Estate – Kikí Dimulà

Kikí Dimulà

 

Quest’estate
è entrata come il disegno di bambinetto,
che per la prima volta mette in scena
paesaggi e stagioni
e non sa
che posizione, che distanza,
soprattutto che risalto dare
ai colori e alle cose.
E per imaginifica ignoranza
ha messo tutto quanto in primo piano,
in una confusione epica,
in un’improvvisa abbondanza, come se
un paesaggio vagabondo
fosse venuto ridendo a vuotarsi senz’ordine alcuno
dentro un altro paesaggio.

Lune sonnambule sul margine dei sogni,
lentischi malati del loro stesso odore,
piante di granoturco impettite e turgide
quasi ignare o quasi eroiche,
uliveti in preghiera
per tutta la lunghezza e la paura dello sguardo

– Dio mio, libera nos da lui –,
candide chiesette volanti,
con dietro crepuscoli lenti
come sacerdoti stanchi di suonare vespri,
mare adulatore
attorno all’ostinata asimmetria delle montagne
e mezzogiorni ritti
che si mettono sull’attenti davanti al sole.
E in alto
nuvole di calore innamorato.

Quest’estate
non se l’aspettava nessuno;
è arrivata come qualcuno che credevamo morto.
E ha portato anche un imbarazzo,
una tensione dimenticata
e un’insonnia
per cose che pensavamo anch’esse
morte.
(Faceva cosí caldo negli occhi,
c’erano certi bar svaporati,
certi canti infiammabili notturni,
certe mani ubriache che ballavano
e dicevano una cosa per un’altra ad altre mani.
In alto
scrivevano notti poetesse).

Quest’estate,
come un disegno di bambinetto,
completato da qualcuno
con cose che credeva morte
come poesia poggiata su poesia.

Adesso
quest’estate
sangue rappreso sopra i giorni.
L’abbiamo trovata morta
in qualche monologo carico di munizioni.

Kikí Dimulà

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Il poco del mondo, 1971)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Καλοϰαίρι

Τό ϰαλοϰαίρι αυτό
μπῆϰε σάν ζωγραφιά μιϰροῦ παξδιθῦ,
πού πρώτη του φορά σϰηνοθετεῖ
τοπία ϰι ἐποχές
ϰαί δέν γνωρίζει
ποιά θέση, ποιάν ἀπόσταση,
ποιάν ἔμφαση ϰυρίως νά δώσει
στά χρώματα ϰαί τά στοιχεῖα.
Καί ἀπό ἄγνοια εὐφάνταστη
τά’ χει ὅλα παρατάξει πρώτο πλάνο,
μέ ἐπιϰή ἀταξία,
μέ μιάν ἀφθονία ξαφνιϰή, σάν
ϰάποιο περιπλανώμενο τοπίο
νά’ ρθε γελῶντας ϰαί ν’ ἀδειάστηϰε ἀϰατάστατα
μέσα σ’ ἄλλο τοπίο.

Φεγγάρια ὑπνοβατιϰά στό χεῖλος τῶν ὀνείρων,
ἀπ’ τή διϰή τους μυρωδιά ἄρρωστοι σϰίνα,
ϰαλαμποϰιές στητές ϰαί τεταμένες
ὡσάν ἀνίδεες ἢ σάν ἡρωιϰές,
ἐλαιῶνες προσευχόμενοι
σ’ ὅλο τό μάϰρος ϰαί τό φόβο τῆς ματιᾶς
– Θεέ μου, παρελθέτω ϰι ἀπό μᾶς –,
ἄσπρα πετούμενα ξωϰλήσια,
σούρουπα βραδυϰίνητα ξοπίσω τους
σάν ἱερεῖς πού απαύδησαν νά ϰρούουν ἑσπερινούς,
θάλασσα ϰαλοπιαστιϰή
γύρω στό πεῖσμα τῶν βουνῶν τό ἀσύμμετρο
ϰι ὄρθια μεσημέρια
πού στέϰουν προσοχή στόν ἥλιο.
Κι ἀπάνω
σύννεφα ἀπό ἐρωτωμένη ζέστη.

Τό ϰαλοϰαίρι αὐτό
δέν τό περίμενε ϰανείς·
ἧρθε σάν ϰάποιος που τόν εἷχαμε νεϰό.
Κι ἔφερε μιάν ἀμηχανία πάλι,
μιά ξεχασμένη ἔνταση
ϰαί μιάν ἀυπνία
γιά τεράγματα πού τά’ χαμε ϰι αὐτά
νεϰρά.
(Ἔϰανε τόση ζέστη μές στά μάτια,
ἤτανε ϰάτιε ἐξατμισμένα ϰαφενεῖα,
ϰάτι ξενύχτιϰα εὔφλεϰτα τραγούδια,
ϰάτι πιωμένα χέρια πού χορεύανε
ϰι ἔλεγαν ἄλλ’ ἀντ’ ἄλλων σ’ ἄλλα χέρια.
Ψηλά
παήτριες νύϰτες ἔγραψαν).

Τό ϰαλοϰαίρι αὐτό,
σάν ζωγραφιά μιϰροῦ παιδιοῦ,
συμπληρωμένη ἀπό ϰάποιον
μέ πράγματα πού τός’ χε γιά νεϰρά,
ποίημα πάνω σέ ποίημα σάν ν’ ἀϰούμπησε.

Τώρα
τό ϰαλοϰαίρι αὐτό
αἷμα ξερό πάνω στίς μέρες.
Τό βρήϰαμε νεϰρό
μέσα σέ ϰάποιον ἔνσφαιρο μονόλογο.

Κική Δημουλά

da “Το λίγο τοῦ ϰόσμου”, 1971

«Fingo di aspettarti» – Patrizia Cavalli

Luigi H. Perfetti, Perimene, 2023

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fingo di aspettarti per ingrandire i minuti.
E fai bene a non venire.

Patrizia Cavalli

da “Il cielo”, in “Patrizia Cavalli, Poesie (1974-1992)”, Einaudi, Torino, 1992

Lettera da un lettore – Adam Zagajewski

Foto di Josef Sudek

 

Troppo sulla morte
sulle ombre.
Scrivi su un giorno qualsiasi
sul desiderio di ordine.

La campanella della scuola
può essere un modello
di moderazione,
anche l’erudizione.

Troppa morte
troppa
cupa illuminazione.

Guarda, popoli accalcati
in stadi stretti
cantano inni di odio.

Troppa musica
troppa poca armonia, pace,
saggezza.

Scrivi sui momenti in cui i ponti dell’amicizia
sembrano più resistenti
della disperazione.

Scrivi sull’amore,
sulle serate lunghe,
sul mattino,
sugli alberi,
sull’infinita pazienza
della luce.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

∗∗∗

List od czytelnika

Za dużo o śmierci,
o cieniach.
Napisz o życiu,
o zwykłym dniu,
o pragnieniu ładu.

Dzwonek szkolny
może być wzorem
umiarkowania,
nawet erudycji.

Za dużo śmierci,
zbyt wiele
czarnego olśnienia.

Zobacz, narody stłoczone
na ciasnych stadionach
śpiewają hymny nienawiści.

Za dużo muzyki
za mało zgody, spokoju,
rozumu.

Napisz o chwilach, kiedy kładki przyjaźni
zdają się trwalsze
niż rozpacz.

Napisz o miłości,
o długich wieczorach,
o poranku,
o drzewach,
o nieskończonej cierpliwości
światła.

Adam Zagajewski

da “Późne święta Państwowy”, Instytut Wydawniczy, 1998

Scadenze – Czesław Miłosz

Czesław Miłosz

 

Tutto trascorso, tutto dimenticato,
solo sulla terra fumo, nuvole morte,
e sui fiumi di cenere ali che ardono
mentre arretra il sole avvelenato
e il chiarore della condanna esce dai mari.

Tutto trascorso, tutto dimenticato,
è dunque ora che tu sorga e corra,
anche se non sai dove lo scopo e la sponda,
tu vedi solo che il fuoco brucia il mondo.

Ed è ora di odiare ciò che amavi,
e di amare ciò che hai odiato
e di calpestare i volti di chi ha scelto
la bellezza silenziosa.

Per il deserto, il viale, le forre dei muti
− dove il vento trasforma ogni voce in sussurro
o in sonno pesante con la testa all’indietro −
andare. Allora . . . Allora tutto era in me
grido e richiamo. Col grido e il richiamo
mi laceravano i germogli di nere primavere.
Basta. Basta. Eppure non si è trattato di un sogno.
Nessuno sa niente di te. Il vento soffia così sui fili.

È dunque ora. Io ho amato questo paese tanto
quanto nessuno sa farlo in un’epoca migliore,
quando i giorni sono felici e le notti serene,
quando sotto l’arco dell’aria, sotto il portone
delle nubi, cresce la grande alleanza
di forza e fede.

Ora devi socchiudere gli occhi in una fessura,
perché monti, città e acque si accatastano,
e ciò che durava schiacciato − precipiterà in avanti,
ciò che andava avanti − cadrà all’indietro.
Sì, solo colui che aveva il sangue più caldo degli altri
si ergerà sulla mandria di teste d’oro al galoppo
e con un grido volgerà verso il basso la spada aguzza.
Passato, passato, nessuno ricorda le colpe,
solo gli alberi come àncore gettate nel cielo,
gli armenti scorrono giù dai monti, hanno coperto le vie,
girano i raggi delle ruote, il fumo ci avvolge.

Czesław Miłosz

1936, Vilna

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Tre inverni, 1936”, in “Czesław Miłosz, Il castigo della speranza”, All’insegna del pesce d’oro, 1981

Mille copie numerate – Copia N. 39
Avvertenza: Per i testi originali delle poesie qui pubblicate abbiamo seguito l’edizione americana dell’opera poetica di Milosz Utwory poetyckie. Poems, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor 1976.  (Pietro Marchesani)

∗∗∗

Roki

Wszystko minione, wszystko zapomniane,
tylko na ziemi dym, umarłe chmury,
i nad rzekami z popiołu tlejące
skrzydła i cofa się zatrute słońce,
a potępienia brzask wychodzi z mórz.

Wszystko minione, wszystko zapomniane,
więc pora, żebyś ty powstał i biegł,
chociaż ty nie wiesz, gdzie jest cel i brzeg,
ty widzisz tylko, że ogień świat pali.

I nienawidzieć pora, co kochałeś,
i kochać to, co znienawidziłeś,
i twarze deptać tych, którzy milczącą
piękność wybrali.

Pustką, aleją, wąwozami niemych
— gdzie wiatr na szepty każdy głos zamienia
albo w sen twardy z odrzuconą głową —
iść. Wtedy… Wtedy wszystko we mnie było
krzykiem i wołaniem. Krzykiem i wołaniem
ruń czarnych wiosen rozdzierała mnie.
Dosyć. Dosyć. Nic się przecie nie śniło.
Nikt nic o tobie nie wie. To wiatr tak w drutach dmie.

Więc pora. Ja tę ziemię tak kochałem,
jak nie potrafi nikt w lepszej epoce,
kiedy są dni szczęśliwe i pogodne noce,
kiedy pod lukiem powietrza, pod bramą
obłoków, rośnie to wielkie przymierze
wiary i siły.

Teraz ty musisz ciasno oczy mrużyć,
bo góry, miasta i wody się spiętrzą,
i to, co przygniecione trwało — naprzód runie,
co naprzód szło — upadnie wstecz.
Tak, tylko ten, co krew od innych miał gorętszą,
na cwałującym stanie złotych głów tabunie
i z krzykiem w dół obróci ostry miecz.
Minione, minione, nikt nie pamięta win,
tylko drzewa jak w niebo rzucone kotwice,
stada spływają z gór, zasłały ulice,
kręcą się szprychy, oplata nas dym.

Czesław Miłosz

1936, Wilno

da “Trzy zimy”, 1936, in “Czesław Miłosz, Utwory poetyckie. Poems”, Michigan Slavic Publications, Ann Arbor, 1976

Vecchi di Sidone – Ghiannis Dukas

 

 

 

 

 

 

 

 

Dicevano pane e libertà, dicevano istruzione
                 Si lasciavano timidamente crescere i capelli
Li trovò la Fenice e dall’adolescenza
       Li strappò bruscamente, mise loro indosso una divisa
             Sulla strada si trovarono di fronte la Storia
                               Ma non sembrava un’ombra né una festa
                              Era un’ininterrotta processione nel deserto
             Era una pellicola in bianco e nero nella loro città
             Poi gli anni cambiarono, ma loro li indossavano
  come un paio di pantaloni nuovi su misura
             
                 Riempivano stadi e riempivano piazze
                  Nel frastuono di legno dell’anfiteatro
              Gare, anni di grandi eventi e agonie
                Per ciò che chiamavano vita migliore
  Sulla strada si trovarono di fronte la Storia
                      Fosse pure una farsa che contava le percentuali
                   Mentre passavano radente al futuro
                      Con la nostalgia per gli anni dell’Occupazione e dell’esilio.
       
          Poi gli anni cambiarono, ma loro li indossavano
 come un paio di pantaloni nuovi su misura
 
   E allora trovarono un’occasione a portata di mano
       E la inseguirono – perché nascondersi?
             Se lo confessarono, non è un peccato
 Parole povere, lo ammetteranno con semplicità
          Sulla strada si trovarono di fronte la Storia
                Costruirono le loro case, allevarono i loro figli
           Era che dalle vene al cuore passava
            Quel distillato, vivere con agiatezza

Poi gli anni cambiarono, ma loro li indossavano
 come un paio di pantaloni nuovi su misura
           
           E mentre ogni decennio li plasmava
           Come la mano dell’artigiano la creta
           Non si resero conto che la terza età
                 Aveva già rosicchiato loro il cervello
E se tentarono di restare giovani per sempre
                La storia non poteva fermarsi
             Rughe profonde, ma la ferita più profonda è che
                Alla fine non poterono diventare nulla

Ghiannis Dukas

(Traduzione di Massimo Cazzulo)

da “Sui confini interni, 2001”, in “Viaggio nella poesia greca contemporanea”, ETPbooks, 2020

∗∗∗

Οι Γέροι της Σιδώνος

Είπαν ψωμί και λευτεριά, είπαν παιδεία
Μάκρυναν λίγο τα μαλλιά με συστολή
Τους βρήκε ο Φοίνικας κι από την εφηβεία
Τους πήρε απότομα, τους φόρεσε στολή
Βρήκαν στον δρόμο τους μπροστά την Ιστορία
Αλλά δεν έμοιαζε σκιά, μήτε γιορτή
Ήταν αδιάκοπη στην έρημο πομπή
Κι ήταν ασπρόμαυρη στην πόλη τους ταινία

Έπειτα άλλαξαν τα χρόνια, μα εκείνοι χώρεσαν
Σαν καινούργια παντελόνια τον καιρό τους φόρεσαν

Γήπεδα γέμιζαν και γέμιζαν πλατείες
Στου αμφιθέατρου την ξύλινη βουή
Αγώνες, χρόνια της αιχμής και αγωνίες
Γι’ αυτό που βάφτιζαν καλύτερη ζωή
Βρήκαν στον δρόμο τους μπροστά την Ιστορία
Κι ας ήταν φάρσα που μετρούσε ποσοστά
Καθώς περνούσαν απ’ το μέλλον τους ξυστά
Να νοσταλγούν την κατοχή, την εξορία

Έπειτα άλλαξαν τα χρόνια, μα εκείνοι χώρεσαν
Σαν καινούργια παντελόνια τον καιρό τους φόρεσαν

Και τότε βρήκαν ανοιχτή την ευκαιρία
Και την κυνήγησαν — γιατί να της κρυφτούν;
Αν τ’ ομολόγησαν, ουκ έστιν αμαρτία
Φτηνά τα λόγια, μ’ ευκολία θα τους βγουν
Βρήκαν στον δρόμο τους μπροστά την Ιστορία
Έχτιζαν σπίτια και μεγάλωναν παιδιά
Ήταν που πέρναγε απ’ τις φλέβες στην καρδιά
Κείνο το πρόσταγμα, να ζεις μ’ ευημερία

Έπειτα άλλαξαν τα χρόνια, μα εκείνοι χώρεσαν
Σαν καινούργια παντελόνια τον καιρό τους φόρεσαν

Κι όσο τους έπλαθε η κάθε δεκαετία
Όπως το χέρι του τεχνίτη τον πηλό
Δεν πήραν πρέφα πως η τρίτη ηλικία
Τους είχε ήδη ροκανίσει το μυαλό
Για πάντα νέοι κι αν προσπάθησαν να μείνουν
H Ιστορία δεν μπορούσε να σταθεί
Βαθιές ρυτίδες, μα το τραύμα πιο βαθύ
Στο τέλος τίποτα δεν μπόρεσαν να γίνουν

Γιάννης Δούκας

da “Γιάννης Δούκας, Στα μέσα σύνορα”, εκδ. Πόλις 2011