Per ritrovarci – Piero Bigongiari

Brett Weston, Untitled (High Tide), 1951

 

Forse come saliranno le maree questa nausea
nasconde un po’ di mondo, un po’ d’amore,
ma forse non v’è sponda da misurarci
e l’onda di morte salirà senza rompersi.

Tu perduta sbracia i tuoi capelli nottiluchi,
perdersi è molto piú difficile che non perdersi,
tu perduta allarga lo spazio che non questo nostro
dove ci misuriamo i passi, il cibo, la nausea, il sonno.

Ora accorgersi di vivere è troppo tardi,
ora tutti ci leggono negli occhi, e noi dentro di noi.
Ma tu fuori di te, tu cerca ora il tuo mare
che salendo spezzi le rive e i puntelli del cuore.

Piero Bigongiari

21 luglio ’45

da “Rogo”, 1942-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

La verità non ha bisogno della nostra ignoranza – Piero Bigongiari

Massimo Margagnoni, White Aurora Borealis

 

Quello che tu non sai, anche l’ignora
la via che ti accompagna e ti disvia
nel sole occiduo, e forse anche l’aurora
che si lagna col lieve pigolio
degli implumi nel nido, col deciduo
uggiolio di chi deve sfamarli.

                                                       Io affido
a questa oscura scienza anche le briciole
di quello che non so, forse anche il raggio
che non sa ove posarsi. Nel coraggio
o nella tua viltà? Forse è il mestiere
di una tale evidenza sconosciuta
versare a quando a quando nell’essenza
della vita la sua segreta musica.
Talora anche la musa è generosa
della sua voce ascosa. Cosa canta
al tuo orecchio? È il canto della sposa?
Da quale Oriente viene, in quale Libano
trattiene ancora quelle sue carezze?
Troppo lievi le ebbrezze, o inenarrabili?
Troppo abili sono le stranezze
con cui i sogni si accostano al vero.
Si dice che il pensiero vola. Dove
vola? Dove ignora anche se stesso
nel sogno stesso d’essere parola,
e forse parola dell’accesso?

Il fatto è che in ogni imminenza
della tua vita non puoi fare senza
di quel sottile strazio che t’invita
a non sentirti sazio di te stesso,
ma piuttosto a sperare nell’eccesso
di ogni misura nell’incontenibile.
In ciò che versa, in ciò che non contiene,
le lacrime e le pene si confortano
a vicenda. Tutto è già leggenda.
Devi sperare, se non si trattiene
di te nel canto – e forse nell’oblio,
magari a tua insaputa, si è già espanto –
ciò che tramuta in luce anche il pianto.

Forse con quelle briciole io ne nutro
o almeno ne titillo il desiderio
che il canto ha di quella mia carenza
onde trovarvi un senso pronto al troppo
che è in ogni verità, forse per sciogliervi
il groppo misterioso del suo pianto
mescolato all’incanto di un sorriso
che non so a chi appartiene.

Piero Bigongiari

14-16 aprile 1997

da “Il silenzio del poema: poesie 1996-1997”, Genova, Marietti, 2003

Un lume velenoso – Piero Bigongiari

E.O.Hoppé, Inga Arvad

 

Forse una stella, ma forse una lacrima,
assorta irradiando a una memoria
semispenta una luce dolorosa,
se riappari riappare o si dilegua.

Un lume velenoso che infittisce…
Dilatata dal buio la pupilla
ne beve anche le scorie, i coni d’ombra.
Ivi svolazza calmo il pipistrello
fiorentino, vi cade a terra un suono,
largito lacerato, di campane.
E io non so se è il cielo che calpesto
o se indico, indicando la luna, un argomento
spento, un trastullo…
                                        Sul mare di Amalfi
i fiori scendono al loro colore
come pensieri, un albero spoglio
è un polipo di sole sul pendio.

Ma tu che segui lieve la tua orbita,
tu siine la stessa indifferenza,
vibra calma i tuoi strali, fulmina la tua
tenebra nella mia.

Piero Bigongiari

marzo-aprile ’52

da “Rogo”, 1944-1952, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Addio a Nausicaa – Piero Bigongiari

Édouard Boubat, Lella sur la plage, France

 

Credo di averti visto nella perdita
con un accento, penso, inobliabile.
(Ma si perde qualcosa nell’oblio
o si acquista qualcosa d’impensato
forse più che nel suo vano ricordo?).
Il fuoco che dilunga le tue rive
più e più si allontana entro di noi?
Chi scrive o pensa o solo anche ricorda,
come una corda d’arco che si tende
mette in contatto i propri estremi. Io credo,
proprio per non lasciarti, di averti
lasciata al tuo saluto più incerto,
più lontano d’ogni distanza, ed eri
a un passo da me, dal mio passo.
Sul chi vive è ormai solo il pensiero
che erto altro non scorge entro di sé
di più diviso di quanto più è prossimo,
anzi quasi lo stesso: è la lama
nella ferita, l’occhio nella brama,
che tiene unito quanto si allontana,
labbra già sanguinanti del silenzio
che s’infebbra e le screpola. È l’addio.

Scruta il mare il nocchiero e non sa
se temere che l’orizzonte porga
altri approdi, o se desiderarli.
Vidi in città nebbiose ardere un raggio
di sole.  Era il tuo sguardo? O forse era
quanto già visto che nell’invisibile
penetrava per me. Che devo dirti,
amata, che l’amore è sempre a mezzo
e sempre estremo? Il remo che ora sciacqua,
nell’acqua glauca della mente esplora
con più forza l’aurora in cui si scioglie
a poco a poco il calore del sole.

Mi volto, posso ormai voltarmi in giro,
ma altro non ammiro che il silenzio
in cui, appena sorge, la parola
abbandona il purpureo rumore
in cui cerca il tuo nome. Ormai lo ignoro,
ove non sia, fluttuante, l’ugola
del mare a suggerlo in un singhiozzo.
Io so tutto di te, o almeno credo,
perché più nulla so di te, né mai
ho saputo oltre il tuo sorriso, il lieve
arcuarsi delle labbra: la parola
era inutile, quella sola ch’io
attendevo da te, altro non era
che il chiudersi della viola quando il sole,
questo che vedo qui sulle onde spremere
i suoi ultimi raggi, allontanava
dalla felicità il proprio gemito.

Ritornerai nelle tue stanze, avrai
quel sorriso da donare a qualcuno.
Ma io sarò dietro le tue porte uno
che non vi è, il sospiro del vento.
Premerai con dolcezza più ostinata
quelle ante prima di spalancarle.
Il biancospino lì lieve si arrampica
dal più alto gradino su se stesso
e si ritorce: breve è lo spazio
in cui si espande e fiorisce; è anche dire
che solo nel più espanso si nasconde
più a fondo intrattenibile ogni impulso.
Terribile è il mistero dell’oblio,
ma trepido come la felce dietro cui
ti vidi la prima volta apparire.

Piero Bigongiari

3 maggio – 27 novembre ’90

da “La legge e la leggenda” (1986 – 1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992