Si dice che Dio – Piero Bigongiari

Foto di Hengki Koentijoro

 

Si dice che Dio, che non parla, però respira nel palpito mimetizzato della razza in fondo al mare
e che per dissetarsi saltella col passo gentile anche se cauto del gerbillo nel deserto
da una pianta a un’altra pianta arida.

Così da una radice a una radice
secca balzella, e non è Dio, la parola
e non ha i denti acuti del gerbillo
e meno mimetica della razza sul fondo
se profonda respira si scopre allo strale
che ne fa sanguinare l’agonia.

Così ho visto sanguinare l’amore,
l’amore parlante, l’ho visto bere inequivocabile alla propria sete.
Se Dio non parla, e lo sappiamo che non parla,
forse in agguato ascoltava, già colpita, accostarglisi la preda
mentre il filo di sangue colava, gambo succolento, già sul fondo.

Piero Bigongiari

13 settembre ’72

da “L’infinito si allontana finito dall’uomo”, in  “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Una sera, vicino alla città – Piero Bigongiari

Gino De Dominicis, video di Gerry Schum

Nel sole della sera, sconosciuto
a sé e agli altri andava il fanciullo:
non era muto e non parlava: era
vicino alla città – perduta o ritrovata? –,
i rovi aumentavano e gli sterpi
sotto il suo passo incerto, l’occhio fisso.
«Che cosa trovi che non cerchi mentre
coi raggi occidui del sole ti inerpichi
sulle sue mura?»
 

                        Sono anch’esse cerchi
sull’acqua come quando affonda il sasso
gettato sulla calma dello specchio
dal fanciullo nella sua età giocosa,
ma non è più trastullo
ciò che la vita ora gli dice: «Osa!».

E mentre credi di inoltrarti e fai
solecchio con la mano per scrutare
più a fondo tutto intorno l’orizzonte,
vi affondi, ma si allarga intorno a te
il grande abbraccio circolare. Guarda,
guarda ancora una volta nell’oscura
vanità della porta se c’è ancora
chi ti attende, mentre intanto scende
dalle mura anche il sole a poco a poco.

Non entrerà al tuo posto che un uomo
oscuro verso una figura che,
luminosa nel buio, non attende
altro che il farsi lentamente notte.
È oscuro a se stesso, dalle bende
cinto, risuscitato dalla morte.
Gli è a lato solo il profumo di un fiore.

Ciò che è stato, ormai più non sarà.
Della vita aveva sbocconcellato
solo qualcosa che chi chiama amore
ora ne va cercando anche le briciole,
quasi raggi di sole penetrati
tra crepa e crepa entro quelle alte mura.

Il sole che si era fatto cullare
dalle onde amare del Tirreno insieme
al corpo solare del fanciullo, ora
anche il sole ha paura, si nasconde
o vuole penetrare più a fondo
nell’avventura inclita del mondo?

Piero Bigongiari

28 luglio 1991

da “Tra favola e storia”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Uno scialle di lacrime – Piero Bigongiari

Foto di Patty Maher

 

Una carne bianchissima là fiorisce nel deserto,
un pianto oscuro trina lo scialle dell’amore,
nessun vaso lacrimale vuole accoglierne la pendula
sedulità, solo la sabbia, vicino all’orcio vuoto, può imprimersene.

Ma tu di che cosa t’impressioni, orma che hai l’aspetto concavo
d’un volo volato via, ali seguitano a sciogliersi in colore
attorno ai tuoi occhi asciutti, e il deserto di chi fu ricusato
solo elitre battagliere abitano, specchi rotti del multiplo affacciarsi

dell’identico a se stesso. L’amore, l’amore trovato nell’ultima carica
della bambola, è qui che cammina, senz’altra carica che quella che lo lancia
dal confine ricurvo dell’universo, dal quasar morente
a questo spazio piccolissimo che devi riassumere tu indicandomi.

Piero Bigongiari

20 novembre ’74

da “Io sono in casa? Non so”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

E se un giorno in una città straniera… – Piero Bigongiari

Foto di Paul Nelson

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando ancora il tuo nome nella mente,
Nausicaa Nausicaa, risuona,
– posso chiamarti così perché il mio nome è Nessuno –,
il sole inclina verso occidente
e qualcosa, e non è il mare, s’incrina,
che il boma ondeggiando indica al vento,
stilo che ancora scrive col tuo nome
sulla cera ardente della sera
l’illusione che il mare non dispera
di congiungersi a un porto.

E se un giorno in una città straniera
udrai un canto levarsi di ritorno
da una via laterale,
non distogliere il passo ma ascolta,
ascolta andando avanti,
quel canto che ricorda
quanto indimenticabile è il passato,
come se una lama ripassasse dentro la ferita;
ma il tuo stesso ascoltare, mia vita,
sia l’ultimo dono dell’oblio.

Ah se in città straniere ho ritrovato la patria
più che nella mia che non so ritrovare
per non distruggere questo canto che erra
forse più del mio orecchio…
Sono vecchio,
o giovane? Non so, non ne so altro
che l’enigma non serri nel suo petto.

Piero Bigongiari

21 novembre 1991

da “Abbandonato dall’angelo”, Armando Dadò Editore, 1992

Amando, dove sei? – Piero Bigongiari

Foto di Ferdinando Scianna

 

Cosa insinua di incerto l’amore
nella speranza, il fiore quale scandalo
nella sua erta oltranza? Dove sei,
amando dove sei?

                                    Nell’altra stanza
odi un canto, un passo strascicato
di danza, e non ci vai, resti dubbioso.
Sai che talvolta è meglio la distanza
che inoltrarti in un ritmo che ascolti
e che vuoi che rimanga nel suo enigma
in cui molti significati, troppi
forse, sono racchiusi nel suo stigma.

Piero Bigongiari

18 gennaio 1996

da “Residui del viaggio”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996