Prima che bruci Parigi – Nazim Hikmet

Henri Cartier-Bresson, Paris, 1958

 

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio 
    una di queste notti    
         sul lungosenna Voltaire     
             baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame  
    contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me 
   di gioia paura stupore 
   piangeresti silenziosamente 
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.
 
Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna  
   sotto i salici, mia rosa, con te  
   sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi  
   le più ripetute, le più sincere  
   scoppierei di felicità  
   fischietterei una canzone  
   e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra 
    senza incavi né gobbe 
    appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
   illuminato dai proiettori 
   illuminato da noi due  
      il nostro splendido palazzo   
         di cristallo.
 
Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi 
    ci siederemmo sui barili rossi  
    di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna 
   con un grembiule bianco   
       sorride dolcemente.
 
Finché ancora tempo, mio amore  
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.
 
Nazim Hikmet

Parigi, 1958

Nazim Hikmet

(Traduzione di Joyce Lussu)

da “In esilio”

daNazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

«I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi» – Nazim Hikmet

Jeanne Hébuterne

 

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono così, le spighe, di primo mattino;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;

i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.

I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.

Nazim Hikmet

1948

(Traduzione di Joyce Lussu)

da “Lettere dal Carcere a Munevver”

da “Nazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963

L’addio – Nazim Hikmet

Foto di Alfred Eisenstaedt

 

L’uomo dice alla donna
      t’amo
e come:
    come se stringessi tra le palme
    il mio cuore, simile a scheggia di vetro
    che m’insanguina i diti
        quando lo spezzo
            follemente.

L’uomo dice alla donna
         t’amo
e come:
    con la profondità dei chilometri
    con l’immensità dei chilometri
cento per cento
    mille per cento
         cento volte l’infinitamente cento.

La donna dice all’uomo
ho guardato
      con le mie labbra
         con la mia testa col mio cuore
con amore con terrore, curvandomi
sulle tue labbra
    sul tuo cuore
         sulla tua testa.
E quello che dico adesso
l’ho imparato da te
come un mormorio nelle tenebre
e oggi so
   che la terra
       come una madre
           dal viso di sole
allatta la sua creatura più bella.
         Ma che fare?
I miei capelli sono impigliati ai diti di ciò che muore
non posso strapparne la testa
devi partire
     guardando gli occhi del nuovo nato
          devi abbandonarmi.
La donna ha taciuto
si sono baciati
un libro è caduto sul pavimento
una finestra si è chiusa.

     È così che si sono lasciati.

Nazim Hikmet

(Traduzione di Joyce Lussu)

da “Fuori del carcere”, Istambul, 1951

daNazim Hikmet, Poesie d’amore”, “Lo Specchio” Mondadori, 1963