Ritorni dell’amore come era – Rafael Alberti

Foto di Peter Coulson

 

A quel tempo eri bionda e grande,
solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luci erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine, palpito
d’onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell’aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Ritorni della vita lontana”, 1948-1956, in “Rafael Alberti, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

∗∗∗

Retornos del amor tal como era

Eras en aquel tiempo rubia y grande,
sólida espuma ardiente y levantada
Parecías un cuerpo desprendido
de los centros del sol, abandonado
por un golpe de mar en las arenas.

Todo era fuego en aquel tiempo. Ardía
la playa en tu contorno. A rutilantes
vidrios de voz quedaban reducidos
las algas, los moluscos y las piedras
que el oleaje contra ti mandaba.

Todo era fuego, exhalación, latido
de onda caliente en ti. Si era una mano
la atrevida o los labios, ciegas ascuas,
voladoras, silbaban por el aire.
Tiempo abrasado, sueño consumido.

Yo me volqué en tu espuma en aquel tiempo.

Rafael Alberti

da “Retornos de lo vivo lejano”, 1948-1956, in “Poesías completas”, Buenos Aires, Losada, 1961

Senza risposta – Luciano Erba

Edward Weston, A stunning portrait, 1921

 

Ti ha portata novembre. Quanti mesi
durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?
Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo fra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro ci saccheggia.
Sei una donna
che adesso tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?

Luciano Erba

1950

da “Si passano le stagioni”, Interlinea Edizioni, Novara, 2002

«Chiedi all’orizzonte, adorno del fiorire delle stelle» – Ibn Zamrak

Foto di Liudmila Wilchevskaya

 

Chiedi all’orizzonte, adorno del fiorire delle stelle:
in lui confido, perché tu sappia chi sono.
Alla brezza ho affidato il fardello
con cui attraversa il tempo raminga la speranza.
Chiunque obbedisce con gli occhi alle leggi d’amore
sa che è norma infrangere il veto imposto dal censore,
evitare la strada percorsa da chi sempre dispensa consigli.
Solamente all’amore e alla sua tirannia sottopongo il mio cuore,
e lo sguardo imperioso d’amore riconosco sovrano.
Poiché amore cos’è se non sguardo che accende passione
e che ammala di un male di cui male è rimedio?
Quanti giorni passati a inseguire gazzelle,
acquisendo esperienza di unioni amorose: a che pro,
se poi un giorno da solo rimasi col solo che amavo,
e dal dardo lucente dell’occhio fui trapassato.
Sorrise, ed io gli occhi già ciechi di pianto mi vidi rubati.
Mi fece pensare quel labbro che al riso muoveva
a una fonte, che certo la sete più ardente saprebbe placare,
ma rinuncia imponeva l’amore che casto avevo giurato.
Eppure una notte in cui nel mio letto dormì il plenilunio,
mentre l’occhio del cielo stellato non altri che me era fisso a guardare,
dalle perle d’una luna che ride succhiai linfa più dolce del vino,
sì, baciai quella rosa che la perla incastona.
O freschezza di labbro che a baci disseta:
trascorsi la notte irrorando col pianto la rosa del volto,
fino a quando il narciso degli occhi non fu
dello stesso biancore dell’alba.

Ibn Zamrak

(Traduzione di Leonardo Capezzone)

da “Poesia dell’Islam”, Sellerio Editore, Palermo, 2004

Andalusia, 1333 – 1393. Segretario e ministro dei sovrani di Granada, fu molto apprezzato a corte anche come poeta. I suoi versi decorano, nella migliore tradizione del connubio fra calligrafia, poesia e architettura della Spagna arabo –  islamica, alcune pareti nei giardini dell’Alhambra.

L’avevo fatto nascere… – Angela Botta

René Magritte, La Mémoire, 1948

 

L’avevo fatto nascere,
come si fa nascere l’amore.
Era freddo per aver troppo atteso,
troppo aveva voluto.
Un libro bruciato giaceva nel fondo
dolce sparava alla mia sete,
alla potenza della mia dispersa voce.
Troppo sangue mi dissero.
Eppure era finito da tanto
il tempo degli aironi,
della giovinezza delle violente rose.
Saliva dagli occhi il tuo pensiero
e mi coglieva attonita
mentre disperdevo la bocca
e i denti per l’ultimo respiro.
E ti amavo a bordo del nulla
perché nulla eri.
Eri solo il mio sguardo
che inseguiva me ancora in vita.

Angela Botta

Testo inedito, 21/06/2016

All rights reserved – © Angela Botta

Fraternità – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

Ad Aragon

I poeti si riconoscono facilmente tra loro – non
dalle grandi parole che abbagliano il pubblico, non
dai gesti retorici, solo da certe cose
affatto banali e di dimensioni segrete, come Ifigenia
riconobbe subito Oreste appena le disse:
“Non eri tu che ricamavi in cortile, sotto il pioppo,
con bei colori su una tela bianca di bucato
il mutamento di orbita del sole?”. Ma soprattutto:
“In un angolo della tua stanza non era conservata
l’antica lancia di Pèlope?”. Allora lei
si chinò di colpo sulla sua spalla, chiudendo gli occhi
a una luce profonda, dolce, come se l’altare insanguinato
fosse completamente coperto da quella tela
bianca che lei stessa ricamava
sotto il pioppo, durante i caldi meriggi, in patria.

Ghiannis Ritsos

30 maggio 1969

da “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2020

Titolo dell’opera originale: Πέτρες Eπαναλήψεις Kιγχλίδωμα