».

Dal tempo qui raccolto nell’angustia
dell’accaduto, dal tempo disperso
nei miraggi, mi distraggo guardando
tra il folto dei cipressi il lampo rosa
delle case sul poggio di Fogliano,
e sento, nella luce di dicembre,
che l’assenza del mare è opaco assillo,
privazione che orchestra questa danza
d’ombre. È l’assenza di una bianca riva
il principio che intorbida il già stato.

Antonio Prete

da “Tutto è sempre ora”, Einaudi, Torino, 2019

Il cielo – Wisława Szymborska

Eugène Boudin, Nuages blancs, ciel blu, Honfleur, vers 1859

 

Da qui si doveva cominciare: il cielo.
Finestra senza davanzale, telaio, vetri.
Un’apertura e nulla più,
ma spalancata.

Non devo attendere una notte serena,
né alzare la testa,
per osservare il cielo.
L’ho dietro a me, sottomano e sulle palpebre.
Il cielo mi avvolge ermeticamente
e mi solleva dal basso.

Perfino le montagne più alte
non sono più vicine al cielo
delle valli più profonde.
In nessun luogo ce n’è più
che in un altro.
La nuvola è schiacciata dal cielo
inesorabilmente come la tomba.
La talpa è al settimo cielo
come il gufo che scuote le ali.
La cosa che cade in un abisso
cade da cielo a cielo.

Friabili, fluenti, rocciosi,
infuocati e aerei,
distese di cielo, briciole di cielo,
folate e cumuli di cielo.
Il cielo è onnipresente
perfino nel buio sotto la pelle.

Mangio cielo, evacuo cielo.
Sono una trappola in trappola,
un abitante abitato,
un abbraccio abbracciato,
una domanda in risposta a una domanda.

La divisione in cielo e terra
non è il modo appropriato
di pensare a questa totalità.
Permette solo di sopravvivere
a un indirizzo più esatto,
più facile da trovare,
se dovessero cercarmi.
Miei segni particolari:
incanto e disperazione.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Niebo

Od tego trzeba było zacząć: niebo.
Okno bez parapetu, bez futryn, bez szyb.
Otwór i nic poza nim,
ale otwarty szeroko.

Nie muszę czekać na pogodną noc,
ani zadzierać głowy,
żeby przyjrzeć się niebu.
Niebo mam za plecami, pod ręką i na powiekach.
Niebo owija mnie szczelnie
i unosi od spodu.

Nawet najwyższe góry
nie są bliżej nieba
niż najgłębsze doliny.
Na żadnym miejscu nie ma go więcej
niż w innym.
Obłok równie bezwzględnie
przywalony jest niebem co grób.
Kret równie wniebowzięty
jak sowa chwiejąca skrzydłami.
Rzecz, która spada w przepaść,
spada z nieba w niebo.

Sypkie, płynne, skaliste,
rozpłomienione i lotne
połacie nieba, okruszyny nieba,
podmuchy nieba i sterty.
Niebo jest wszechobecne
nawet w ciemnościach pod skórą.

Zjadam niebo, wydalam niebo.
Jestem pułapką w pułapce,
zamieszkiwanym mieszkańcem,
obejmowanym objęciem,
pytaniem w odpowiedzi na pytanie.

Podział na ziemię i niebo
to nie jest właściwy sposób
myślenia o tej całości.
Pozwala tylko przeżyć
pod dokładniejszym adresem,
szybszym do znalezienia,
jeślibym była szukana.
Moje znaki szczególne
to zachwyt i rozpacz.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a 5, Poznań, 1993