«Sto rifacendo la punta al pensiero» – Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, foto di Dino Ignani

 

Sto rifacendo la punta al pensiero,
come se il filo fosse logoro
e il segno divenuto opaco.
Gli occhi si consumano come matite
e la sera disegnano sul cervello
figure appena sgrossate e confuse.
Le immagini oscillano e il tratto si fa incerto,
gli oggetti si nascondono:
è come se parlassero per enigmi continui
ed ogni sguardo obbligasse
la mente a tradurre.
La miopia si fa quindi poesia,
dovendosi avvicinare al mondo
per separarlo dalla luce.
Anche il tempo subisce questo rallentamento:
i gesti si perdono, i saluti non vengono colti.
L’unica cosa che si profila nitida
è la prodigiosa difficoltà della visione.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1989

«Ho spesso immaginato che gli sguardi» – Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, foto di Dino Ignani

 

Ho spesso immaginato che gli sguardi
sopravvivano all’atto del vedere
come fossero aste,
tragitti misurati, lance
in una battaglia.
Allora penso che dentro una stanza
appena abbandonata
simili tratti debbano restare
qualche tempo sospesi ed incrociati
nell’equilibrio del loro disegno
intatti e sovrapposti come i legni
dello shangai.

Valerio Magrelli

da “Nature e venature”, 1987, in “Le cavie, Poesie 1980-2018”, Einaudi, Torino, 2018

Disamori – Valerio Magrelli

Gérard Laurenceau, dalla serie A Langueur De Rues

 

Questa grafia si logora,
saltano gli angoli, le «erre»,
le «emme», tornano tonde,
rotolano limate, levigate
pietre nella corrente.
I volti anche,
i volti si consumano
a forza d’esser guardati.
Diventano paesaggi
di rovine.

Sto sotto la montagna,
nella cava, la striscia candida
della roccia strappata, scorticata,
e ne cavo ogni tanto qualche pietra
a malincuore, quasi fosse un’offesa
recata alla parete, un venir meno
della sua viva consistenza.
Il mio scopo è la patina
prodotta dall’ossidarsi di una superficie
fino allora coperta, protetta.
Non è il dolore, ma ciò che il dolore
annuncia, una nuova difesa,
la pelle messa a nudo che ricresce, l’erba,
il velo che si ricompone
sull’abrasione, il tatuaggio,
la decorazione di una cicatrice.
Come se il fregio sempre
nascondesse lo sfregio.

Il mio cuore è scheggiato,
scalfita
la superficie scintillante
e dura dello smalto, quel manto
freddo, metallizzato,
lucido, delicato prodotto
della verniciatura a fuoco.

Sto solo come un chiodo
insieme alla sua ombra.
Solo come un proiettile
che non fa in tempo
a proiettare ombra.

Filare sospeso a mezz’aria
sui 180 all’ora.
Passare sulle cose
sfiorandole,
toccandole appena,
ma già lontano,
già troppo lontano
per sentire il rumore che fanno
cadendo.

Giungla d’asfalto

Vagano nella notte
vasti gli autobus,
anime in pena,
scrigni di luce pallida,
tremanti, vuoti, utili
soltanto a chi è lontano,
avanti e indietro
sempre legati ad una linea
di dolore,
e lasciano salire ad ogni sosta
un sospiro
che sembra una preghiera.

Quando passo per strada le sirene
scattano, si avviano i motori,
gli abbaglianti si accendono.
L’etere è colmo di emissioni,
di onde invisibili e fitte,
gremito, sensitivo. La mia presenza
basta a manometterne
il dispositivo di allarme.
Non la persecuzione, la congiura,
ma la perquisizione.
E in fondo provo quasi simpatia
quando il nemico
mostra di riconoscermi.

I sospiri, i sorrisi del telefono
non vogliono risposta.
È la voce che luccica,
che vale,
che tintinnando saluta
per chiedere il suo equivalente
al modo in cui si cambia del denaro
in moneta straniera.

Il telefono è il mio rubinetto
la fontana di voci, la doccia,
l’acqua è sempre la stessa,
ma la goccia
ogni volta è diversa. Pensa ai poveri
granelli di carbone
che danzano una danza
nuova ad ogni respiro
mai la stessa, i volatili, i passeri
che intorno a questa vasca
saltellano perché noi ci parliamo.

Mi accarezzavo il viso
pensando fosse il suo
e ne sentivo i tratti,
i segni, i punti che guardavo
ogni momento quando la guardavo.
Per un attimo appena io
ero lei e mi sognavo mentre
pensavo a me. Dov’ero
adesso? In Tibet
i sacerdoti essicano i cadaveri
e con le ossa fabbricano
flauti. Ma ora le mie ossa
erano sue. Con chi
dovrei suonare la mia nenia
funebre?

«La vecchia che trema»
era una frase per indicare
l’ora in cui, d’estate,
dopo pranzo la piazza
si arroventava tutta
e le sagome di chi la percorreva
tremavano combuste, accartocciandosi.
Tremava nel vapore non la vecchia
ma l’immagine sua. Ma dove sta,
che fa, ora che annotta,
a chi trema, perché
continua ancora
a tremare?

… una stanzetta ghiaccia come un’ostrica.
                                                         H. MELVILLE

Come l’ostrica fissa
piombata dentro l’acqua
fredda, buia, reclusa,
mi alleva questa camera,
e allora sono la sua lingua
tenera, distesa tra le valve
calcaree del mio letto.

Nella stanza
scaldata dalla stufa
giaccio nel sonno
lento pane morbido
che sta nel forno
e attende
la prima pezzatura del mattino.

Io cammino fumando
e dopo ogni boccata
attraverso il mio fumo
e sto dove non stavo
dove prima soffiavo.

Valerio Magrelli

da “Nature e venature”, “Lo Specchio” Mondadori, 1987

«Io sono ciò che manca» – Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, fotografia di Dino Ignani

 

Io sono ciò che manca
dal mondo in cui vivo,
colui che tra tutti
non incontrerò mai.
Ruotando su me stesso ora coincido
con ciò che mi è sottratto.
Io sono la mia eclissi
la contumacia e la malinconia
l’oggetto geometrico
di cui per sempre dovrò fare a meno.

Valerio Magrelli

da “Ora serrata retinae”, 1980, in “Le cavie, Poesie 1980-2018”, Einaudi, Torino, 2018

«Senza accorgermene ho compiuto» – Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, foto di Dino Ignani

 

Senza accorgermene ho compiuto
il giro di me stesso.
Ho iniziato il racconto
ma inavvertitamente
sono arrivato alla fine
ad illustrarmi, a nascondere
nell’angolo del quadro
la mia immagine.
Con l’ultimo cabotaggio si conclude
questa passione geometrica
o forse solamente
si arriva a prospettare
la descrizione di un punto
da infiniti altri punti.

Valerio Magrelli

da “Aequator lentis”, in “Ora serrata retinae”, Feltrinelli, 1980