L’eruzione solare della notte – Piero Bigongiari

Josef Sudek, Untitled, n.d.

 

L’eruzione solare della notte
ti veste di dolcezza.

                                              Là il mare,
quella linea lontana che appare
tra le chiarie vieppiù decisiva,
nemmeno limita la tenerezza
del tuo sguardo tornato a speculare
se esiste per lei un orizzonte
verso cui andare, o se questo è qui.

Spengi le candele nelle stanze
che non ne hanno più bisogno,
dove filtra ancora lúbrica la luce del sogno,
scacci anche il sogno come un importuno:
sei in attesa di quanto altro scalpiccia
nel solito apparire del medesimo.
Mi offri un acino dell’uva dell’Avvento,
e anche lo stento della porta che ruota
lentamente sui cardini è una musica
meno ignota per me.

                                        Per te la ruota
del fato non ha finito il suo giro:
ammiro quello che lì non è stato
né mai sarà compiuto…

                                                 come il suono
del liuto che, ricordi, abbiamo udito
un dì straziare i segni del viaggio
e incoraggiarci, indegni di ogni altrove.
Eravamo, anche lì, davanti a un mare
quasi lustrale nella lontananza,

davanti all’irrintracciabile colmarsi
di chiarezza dello stesso mistero.
Là finivano le orme di ogni passo
come il cane che davanti all’acqua
di un fiume perde il fiuto e non può
pedinare il cammino del fuggiasco.

Ma davanti al mistero non è questo
un rifiuto: il divieto è dentro te,
dentro, vedi, il tuo sguardo discreto
che sul vetro dell’essere riposa
nella cui trasparenza altro non osa
che guardare al di là ma anche ritrarsene
come da una visione dolorosa.

La vita non è una cosa così strana:
tocchi entro di te qualcosa che
non ti appartiene come il Guadarrama
deserto e innevato che un giorno,
sorvolato dagli avvoltoi, vedemmo
rasentandone mentre andavamo
verso il regno dei morti dell’Escorial
i picchi e le rocce diluviali
che abbandonammo alle ali dei rapaci.

Perché taci davanti al tuo silenzio?

Piero Bigongiari

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Inno primo – Piero Bigongiari

Foto di Tina Fersino

 

Se è durare o insistere, non oso,
le miche ancora splendono, o s’oscurano,
i paesi ritornano visioni,
il falco che ha predato a lungo i cieli
su un abbaglio di messi, di deserti,
di vetri dietro cui spiano fanciulli,
è morto sulla strada impolverata.

Nella memoria quello che d’eterno
s’intorbida o si schiara, non tentarlo:
segui le tracce lievi, le piú rare,
il fil di fumo, l’allegria d’un merlo;
non puoi tenerlo, e pure ti sostiene,
l’abisso disperato per cui speri,
e se è un vuoto lo ieri, un vuoto quello
che al tuo occhio s’illumina, ma, vedi,
fiorisce, si diffonde, cretta i massi
piú densi, si dirama, esplode, è quello
che diroccia il futuro e ti fa strada:
le valli si riempiono del suono
delle valanghe, si ripete il tuono
di giogo in giogo, è il fulmine che lapida.

Dove passasti ritornare è come
non piú pensare d’essere, ma esistere:
ritrovare la strada, il vento torbido
della mattina che ritorna luce,
la rada gioia che infittisce se altra
gioia vi mesci, fine lieve gioia
d’un amore deciso, raccapriccio
d’un amore reciso: tutto, vedi,
ti abitua a distaccarti un po’ per volta
dal crudo magma che t’involge e soffoca.

Nella memoria è un che d’eterno, cedilo
cedilo alla memoria se rivedi
l’orto tornato al sole, se le labbra
ancora tormentarle riodi amore,
abbandónati a questo inconsistente
pulviscolo di cose e di pensieri,
abítuati all’inferno dell’effimero:
ieri è già eterno se altro tempo cade
dal suo cielo e vi porta visi, cose
fuggiasche nella loro lenta traccia;
questa la loro libertà: seguire
lievi il declino, dirizzarsi dentro
la loro gravità che le raccoglie
e le figge quaggiú dentro la ghiaccia
senza un grido; ma è un cielo che si semina
e si rapprende qua dove la brina
non regge, dove migrano le nuvole,
sui campi in cui la neve già s’incrina.
E già il tempo scolpisce fitto e lieve
il suo passato, l’impeto suo incupa
le forre, arrossa le orbite stellari,
strappa dai casolari qualche squilla,
e le erme se hanno un volto, è un volto ambiguo:
non volgerti di qua, la strada è quella
dove io non sono, dove tu non sei,
dove parla piú arguto il vento esiguo.

Piero Bigongiari

13 – 22 febbraio ’53

da “Il corvo bianco”, 1952-1954, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968 

Chi non l’ha ucciso – Piero Bigongiari

Germaine Krull, Etude (Wanda Hubbel), 1931

 

Il pettirosso lasciato stare nel suo piccolo sangue
è immortale, nessuno l’ha ferito, o Dio lo ferì pensandolo,
ma la piccola morte non è del pettirosso, egli consegna
un messaggio azzurro scritto col sangue, e non lo sa,
forse cinguettando ha ucciso l’universo
e le briciole sono sul suo petto. Forse per meno
chi ha ucciso uccide e seguita a uccidere
ma il sangue non si raggruma sul suo tovagliolo,
la tagliola non cava sangue dalla zampa stritolata della donnola
che grida nella notte, e non v’è donna, amore,
che come te riesca a tacere nell’altra tagliola.

Ma forse l’ha salvato asciugandone l’ultimo escreato,
la boccata di sangue della vittima non è la sua,
il suo zampettare fermo nel cielo non lascia tracce
che mirino al covile, le uova possono dormire tranquille
del sonno che le risveglierà coperte da uno spazio curvo,
dal guscio che s’incrina se il becco s’è fatto audace,
ma non v’è pace più cruenta della tua, o minuscolo,
che vai cancellando col tuo avanzare ogni traccia della prima
ebbra pennellata che il Signore aveva segnato a caso su un cosmo
che già somigliava a questo e non lo era. Ora un’era diversa
se ti mostri a chi non ti ha ucciso può cigolare sui cardini discontinui delle tue note.

Piero Bigongiari

26 novembre ’74

da “Io sono in casa? Non so”, in “Moses, Frammenti del poema”, “Lo Specchio” Mondadori, 1979

Parole d’amore sussurrate – Piero Bigongiari

Paul Burty Haviland, Florence Peterson, 1909

 

È l’eterno, si sposta in questo tuo
sorriso, si fa briciole per me:
come il piccione che zampetta in piazza
quando il guardiano lascia andare a terra
dal suo sacchetto il grano, io ti ricerco in mille
frammenti, morso dalla fame, o unico
sorriso, unico ricordo, amore.

Cerco la fonte, ma il cercarla è, in cuore,
chiuderla: si sposta sulla cresta
dell’essere – già simile al parere –
questa abbondanza, questa vanità.
Tu che irrori la mensa ed alzi il calice
all’altezza degli occhi, io che ti bevo,
cieco, e ti tocco sulle labbra, ecco

io per te sono l’ultima favilla,
già tuo nel quieto spegnersi per l’aria,
ma non tuo per il fuoco che ha condotto
questo parere ad essere, già fiamma
nel brivido di freddo che le imposte
aprendosi ora lasciano filtrare
d’un giorno, questo: giorno tuo se è mio.

Piero Bigongiari

12 dicembre ’61

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

L’amore che non ha fine ha un’origine? – Piero Bigongiari

Foto di Roberto Nespola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il mare che hai amato non è solo
quello che tu vedendolo incresparsi
ai tuoi piedi par voglia suggerirti
che anche il tempo è innamorato mentre
viene a cercarti da lontano. E sirti
sitibonde forse hanno suggellato
che altre onde cercavano l’amore
nella loro più fonda aridità
di una luce che il ghibli già ingrigia,
− forse un resto del pianto delle tigri
insinuato nel sonno del fanciullo −
quasi già ne cercasse le vestigia
nella stessa incipiente ansietà
di quel suo enigmatico oriente.
Manca sempre a ciò che si sa, qualcosa.
Manca l’ultimo petalo alla rosa.

Hai camminato spesso pensieroso
lungo questi suggerimenti. Tenta
in ogni tentazione ciò che anche
l’amore ignora. Il vento, anche il vento
che ruba l’amaro alle tamerici
e ai mirti le mirabili pendici,
carpiva, ultimo accento dell’amore,
che se qualcosa muore è per rinascere
nel misterioso fiore in cui posare
il tuo sguardo in attesa non è più
né una speranza né una resa.

                                                         Il luogo
dell’amore è misterioso: forse
non ha riposo che nel proprio oblio.
Se il tempo ha un luogo, in quale luogo mai
può dirti quello che non sai? Tornava
sui suoi passi il fanciullo, abbandonata
ogni sua estrema postazione. Amava
non conoscere a fondo la lezione
che la natura stessa non contempla
fino in fondo? Irredenta c’è una luce
straniera su ogni cosa conosciuta.
Non gli bastava il mondo, quella strana
indolenza sovrana della luce,
a ritrovare ciò che nel profondo
di se stesso il fanciullo aveva inscritto
a lettere di fuoco.

                                Il conflitto
tra il tempo e un luogo misericordioso
non ha riposo nell’animo umano
dove il sigillo ha impresso sulla cera
ardente il suo indirizzo misterioso.
Né io non oso dirmi quale mano
che lo condusse in quel luogo strano
fu decisiva. Un luogo senza tempo
o un tempo senza luogo? Fu incisiva
quella che allontana da ogni riva,
da ogni suggerimento? E che moriva
l’amore se avvista in una sponda
il proprio compimento. L’altomare
silenzioso del cuore, la deriva,
ne sapeva qualcosa più di lui.

Così spiccò una rosa dal roseto
più spinoso un dì quell’io dubbioso
che soffriva e la offrì all’amore
che trovò nel suo pungersi il riposo
in un’offerta che non sai da dove
scaturiva ma che accettò pietoso.
Manca l’ultimo petalo, l’assente
era il più profumato e doloroso?
Era suo il sangue o di chi gli ha offerto
questo dono così pericoloso?
La comprensione, in cui tutto è niente,
condivide o separa la ferita?
È proprio nel più incerto e confuso
che l’uso non doloso di quel dono
è come il vento che in mare aperto
non sai dove ti porta, né ha altro merito
se non accline a quel suo turbinare
che non ha fine che nella sua origine,
nella vertigine del suo sgomento.

Piero Bigongiari

16-20 marzo 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003