Oltre il dopo XI -Eugenio De Signoribus

Foto di Édouard Boubat

 

 

 

 

 

 

 

 

I bambini hanno in mano niente altro che piccoli ritratti domestici: messi a terra, segnano spazi
di oracoli muti.
– Tutto il buono che ho ricevuto è dentro di me.
È il seme, incancellabile –
Un siffatto pensiero traversa la mente di tutti. È almeno
questa la sensazione che ciascuno ricava dallo sguardo
dell’altro. E un attimo dopo, si chinano e scavano buche
nella neve e ancora sotto, nella terra umida e grigia:
dove ognuno deposita con cura, dopo averla carezzata,
l’immagine di sé.
In breve, è ricomposta anche la neve e chiusa
la contemplazione dei precedenti.
Essi conservano in tasca un grano di selce. Più nulla,
nessuna condizione.
Anche il bianco ora è più compatto, come il moto delle
teste rialzate…

Eugenio De Signoribus

da “Cruna filiale”, in “Trinità dell’esodo”, Garzanti, 2011

Mattino – Roberto Bolaño

Roberto Bolaño

 

Credimi, sono al centro della mia stanza
in attesa che piova. Sono solo. Non m’importa
di finire o meno la mia poesia. Aspetto la pioggia,
bevendo il caffè e guardando dalla finestra un bel paesaggio
di cortili interni, con panni stesi e immobili,
silenziosi panni di marmo nella città, dove non esiste
il vento e in lontananza si sente solo il ronzio
di una televisione a colori, guardata da una famiglia
che a quest’ora, come me, beve il caffè riunita intorno
a un tavolo: credimi: i tavoli di plastica gialla
si moltiplicano fino alla linea dell’orizzonte e oltre:
verso le periferie dove si costruiscono palazzi
di appartamenti, e un ragazzo di 16 anni seduto su
mattoni rossi osserva il movimento dei macchinari.
Il cielo nell’ora del ragazzo è un’enorme
vite cava con cui gioca la brezza. E il ragazzo
gioca con le idee. Con le idee e con scene bloccate.
L’immobilità è una nebbia trasparente e dura
che gli spunta dagli occhi.
Credimi: non sarà l’amore ad arrivare,
ma la bellezza con la sua stola di albe morte.

Roberto Bolaño

(Traduzione di Ilide Carmignani)

da “L’Università Sconosciuta”, SUR, 2020

∗∗∗

Amenecer

Créeme, estoy en el centro de mi habitación
esperando que llueva. Estoy solo. No me importa
terminar o no mi poema. Espero la lluvia,
tomando café y mirando por la ventana un bello paisaje
de patios interiores, con ropas colgadas y quietas,
silenciosas ropas de mármol en la ciudad, donde no existe
el viento y a lo lejos sólo se escucha el zumbido
de una televisión en colores, observada por una familia
que también, a esta hora, toma café reunida alrededor
de una mesa: créeme: las mesas de plástico amarillo
se desdoblan hasta la línea del horizonte y más allá:
hacia los suburbios donde construyen edificios
de departamentos, y un muchacho de 16 sentado sobre
ladrillos rojos contempla el movimiento de las máquinas.
El cielo en la hora del muchacho es un enorme
tornillo hueco con el que la brisa juega. Y el muchacho
juega con ideas. Con ideas y escenas detenidas.
La inmovilidad es una neblina transparente y dura
que sale de sus ojos.
Créeme: no es el amor el que va a venir,
sino la belleza con su estola de albas muertas.

Roberto Bolaño

da “La Universidad Desconocida”, Editorial Anagrama, 2007

The cats will know – Cesare Pavese

 

Ancora cadrà la pioggia
sui tuoi dolci selciati,
una pioggia leggera
come un alito o un passo.
Ancora la brezza e l’alba
fioriranno leggere
come sotto il tuo passo,
quando tu rientrerai.
Tra fiori e davanzali
i gatti lo sapranno.

Ci saranno altri giorni,
ci saranno altre voci.
Sorriderai da sola.
I gatti lo sapranno.
Udrai parole antiche,
parole stanche e vane
come i costumi smessi
delle feste di ieri.

Farai gesti anche tu.
Risponderai parole −
viso di primavera,
farai gesti anche tu.

I gatti lo sapranno,
viso di primavera;
e la pioggia leggera,
l’alba color giacinto,
che dilaniano il cuore
di chi piú non ti spera,
sono il triste sorriso
che sorridi da sola.
Ci saranno altri giorni,
altre voci e risvegli.
Soffriremo nell’alba,
viso di primavera.

Cesare Pavese

10 aprile 1950.

da “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Ἡ πόλις – Κωνσταντίνος Καβάφης

José Oiticica Filho, Um que Passa (A Passing), 1953

 

Εἶπες· «Θά πάγω σ’ ἄλλη γῆ, θά πάγω σ’ ἄλλη θάλασσα.
Μιά πόλις ἄλλη θά βρεθεῖ ϰαλλίτερηκα ἀπό αὐτή.
Κάθε προσπάθεια μου μιά ϰαταδίκη εἶναι γραφτή·
ϰ’ εἶν’ ἡ ϰαρδιά μου – σάν νεκρός – θαμένη.
Ὁ νοῦς μου ὣς πότε μές στον μαρασμόν αὐτόν θά μένει.
Ὅπου τό μάτι μου γυρίσω, ὅπουό κι ἄν δῶ
ἐρείπια μαύρα της ζωής μόύ βλέπω έδώ,
πού τόσα χρόνια πέρασα καί ρήμαξα ϰαί χάλασα».

Καινούριους τόπους δέν θά βρεῖς ἄλλες θάλασσες.
Ἡ πόλις θά σέ άκολουθεί. Στούς δρόμους θά γυρνᾶς
τούς ἴδιουςῖ. Καί στές γειτονιές τές ίδιες θά γερνᾶς·
καί μές στά ίδια σπίτια αυτά θ’ άσπρίζεις»
Πάντα στην πόλι αύτή θά φθάνεις. Γιά τά άλλου – μή ἐλπίζεις –
δέν ἔχει πλοῖοέχει πλοίο γιά σέ, δέν έχει όδό.
Ἔτσι πού τή ζωή σου ρήμαξες ἐδῶ
στήν κώχη τούτη τήν μικρή, σ’ ὅλην τήν γη τήν χάλασες.

Κωνσταντίνος Καβάφης

[1910]

da “Τα ποιήματα” [Le poesie], 2 voll., Ikaros, Atene, 1963, edizione critica a cura di I. P. Savvidis.

∗∗∗

La città

Hai detto: «Per altre terre andrò, per altro mare.
Altra città, piú amabile di questa, dove
ogni mio sforzo è votato al fallimento,
dove il mio cuore come un morto sta sepolto,
ci sarà pure. Fino a quando patirò questa mia inerzia?
Dei lunghi anni, se mi guardo attorno,
della mia vita consumata qui, non vedo
che nere macerie e solitudine e rovina».

Non troverai altro luogo non troverai altro mare.
La città ti verrà dietro. Andrai vagando
per le stesse strade. Invecchierai nello stesso quartiere.
Imbiancherai in queste stesse case. Sempre
farai capo a questa città. Altrove, non sperare,
non c’è nave non c’è strada per te.
Perché sciupando la tua vita in questo angolo discreto
tu l’hai sciupata su tutta la terra.

Constantinos Kavafis

(Traduzione di Margherita Dalmàti e Nelo Risi)

da “Constantinos Kavafis, Settantacinque poesie”, Einaudi, Torino, 1992

∗∗∗

La città

Hai detto: «Andrò in altra terra, andrò in altro mare.
Un’altra città, migliore di questa, ci sarà.
Ogni mio tentativo è destinato a fallire;
e il mio cuore – come morto – è sepolto.
Fino a quando potrò reggere questo sfinimento.
Se mi guardo intorno, dei tanti anni
di una vita trascorsa e sprecata qui,
non mi restano che nere macerie e rovina».

Non troverai altri luoghi, non troverai altri mari.
La città ti seguirà. Andrai vagando per le stesse
strade. Negli stessi quartieri invecchierai,
e ti farai bianco tra queste stesse case.
Arriverai sempre a questa città. Per altri luoghi – non sperare –
non c’è nave né strada per te.
La vita che hai sciupato
in questo buco angusto, in tutta la terra l’hai sprecata.

Konstandinos P. Kavafis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Tutte le poesie”, Donzelli Editore, 2020

∗∗∗

La città

Dicesti: «Andrò in un’altra terra, su un altro mare.
Ci sarà una città meglio di questa.
Ogni mio sforzo è una condanna scritta;
e il mio cuore è sepolto come un morto.
In questo marasma quanto durerà la mente?
Ovunque giro l’occhio, ovunque guardo
vedo le nere macerie della mia vita, qui
dove tanti anni ho trascorso, distrutto e rovinato».

Non troverai nuove terre, non troverai altri mari.
Ti verrà dietro la città. Per le stesse strade
girerai. Negli stessi quartieri invecchierai;
e in queste stesse case imbiancherai.
Finirai sempre in questa città. Verso altri luoghi – non sperare –
non c’è nave per te, non c’è altra via.
Come hai distrutto la tua vita qui
in questo cantuccio, nel mondo intero l’hai perduta.

Constantinos Kavafis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Le poesie”, traduzione e cura di Nicola Crocetti, Einaudi, 2015

∗∗∗

La città

Hai detto: «Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.
E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare».

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c’è né via – speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari.

Costantinos Kavafis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

 da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

I cani romantici – Roberto Bolaño

 

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non importava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
insieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
in penombra,
in uno dei polmoni dei tropici.
E a volte mi guardavo dentro
e visitavo il sogno: statua immortalata
in pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorce
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.

Roberto Bolaño

(Traduzione di Ilide Carmignani)

da “I cani romantici”, Edizioni SUR, 2018

∗∗∗

Los perros románticos

En aquel tiempo yo tenía veinte años
y estaba loco.
Había perdido un país
pero había ganado un sueño.
Y si tenía ese sueño
lo demás no importaba.
Ni trabajar ni rezar
ni estudiar en la madrugada
junto a los perros románticos.
Y el sueño vivía en el vacío de mi espíritu.
Una habitación de madera,
en penumbras,
en uno de los pulmones del trópico.
Y a veces me volvía dentro de mí
y visitaba el sueño: estatua eternizada
en pensamientos líquidos,
un gusano blanco retorciéndose
en el amor.
Un amor desbocado.
Un sueño dentro de otro sueño.
Y la pesadilla me decía: crecerás.
Dejarás atrás las imágenes del dolor y del laberinto
y olvidarás.
Pero en aquel tiempo crecer hubiera sido un crimen.
Estoy aquí, dije, con los perros románticos
y aquí me voy a quedar.

Roberto Bolaño

da “Los perros románticos”, Barcelona, Acantilado, 2006