Il labirinto è nella trasparenza – Piero Bigongiari

Sergio Larrain, Italia, Sicilia, 1959

 

Volterai dove non si può voltare,
ritroverai il mare e le sue spine,
ti pungerai allo spruzzo dei fiori.

Tale disse il vento all’ignaro fanciullo
che credeva le strade e la sua casa
fatte per lui, immobile disegno
dove la sua mobilità fosse quella del vento,
la folata e lo spavento delle cose che ritornano su se stesse
come il panno che sventola e si asciuga
o la vela che il boma indirizza
là presso alla tuga schiaffeggiata dal sole
dopo che esso ha appena mormorato
il nome incomprensibile d’un marmorato evento:
l’angolo speronante d’una via,
il gradino inesplorato dell’amore,
persino la moneta che ha lasciato
un povero cadere dalla tasca bucata
e che tu hai raccolto, di cui fosti
ricco per un istante trafugato
prima di riconsegnarla alla sua mano tremante.

Ma il labirinto è nella trasparenza:
muta siepi, mura, meta; muta il nemico e l’amico;
è appena sopra l’occhio la sua distesa invisibile
che tu costruisci voltando dove si deve voltare,
ma le sue giravolte, come quelle del mare,
tornano su se stesse, insabbiano le fiumare,
– ricordi come il vento marezza il fiume
che sembra risalire alle sorgenti? –,
seccano lo spino dell’occhio che fiorisce di oscuri petali
morbido come il seno di chi ti attende,
il suo profumo di fiore ancora sulla pianta.
È solo nella morte l’incostruito, l’incostruibile,
anche il mito è un piccolo riso che frizza sulla sua bocca senza labbra.
Sarà là che potrai come se tu andassi diritto camminare in ogni direzione?

Si dissalda la fede per essere troppo simile all’incredulità,
il garrulo ritorno d’un gorgheggio
cerca nel nome il labirinto, o peggio,
il senso invalicabile, ma fu,
esso non altro fu che il duro seggio
dove sedeva Nessuno che credeva,
mentre narrava la sua oscura favola,
d’essere visto, d’essere seguito
nella sua avventura da quell’occhio
che solo attende il suo avvicinarsi
come lo sguardo che null’altro vede
che ciò che rende: quell’occhio divino
prestato a Nausicaa, al peccato
del desiderio occulto fra gli sterpi.
Ma tu, il nascosto, sciogli dalle bende
il braccio anchilosato dal suo troppo
indicare soltanto in ciò che è stato
quello che non è stato e che sarà,
nel mare troppo aperto l’impossibile
dell’avventura, o ciò che l’avventura
rende, pel suo troppo probabile, impossibile.

Ti ho amato troppo, vita, ora per dirti
che sono stato in te un fanciullo e un uomo,
s’io sono stato quello che non ero
per essere più tuo, e un po’ meno
vero per essere più vero. È,
è del cristallo il frantumarsi in luce
come si perse in tenebrìa il grido
sacrificato, lucentezza ultima
su una china che trema: altro non ha
che la sua instabilità, dove cammina
chi non sa quel che ha visto né ha visto
quello che ha creduto di sapere.

Erano invano desolati i monti,
i prati, l’avvenire. I piedi alzati
da terra sanguinavano per te
che ne cercavi ancora i prati, le erbe,
i conigli selvatici, le cerve
che guardavano alzarsi alati in volo,
il suolo ricordarsi ch’era solo
la traccia d’un cammino: il tuo, o di chi?

Piero Bigongiari

22-23 maggio ’86

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992

Assenza – Piero Bigongiari

Man Ray, Lee Miller, 1930 s

 

Non ha il cielo un segreto che ti culmini,
le tue risa s’iridano al vetro
della sera dolcissima di fulmini.
Al cielo sale nel tuo gesto effimero
la riga d’un diamante, lo smeriglio
ricalcola all’assenza una giunchiglia
morta nel sonno e al tenero fermaglio
del tuo dolore che non si può chiudere
geleranno dagli astri luci blu,
luci sorte alla piega delle labbra
che rimormorano arse cielo al cielo.

Dove un rapido greto si distrugge,
dove odorano (al tuo braccio?) gaggie,
segreto faccio
mia la tua pena che non ti raggiunge.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

L’albero del bene e del male – Piero Bigongiari

Irene Kung

 

Ho vissuto, credo di aver vissuto,
come appena potevo. In quale evo
di lacrime ho cercato di sorridere
al richiamo del fato? Me lo dice
quel suono di liuto che scendeva
da una persiana chiusa in una via
deserta e sconosciuta. Dove ero?
Forse lontano solo da me stesso?
Lo ripete Euridice che voltandosi
vide perdersi chi in quel sorriso
muto di lei attizzò il gran fuoco
del suo dolore.

                       Ho perduto poco
dove ho perduto tutto, nel gran gioco
che al di là di ogni perdita l’amore
sostiene intatto in ciò che non ha avuto.
Più nessuna scommessa è ormai possibile
tra il bene e il male, anche se lo scibile
è divenuto un paravento fragile
che lascia trasparire, immortale,
quell’indulto atteso per tanti anni,
chi siede sulle scale della sua
dimora, di non so quale ricordo
che più non vale se è ormai affidato
solo all’oblio.

                      Ora mi sono alzato
al suono di quel liuto senza volto,
non so da dove quale mano pizzicato,
non so a chi rivolto, innamorato,
chi mi sussurra piano all’orecchio
che c’è ancora parecchio da donare,
quasi tutto. È questo il misterioso
frutto che io ancora vedo pendere
promettente sull’albero del bene
e del male.

                       Se mi volto non posso,
sull’orlo del peccato originale,
più sedermi: sparite quelle scale
sono rimasti solo quegli ermi
accenti di un liuto immortale.
Dimoro ormai nell’impeto straziante,
liturgico, di quel suggerimento
mentre il vento geloso mi contende
sin l’ascolto fatale di quel suono
in cui par diluirsi anche la voce
singhiozzante di chi chiede perdono,
troppo, ormai, troppo da me distante
quel mirifico groppo. È luce o pianto
che seduce soltanto ogni distanza?
Quale vanto deserto è in questa stanza
che intrattiene soltanto il mio sconcerto…

Piero Bigongiari

27 giugno 1995

da “L’amore è…”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Pavana reale – Piero Bigongiari

 

Creda la notte ai muriccioli lungo
una strada che troppo discende,
(di fiamme si mormora il ricordo
dentro gli occhi bendati. Densa Boboli
d’aprili andati a morte come vipere
verdi sui colonnati).
                                     

                                       Si ghirlandano
fiocchi diurni attorno a caprioli
feriti, è latte la memoria e spare
come questa pavana. Non pensare,
sei decorata tutta del tuo scendere, e
l’alveare notturno è senza sillabe.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, Parenti, Firenze, 1942

È semplice – Piero Bigongiari

Foto di Vivian Maier

 

È tutto cosí semplice quando anche,
o Signore, pregarti è non volere
se stessi, e le parole è cosí facile
che colte cosí presto si corrompano.

Ma perché si lamenta chi era incerto,
colui che non si stacca dalla dolce
sua nascita, colui che non cammina,
chi non ama o non può continuare
ad amare? Perché, Signore, limiti
con l’infinito chi non può volere?

Se io non so pregarti ormai, Signore,
che quando non mi vedo e non mi penso,
ti credo quando pecco,
quando so che mi segui
per non lasciarmi troppo solo. È semplice,
come dal letto balzando nel baratro
della vita, perché tutto matura
lontano dalla nostra cecità
ma a portata di mano.

Piú di cosí è impossibile tradirti
e con questa letizia che non ha
confine col dolore, ma che esso
lasciò per ricordarsi nel tuo regno.
Sempre oltrepasso il segno
per essere sicuro alle mie spalle.

Piero Bigongiari

3 dicembre ’45

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968