Mia lingua fedele – Czesław Miłosz

Foto di Tomasz Tomaszewski

 

Mia lingua fedele,
ti ho ser­vito.
Ogni notte ti met­tevo davanti le sco­del­line dei colori,
per­ché tu avessi e la betulla e la caval­letta e il ciuf­fo­lotto
con­ser­vati nella mia memoria.

È stato così per molti anni.
Sei stata la mia patria per­ché un’altra è man­cata.
Pen­savo che avre­sti fatto da inter­me­dia­ria
fra me e le per­sone buone,
non fos­sero che venti, dieci,
o ancora doves­sero nascere.

Ora rico­no­sco di dubi­tare.
Ci sono momenti in cui mi sem­bra di aver sciu­pato la vita.
Per­ché tu sei la lin­gua degli umi­liati,
la lin­gua degli insen­sati e di coloro che odiano
se stessi forse ancor più degli altri popoli,
la lin­gua dei con­fi­denti,
la lin­gua dei con­fusi,
malati della pro­pria innocenza.

Ma senza di te chi sono.
Solo un pedante in qual­che paese lon­tano,
un suc­cess senza paura e umi­lia­zioni.
Be’ sì, chi sono senza di te.
Un filo­sofo come tutti.

Capi­sco, que­sta deve essere la mia edu­ca­zione:
la glo­ria all’individualità sot­tratta,
al Pec­ca­tore d’una Mora­lità
il Gran Borioso stende sotto il tap­peto rosso,
men­tre la lan­terna magica
getta sulla tela imma­gini di umana e divina sofferenza.

Mia lin­gua fedele,
eppure forse io ti devo sal­vare.
Con­ti­nuerò per­ciò a met­terti davanti sco­del­line di colori
chiari e puliti se pos­si­bile,
per­ché nell’infelicità occorre una qual­che armo­nia e bellezza.

Czesław Miłosz

Berkeley, 1968

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Città senza nome”, in “Czesław Miłosz, Poesie”, Adelphi, 1983

∗∗∗

Moja wierna mowo

Moja wierna mowo,
służyłem tobie.
Co noc stawiałem przed tobą miseczki z kolorami,
żebyś miała i brzozę i konika polnego i gila
zachowanych w mojej pamięci.

Trwało to dużo lat.
Byłaś moją ojczyzną bo zabrakło innej.
Myślałem że będziesz także pośredniczką
pomiędzy mną i dobrymi ludźmi,
choćby ich było dwudziestu, dziesięciu,
albo nie urodzili się jeszcze.

Teraz przyznaję się do zwątpienia.
Są chwile kiedy wydaje się, że zmarnowałem życie.
Bo ty jesteś mową upodlonych,
mową nierozumnych i nienawidzących
siebie bardziej może od innych narodów,
mową konfidentów,
mową pomieszanych,
chorych na własną niewinność.

Ale bez ciebie kim jestem.
Tylko szkolarzem gdzieś w odległym kraju,
a success, bez lęku i poniżeń.
No tak, kim jestem bez ciebie.
Filozofem takim jak każdy.

Rozumiem, to ma być moje wychowanie:
gloria indywidualności odjęta,
Grzesznikowi z moralitetu
czerwony dywan podścieła Wielki Chwał,
a w tym samym czasie latarnia magiczna
rzuca na płótno obrazy ludzkiej i boskiej udręki.

Moja wierna mowo,
może to jednak ja muszę ciebie ratować.
Więc będę dalej stawiać przed tobą miseczki z kolorami
jasnymi i czystymi jeżeli to możliwe,
bo w nieszczęściu potrzebny jakiś ład czy piękno.

Czesław Miłosz

Berkeley, 1968

da “Miasto bez imienia”, Instytut Literacki, Paryż, 1969

Quaderno a parte: Attraverso le gallerie di specchi – Czesław Miłosz

Pagina 27

Quanti prima di me uscirono dal confine delle parole,
intuendo come fossero inutili dopo un secolo di allucinazioni,
che erano spaventevoli e senza significato alcuno?

Cosa posso mettere in moto, cominciando
dal conduttore barbuto e biondo della Transiberiana,
dalla dama cui un passeggero offrì un anello mongolo,
dagli spazi per cui cantavano i fili del telegrafo,
dai felpati coupé e dalla stazione al terzo scampanìo?

Tutti stanno al balcone, chiarovestiti,
e col vetrino affumicato guardano l’eclissi di sole
è l’estate del 1914, nella provincia di Kovno.¹
Ci sono anch’io, ignaro di quello che sarà, e come,
e anche loro lo ignorano, e non sanno
che quel ragazzetto che era lì presente
un giorno vagherà sul precipizio
oltre il confine delle parole,
verso la fine della vita, quando loro
non ci saranno più.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Inno alla perla”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

¹ Kaunas, in Lituania

∗∗∗

Osobny zeszyt: przez galerie luster

Strona 27

Ilu było takich przede mną, którzy wyszli za granicę słów,
Rozumiejąc daremność mowy po stuleciu przywidzeń,
Które były przerażające i nic nie znaczyły?

Co mam począć z Inianobrodym konduktorem transsyberyjskiej kolei,
Z damą, której podróżnik ofiarował pierścień Mongolii,
Z obszarami śpiewających telegraficznych drutów,
I pluszowymi coupe i stacją po trzecim dzwonku?

Wszyscy stoją na ganku jasno ubrani
I przez zadymione szkiełka patrzą na zaćmienie słońca
Latem 1914 roku, w guberni kowieńskiej.
I ja tam jestem, nie wiedzący jak i co się stanie,
Ale oni też nie wiedzą jak i co się stanie,
Ani że ten chłopczyk, teraz jeden z nich,
Zawędruje nad przepaść za granicą słów,
Kiedyś, pod koniec życia, kiedy ich nie będzie.

Czesław Miłosz

da “Hymn o Perle”, Instytut Literacki, Paryż, 1982

Quaderno a parte – Fogli ritrovati – Czesław Miłosz

AMERICA

Ocracea e plumbea è la corrente del rapido fiume,
sulla cui riva giunsero un uomo e una donna con un tiro di buoi,
per fondare una città e piantarvi un albero al centro.
Sotto quell’albero sedevo talvolta a mezzogiorno
e guardavo la bassa sponda sulla riva opposta:
pantani, giuncaie, una pozza invasa dalla lemna
luccicavano come al tempo di quei due dai nomi ignoti.
Non credevo potesse capitare a me: su questo fiume, in questa città,
non altrove, proprio qui, una panchina e un albero.

∗∗∗

26.IX.1976. Sera. Che sollievo! Che felicità! La vita vissuta e quel tormento causato dalla tua stoltezza appartengono ormai al passato.

Ammiro me stesso? Per aver sopportato? Pressappoco, ma è qualcosa di molto diverso dall’ammirazione, somiglia all’orgoglio di quel corridore che non è stato bravo, è arrivato quasi ultimo, ma ha corso.

∗∗∗

La cattedrale delle mie illuminazioni, il vento autunnale.
Sono invecchiato nel rendere grazie.

∗∗∗

Anche la cosa meno solenne ci risponderà, se ci rivolgeremo a essa con rispetto. (Frase sognata il 20.11.78 e annotata l’indomani).

∗∗∗

L’angelo della morte ammaliatore
con occhi celesti
con chioma castana
accorre danzando.

Le labbra sue, gioia,
la lingua nelle orecchie sue, delizia,
lo sguardo suo, luce
di piena primavera.

E mi toccò
e mi baciò
e ritornai
al mio inizio.

Non essere, non soffrire,
non causare dolore.
Cancellare tutta
un’esistenza,
affinché non rimanga
notizia di me,
né ricordo,
nulla.

Affinché il mondo sia ancora
come quest’angelo della morte,
perfetto, sereno
e beato.

1976

∗∗∗

Affinché il buio sia placato. Parto presto,
vado, perché tormentato da sogni
che mi imprigionano in ciò che già fu
in un colpevole e amaro rimestio della memoria.

Mi affanno su per l’erta, aspiro la fragranza delle foglie,
arranco in mezzo ai pruni e all’erbe secche,
ma la vetta è pur sempre lontana. E mi ghermisce
implacabile il buio, e ogni giorno comincio da capo.

1976

 ∗∗∗

DALLA FINESTRA DEL MIO DENTISTA

Straordinario. Una casa. Alta. Circondata d’aria. Svetta. In mezzo al cielo azzurro.

Oh, oggetti del mio desiderio, che mi ispiraste ascesi, passione, eroismo, che pena provo quando penso alle vostre labbra e mani e seni e ventri, resi all’amara terra.
Mi ricordo le stradine, i viottolini
su cui vidi passare i tuoi piedini.

(Canzone di Vilna)

(Qui terminano i «Fogli ritrovati»).

Czesław Miłosz

(Traduzione di Andrea Ceccherelli)

 da “Il cagnolino lungo la strada”, Adelphi, 2002

Canto di un cittadino – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 

Pietra del fondo, che vedeva disseccarsi i mari
e milioni di bianchi pesci con salti di tormento –
io, pover’uomo, vedo un formicaio di genti bianche e nude,
prive di libertà. E vedo il granchio che ne divora il corpo.

E stati cadere, nazioni rovinare,
fuggire i re e gli imperatori.
Poi, la potenza dei tiranni.
E adesso posso dire, in questa ora,
che esisto, sebbene tutto muoia,
che è meglio un cane vivo di un leone morto,
così come dice la Scrittura.

Io, pover’uomo, seduto su una fredda sedia, occhi serrati,
sospiro e penso a un cielo di stelle,
a spazi non-euclidei, a germinanti amebe,
e agli alti monticelli delle termiti.

Io camminando dormo, e dormendo son desto,
corro inseguito e poi vengo sommerso,
su piazze di città, sospese in un’aurora
intensa, sotto il frantume marmoreo di una porta in rovina
commercio vodka e oro.

Eppure mi capitò di esserci vicino, giungevo
al cuore del metallo, allo spirito della terra, dell’acqua,
del fuoco,
l’ignoto scopriva il volto, come si scopre
una notte tranquilla riflessa in un ruscello.
E mi salutavano specchi di giardini
fogliati di rame, che scompaiono quando li si afferra.

E vicino, qui oltre la finestra, una serra di mondi,
dove il maggiolino e il ragno sono pianeti,
e l’atomo vagante è un rilucente Saturno,
e i mietitori portano alle labbra
il freddo boccale nell’estate che brucia.

Questo volevo e null’altro. Da vecchio mettermi
come il vecchio Goethe di fronte alla terra
e riconoscerla, e conciliarla
con l’opera, elevata
come una rocca nel bosco sopra il fiume
delle luci mutevoli e delle ombre labili.

Questo volevo e null’altro. Allora
di chi è la colpa? Perché mi è stata tolta
la giovinezza e poi l’età matura, perché hanno drogato
i miei anni migliori di sgomento? Di chi,
di chi è la colpa, o Dio, di chi?

E posso solo pensare a un cielo di stelle,
agli alti monticelli delle termiti.

Czesław Miłosz

Varsavia, 1943-1944

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Salvezza”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

∗∗∗

Pieśń obywatela

Kamień z dna, który widział wysychanie mórz
I milion białych ryb skaczących w męczarni —
Ja, biedny człowiek, widzę mrowie białych obnażonych ludów
Bez wolności. Kraba widzę, który ich ciałem się karmi.

Widziałem upadek państw i zgubę narodów,
Ucieczkę królów i cesarzy, potęgę tyranów.
Mogę powiedzieć teraz, w tej godzinie,
śe jednak — jestem, chociażwszystko ginie,
śe lepszy jest pies  żniźli zdechły lew,
Jak mówi Pismo.

Ja, biedny człowiek, siedząc na zimnym krześle, z przyciśniętymi oczami,
Wzdycham i myślę o gwiaździstym niebie,
O nieeuklidesowej przestrzeni, o pączkującej amebie,
O wysokich kopcach termitów.

Kiedy chodzę, jestem we śnie, gdy zasnę, przydarza się jawa,
Biegnę goniony i oblany potem,
Na placach miast, które zorza unosi jaskrawa,
Pod marmurowym szczątkiem roztrzaskanych bram
Handluję wódką i złotem.

A przecie byłem już nieraz tak blisko,
Sięgałem w serce metalu, w ducha ziemi i ognia, i wody,
I niewiadome odsłaniało twarz,
Jak odsłania się noc spokojna w strumieniu odbita.
I witały mnie lustrzane, miedzianolistne ogrody,
Które gasną, kiedy się je chwyta.

I blisko, tuż za oknem, oranżeria światów,
Gdzie mały chrabąszcz i pająk są równe planecie,
Gdzie jak Saturn rozjarza się wędrowny atom,
A tuż obok żeńcy podnoszą do ust zimny dzban
W upalnym lecie.

Tego chciałem i więcej niczego. W starości
Jak stary Goethe stanąć przed obliczem ziemi
I rozpoznać ją, i pogodzić ją
Z dziełem, wzniesionym jak leśna forteca
Nad rzeką zmiennych świateł i nietrwałych cieni.

Tego chciałem i więcej niczego. Więc któż 
Winien? Kto sprawił, że mi odebrano
Młodość i wiek dojrzały, że mi zaprawiono
Moje najlepsze lata przerażeniem? Któż,
Ach któż jest winien, kto winien, o Boże?

I myśleć mogę tylko o gwiaździstym niebie,
O wysokich kopcach termitów.

Czesław Miłosz

                                                             1943, Kraków

da “Ocalenie”, 1945, in “Czesław Miłosz, Utwory poetyckie. Poems”, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor, 1976

 

Le porte dell’arsenale – Czesław Miłosz

Foto di Rodney Smith

 

Teneri animali fedeli, tacendo, calmi
spiavano le terre dei parchi, socchiudendo
i loro occhi d’olivo. Le statue raccoglievano
sul capo foglie di castagni e con il rotolo
in pietra di leggi da tempo passate o i resti
di una spada andavano, coperte dall’alloro
di nuovi autunni, sull’acqua, là dove nuotava
una barchetta di carta. Da sotto la terra
cresceva una luce, un freddo bagliore traluceva
dal mantello striato dei guardinghi animali
giacenti, dalle cantine degli edifici
chiazzati dalla schiuma del giorno, e si scorgevano
le ali degli alberi volare nel fumo.

Fiamma, o fiamma, immense musiche risuonano,
un moto eterno turba i boschi, con le mani
legate, a cavallo, su affusti, sotto un turbine
immobile, soffiando in muti flauti, girano
i viaggiatori, incrociandosi in cerchio, a vicenda
mostrandosi le labbra saldate dal gelo,
storte nel richiamo, o i sopraccigli sdruciti
della saggezza, o le dita in cerca di cibo
nel petto spogliato di nastri, ordini, cordoni.

Un brusìo tempestoso, un fragor d’onda, un frusciare
di pianoforti si leva dal baratro. Là forse
gruppi di betulle suonano piccole nubi,
o greggi di capre tuffano le bianche barbe
nel dolce vaso di una verde forra, o gli argini
rispondono ai ruscelli delle valli arate
e avanzano i carri pieni con la sera a fianco,
finiscono di ardere le stoppie insieme
al riso della gente, al trapestìo dei passi?

O giardini sonnambuli, regni di profondi
sogni, benignamente accoglietela, viene
dal mondo in cui cresce tutta la beltà che vive.
Così, come non fosse cosa caduca, un pugno
di cenere, per quanto breve dura
il sole nel suo volo, voi prendetela,
che mai non debba chiamare a sé l’amore.

Avanza nei viali bluastri, lontananti, dentro
il brillante corteo, non conoscendo il fondo
dei nebbiosi giardini, una donna giovane
facendosi schermo agli occhi con la mano.
Gli animali distolgono i musi dal prato
e il barbuto custode trotta su un cavallino
storto, tendendo l’arco con la freccia d’oro.

Stormisce una bufera sotto i piedi che avanzano
nel falso silenzio e una nuvola di capelli
castani spiove dalla fronte levata, piccolo
pianeta. Argento stilla dalle labbra,
la paura spegne il rossore, ansima inquieto
il petto rappreso in due gocce di ghiaccio, un lampo
scocca. Per la luce, tutto ciò che è vivo muore.

Cadono le vesti incenerite, arde il cespo
della peluria e nudo il ventre apparirà
come un cerchio d’ottone, le agili cosce
più non reggeranno i sogni, nude e pure
fumeranno come rossicce Pompei.

E se nascerà un bimbo da questo sangue slavo,
occhi d’albugine, rotolerà dai gradini
giù con la testa greve, a quattro zampe nell’aria
dormirà giorno e notte come un cavallo morto
sopra la corta erba dei pascoli bruciati.

Riti e ghirlande su lei s’intrecceranno,
la sera le porrà sulla fronte spine d’ombra
e la mano che sparge semi agli angeli gobbi
darà un riposo eterno a tutte le bufere.

Facendo girare cerchi gialli e portando
navi cariche d’un esercito di soldati
di latta, venivano ragazzi dalle piazze,
una pioggerella fresca cadeva e cantava
un uccello, una piccola nuvola entrava
lentamente nella luna divisa in due.
Con occhi umidi cavalieri guardavano
dritti nel tramonto. E c’erano rincorse
di cani sulle aiole. Sopra scale dorate
sedevano gli amanti. Sulla terra un silenzio,
un’orchestra tuffata alle porte del crepuscolo
ammutoliva nella lunga via e sulle siepi
le mimose gelavano chinandosi alla notte.

Czesław Miłosz

Parigi, 1934

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Tre inverni”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

***

Bramy arsenału

Czułe zwierzęta wierne, milcząc, ze spokojem
obszar parków śledziły, mrużąc lekko szpary
swoich oliwnych oczu. Posągi zbierały
liść kasztanów na głowy i z kamiennym zwojem
praw dawno przeminionych albo śladem miecza
szły, oblepione nowych jesieni wawrzynem
nad wodę, gdzie okręcik papierowy płynął.
Spod ziemi rosło światło, zimny blask przeświecał
przez sierść czujnie leżących zwierząt pręgowaną,
przez piwnice budowli zbryzganych dnia pianą,
i widać było skrzydła drzew, lecące w dymie.

Płomieniu, o płomieniu, muzyki olbrzymie
rozlegają się, wieczny ruch zamąca gaje,
z rękami związanemi, konno, na lawetach,
pod nieruchomym wichrem, to na niemych fletach
dmący, krążą podróżni, mijając się kołem,
ukazując nawzajem usta mrozem skute,
wykrzywione w wołaniu, albo brwi rozprute
mądrością, albo palce szukające żeru
w piersi odartej z wstążek, sznurów i orderów.

Szum burzliwy, huk fali, fortepianów wianie
odzywa się z przepaści. Tam, czy stada brzóz
dzwonią w drobne obłoczki, czy gromady kóz
biaie brody nurzają w pieszczotliwym dzbanie
zielonego wąwozu, czy może zastawy
grają strumieniom doJin pogodnej orawy
i jadą pełne wozy, wieczór mając z boku,
a dogasają rżyska, śmiech Judzi, chrzęst kroków?

Ogrody lunatyczne, snów głuchych mocarstwa,
z sercem dobrem przyjmijcie tę, która przychodzi
ze świata, gdzie wyrasta wszelka piękność żywa.
Jakby nie była mama, zebranego garstka
popiołu, na niedługie, jak lot słońca trwanie,
weźcie ją, niech miłości nigdy nie przyzywa.

W siną dalekość alej, w połyski pochodów
dąży, nie znając głębi zamglonych ogrodów,
młoda kobieta, oczy przesłaniając ręką.
Zwierzęta obracają pyski znad trawników
i brodacz stróż kłusuje na krzywym koniku,
na złotej strzale niosąc cięciwę napiętą.

Żwir pod stopą, w fałszywej stąpającą ciszy,
szeleści i kłąb włosów kasztanowych spływa
z czoła podniesionego jak mała planeta.
Srebro sączy się w usta, lęk rumieńce ściera,
pierś stężała w dwa sople niespokojnie dyszy,
blask tnie. Od światła wszystko, co żywe, umiera.

Suknie spadną zetlałe, krzak włosów zgoreje
i brzuch goły odsłoni jak koło z mosiądzu,
uda ruchliwe odtąd marzeniem nie rządzą,
nagie i czyste dymią jak rude Pompeje.

A jeśli dziecko zrodzi się z tej krwi słowiańskiej,
patrząc bielmem, łbem ciężkim na stopnie potoczy
i z czworgiem łap w powietrzu w dzień będzie i w nocy
spać jak koń martwy w runi wypalonych pastwisk.

Korowody i wieńce zaplotą się na niej,
wieczór ciernie cieniste położy na czoło,
i takie będzie wieczne burz odpoczywanie,
z ręką, sypiącą ziarno garbatym aniołom.

Tocząc żółte obręcze, żaglowe okręty
naładowane wojskiem blaszanych żołnierzy
niosąc, szli chłopcy z placów, deszczyk padał świeży
i śpiewał ptak, a chmurką na dwoje przecięty
księżyc wschodził powoli. Oczami mokremi
jeźdźcy patrzyli prosto na zachód. Psów rody
goniły się na klombach. Nad złotawe schody
siadali zakochani. Spokój był na ziemi,
tylko orkiestra, w zmierzchu zanurzona wrota
milkła w długiej ulicy, i na żywopłotach
stygły krzaki mimozy kłaniając się nocy.

Czesław Miłosz

Paryż, 1934

da “Trzy zimy”, Warszawa-Wilno: Związek Zawodowy, Literatów Polskich, 1936