Dove la luce – Giuseppe Ungaretti

Mario Giacomelli, San Titre, Spoon River, 1971-1973

 

Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.

Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d’ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov’è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d’oro.

L’ora costante, liberi d’età,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.

Giuseppe Ungaretti

1930

da “Sentimento del Tempo” (1919-1935), in “Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo”, “I Meridiani” Mondadori, 1969

La Luna perdona – Endre Ady

Foto di Nicholas Buer

 

Acida, mutila, sopra i grandi campi,
forse la decima volta cosí, come un maldestro
viandante spogliato, passa la Luna.

Sul suo volto, lo stanco sorriso dei vecchi ribaldi
e sotto di lei, il campo si alza
con una pena che si perde nei sospiri.

Pianura coperta di ferite, sterile e magra;
d’una luce sommessa, ironica, la Luna
bagna e ribagna il suo corpo sfatto.

Nella gelida luce è disteso un grande morto.
Ma sul suo orlo lontano, timida viandante,
al suo uomo si abbandona una ragazza.

Come se la Morte non fosse mai passata,
la Vita, questo torso spezzato,
alza il suo capo con gioia viperina.

E la Luna, poiché fu inviata in terra
per guardare i baci, ecco, raggia fidente e lieta
e manda il suo perdono per cento colpe mortali.

Endre Ady

(Traduzione di Paolo Santarcangeli)

da “Endre Ady, Poesie”, Lerici editori, Milano, 1964

***

A Hold megbocsájt

Savanyun, csonkán, nagy mezők fölött,
Talán tizedszer ilykép, megrabolt,
Balog utasként ballag át a Hold.

Arcán vén kópék fáradt mosolya
S alant szörnyedt, bús sóhajba vesző
Kínjaival mered föl a mező.

Forradásos mező, fukar, kopár,
Rothasztó testét gúnyos, halk, hideg
Fényével a Hold öntözgeti meg.

S fagyos fényben a nagy hulla terül,
De messze szélén félénk vándorul
Egy Ivány csókos férfiára borul.

Mintha sohse járt volna itt Halál,
Az Élet, ez az eltörött derék,
Kígyós örömmel üti föl fejét.

S mert Földre nézni csókért küldetett,
A Hold ujjongva, bízón kiragyog
S száz halál-bűnért küld bocsánatot.

Endre Ady

da “A halottak élén”, Budapest: Pallas, 1918

Quando si torna dove si nasce – Giuseppe Conte

Fabrice Lamarche, The door

 

Ritorno a questa via, dove son nato
come una luce alla sua stella esplosa.
È questo il mio viaggio, questi
portoni, i due scalini di lavagna, le
facciate alte, scrostate, con le finestre
cieche, la salita, l’arco che segnava
il confine, giù la mia casa
che aveva la veranda sul cortile di
muschio e rovi attorno a un pozzo, e
il terrazzino azzurro, il pergolato
in bilico sopra gli orti dei nespoli.
Dietro quelle persiane, al terzo piano,
ci fu l’amore, c’era la guerra fuori
i soldati tedeschi ormai allo stremo, in
fuga. Il destino è tornare dove si è nati.
Lo sanno tutti i fiori, i templi, i soli
che sono come noi ancora da alzare
non profetati, e già polvere.

Giuseppe Conte

(Genova-Porto Maurizio, 28 settembre 1980)

da “Reincarnazioni, Rifioriture”, in “L’Oceano e il ragazzo”, Rizzoli, Milano, 1983 

Sono l’eresiarca… – Louis Aragon

Elsa Triolet by Man Ray

 

Sono l’eresiarca di tutte le chiese
Ti antepongo a tutto ciò per cui vale la pena di vivere e morire
Ti porto l’incenso dei luoghi santi e la canzone del foro
Guarda le mie ginocchia che sanguinano per il tanto pregare davanti a te
I miei occhi ciechi per tutto ciò che non è tua fiamma
Sono sordo a ogni pianto che non venga dalla tua bocca
Non capisco i milioni di morti se non quando sei tu che gemi
È per i tuoi piedi che provo dolore a ogni sasso dei viottoli
Per le tue braccia lacerate da tutti i cespugli di rovo
Tutti i fardelli che si portano straziano le tue spalle
Tutti i dolori del mondo sono racchiusi in una tua lacrima
Non avevo mai sofferto prima di te
Si può forse dire che soffra
La bestia che ferita lancia un grido
Come potete paragonare al male animale
Questa vetrata in mille pezzi dove si compie una crocifissione del giorno
Tu m’hai insegnato l’alfabeto del dolore
Io adesso so leggere i singhiozzi Sono fatti tutti del tuo nome
Del tuo nome soltanto il tuo nome spezzato il tuo nome di rosa sfogliata
Il tuo nome giardino di ogni Passione
Il tuo nome che andrò a scrivere nel fuoco dell’inferno alla faccia del mondo
Come quelle lettere misteriose sulla croce del Cristo
Il tuo nome grido della mia carne e strazio della mia anima
Il tuo nome per il quale brucerò tutti i libri
Il tuo nome onnisciente in fondo all’umano deserto
Il tuo nome che è per me la storia dei secoli
Il cantico dei cantici
Il bicchier d’acqua nella catena dei forzati
E tutti i vocaboli non sono che un campo di cocci di bottiglia alle porte di una città maledetta
Quando il tuo nome canta sulle mie labbra spaccate
Il tuo nome soltanto e mi taglino pure la lingua
Il tuo nome
Tutto musica nell’istante della morte

Louis Aragon

(Traduzione di Francesco Bruno)

da “Poesie d’amore”, Crocetti Editore, 1984

∗∗∗

Je suis l’hérésiarque…

Je suis l’hérésiarque de toutes les églises
Je te préfère à tout ce qui vaut de vivre et de mourir
Je te porte l’encens des lieux saints et la chanson du forum
Vois mes genoux en sang de prier devant toi
Mes yeux crevés pour tout ce qui n’est pas ta flamme
Je suis sourd à toute plainte qui n’est pas de ta bouche
Je ne comprends des millions de morts que lorsque c’est toi qui gémis
C’est à tes pieds que j’ai mal de tous les cailloux des chemins
À tes bras déchirés par toutes les haies de ronces
Tous les fardeaux portés martyrisent tes épaules
Tout le malheur du monde est dans une seule de tes larmes
Je n’avais jamais souffert avant toi
Souffert est-ce qu’elle a souffert
La bête clamant une plaie
Comment pouvez-vous comparer au mal animal
Ce vitrail en mille morceaux où s’opère une mise en croix du jour
Tu m’as enseigné l’alphabet de douleur
Je sais maintenant lire les sanglots Ils sont tous faits de ton nom
De ton nom seul ton nom brisé ton nom de rose effeuillée
Ton nom le jardin de toute Passion
Ton nom que j’irais dans le feu de l’enfer écrire à la face du monde
Comme ces lettres mystérieuses à l’écriteau du Christ
Ton nom le cri de ma chair et la déchirure de mon âme
Ton nom pour qui je brûlerais tous les livres
Ton nom toute science au bout du désert humain
Ton nom qui est pour moi l’histoire des siècles
Le cantique des cantiques
Le verre d’eau dans la chaîne des forçats
Et tous les vocables ne sont qu’un champ de culs-de-bouteille à la porte d’une cité maudite
Quand ton nom chante à mes lèvres gercées
Ton nom seul et qu’on me coupe la langue
Ton nom
Toute musique à la minute de mourir

Louis Aragon

da “Elsa”, Édition Gallimard, 1959

Sulle date e i numeri fatali – Vladimir Vysotsky

Vladimir Vysotsky

Vladimir Vysotsky

Ai miei amici poeti

Chi è morto tragicamente, è un vero poeta,
E se al momento giusto, lo è del tutto.
Al numero 26 uno di loro andò dritto verso una pallottola,
Un altro infilò la testa nel cappio all’Angleterre.¹

A 33 anni Cristo… (Era un poeta, diceva:
«Su, non uccidere! Se ucciderai, io ti troverò dappertutto».)
Ma gli misero i chiodi alle mani, perché non combinasse qualcosa,
Perché non scrivesse e perché pensasse meno.

A me, a 37 anni, – ora come ora mi sta passando la sbornia.
Ed ecco rabbrividisco:
A questo numero, Puškin arrivò giusto in tempo per il suo duello
E Majakovskij incollò la tempia alla bocca della pistola.²

Fermiamoci al numero 37! Dio è perfido,
Pose la questione come aut-aut.
Byron e Rimbaud sono caduti a questa soglia,
Ma i nostri contemporanei l’hanno oltrepassata.

Il duello non ha avuto luogo o forse è stato rinviato,
A 33 anni c’è stata crocefissione, ma non grave.
E a 33 anni non c’è stato sangue, ma che sangue?! E i capelli bianchi
Non hanno macchiato troppo le tempie.

E tirarsi un colpo? Da un pezzo il cuore è saltato in gola.
Pazienza, psicopatici e isterici!
I poeti camminano sul filo del rasoio
E si tagliano a sangue le loro anime scalze.

Il poeta ha un collo troppo lungo.
Accorciare il poeta! La conclusione è chiara, –
Ha un coltello conficcato! Ma lui è felice di pendere sgozzato
Dalla lama, per essere stato pericoloso!

Vi compatisco fanatici delle date e dei numeri fatali!
Languite come concubine nell’harem!
La durata della vita è aumentata, e forse anche la fine
Dei poeti si è spostata di un po’!

Vladimir Vysotsky

(Traduzione di Silvana Aversa)

da “19 canzoni”, Stampa Alternativa, 1992

¹Il riferimento è al poeta Lermontov, morto nel 1841 in seguito a un duello, all’età di 26 anni.
Esenin si impiccò nell’hotel “Angleterre” nella notte tra il 26 e il 27 dicembre 1925.
²Puškin fu ferito a morte in un duello nel 1837.
Majakovskij si suicidò con un colpo di pistola nel 1930 all’età di 37 anni.