«Ah!, quante cose perdute» – Pedro Salinas

Foto di Alessio Albi

[X]

Ah!, quante cose perdute
che perdute non erano.
Tutte le serbavi tu.

Minuti grani di tempo,
che portò via un giorno il vento.
Alfabeti della spuma,
che un giorno il mare travolse.
Io li credevo perduti.

E perdute le nubi
che pretendevo fermare
nel cielo
fissandole con occhiate.
E l’allegria alta
dell’amore, e l’angoscia
di non amare abbastanza,
e l’ansia
di amare, di amarti, di piú.
Tutto perduto, tutto
nell’essere stato un tempo,
nel non esistere piú.

E allora tu sei venuta
dal buio, radiosa
di giovane pazienza profonda,
agile, perché non pesava
sui tuoi fianchi snelli,
sulle tue spalle nude,
il passato che tu,
cosí giovane, portavi per me.
Ti guardavo alla luce dei baci
vergini che mi hai dato,
e tempi e spume
e nubi e amori perduti
furono salvi.
Se da me fuggirono un giorno,
non fu per morire
nel nulla.
In te continuavano a vivere.
Ciò che chiamavo oblio
eri tu.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[X]

«¡Ay!, cuántas cosas perdidas»

¡Ay!, cuántas cosas perdidas
que no se perdieron nunca.
Todas las guardabas tú.

Menudos granos de tiempo,
que un día se llevó el aire.
Alfabetos de la espuma,
que un día se llevó el mar.

Yo por perdidos los daba.
Y por perdidas las nubes
que yo quise sujetar
en el cielo
clavándolas con miradas.
Y las alegrías altas
del querer, y las angustias
de estar aún queriendo poco,
y las ansias
de querer, quererte, más.
Todo por perdido, todo
en el haber sido antes,
en el no ser nunca, ya.

Y entonces viniste tú
de lo oscuro, iluminada
de joven paciencia honda,
ligera, sin que pesara
sobre tu cintura fina,
sobre tus hombros desnudos,
el pasado que traías
tú, tan joven, para mí.
Cuando te miré a los besos
vírgenes que tú me diste,
los tiempos y las espumas,
las nubes y los amores
que perdí estaban salvados.
Si de mí se me escaparon,
no fue para ir a morirse
en la nada.
En ti seguían viviendo.
Lo que yo llamaba olvido
eras tú.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Gazzella dell’amore imprevisto – Federico García Lorca

 

I.

Nessuno comprendeva il profumo
dell’oscura magnolia del tuo ventre.
Nessuno sapeva che martirizzavi
un colibrì d’amore tra i denti.

Mille cavallini persiani dormivano
nella piazza con la luna della tua fronte,
mentre io stringevo per quattro notti
la tua vita, nemica della neve.

Tra gesso e gelsomini, il tuo sguardo
era un ramo pallido di sementi.
Cercai nel mio cuore, per dartele,
le lettere d’avorio che dicono sempre,

sempre, sempre: giardino della mia agonia,
il tuo corpo per sempre fuggitivo,
il sangue delle tue vene nella mia bocca,
la tua bocca senza luce ormai per la mia morte.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Divano del Tamarit”, 1927/1934, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie”, Newton, Roma, 1993

∗∗∗

I. Gacela del amor imprevisto

Nadie comprendía el perfume
de la oscura magnolia de tu vientre.
Nadie sabía que martirizabas
un colibrí de amor entre los dientes.

Mil caballitos persas se dormían
en la plaza con luna de tu frente,
mientras que yo enlazaba cuatro noches
tu cintura, enemiga de la nieve.

Entre yeso y jazmines, tu mirada
era un pálido ramo de simientes.
Yo busqué, para darte, por mi pecho
las letras de marfil que dicen siempre,

siempre, siempre: jardín de mi agonía,
tu cuerpo fugitivo para siempre,
la sangre de tus venas en mi boca,
tu boca ya sin luz para mi muerte.

Federico García Lorca

da “Diván del Tamarit”, Buenos Aires, Losada, 1940

«Le senti come chiedono realtà» – Pedro Salinas

Photo by Silena Lambertini

[LXX]

Le senti come chiedono realtà,
scarmigliate, feroci,
le ombre che forgiammo insieme
in questo immenso letto di distanze?
Stanche ormai di infinito, di tempo
senza misura, di anonimato,
ferite da una grande
nostalgia di materia,
chiedono limiti, giorni, nomi.
Non possono
vivere piú cosí: sono alle soglie
della morte delle ombre, che è il nulla.
Accorri, vieni, con me.
Tendi le tue mani, tendi loro il tuo corpo.
Insieme cercheremo per loro
un colore, una data, un petto, un sole.
Che riposino in te, sii tu la loro carne.
Si placherà la loro enorme ansia errante,
mentre noi le stringiamo avidamente
fra i nostri corpi
dove potranno trovare nutrimento e riposo.
Si assopiranno infine nel nostro sonno
abbracciato, abbracciate. E cosí,
quando ci separeremo, nutrendoci
solo di ombre, fra lontananze,
esse
avranno ormai ricordi,
avranno un passato di carne ed ossa,
il tempo vissuto dentro di noi.
E il loro tormentato sonno
di ombre sarà, di nuovo, il ritorno
alla corporeità mortale e rosa
dove l’amore inventa il suo infinito.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[LXX]

¿Las oyes cómo piden realidades,
ellas, desmelenadas, fieras,
ellas, las sombras que los dos forjamos
en este inmenso lecho de distancias?
Cansadas ya de infinitud, de tiempo
sin medida, de anónimo, heridas
por una gran nostalgia de materia,
piden límites, días, nombres.
No pueden
vivir así ya más: están al borde
del morir de las sombras, que es la nada.
Acude, ven, conmigo.
Tiende tus manos, tiéndeles tu cuerpo.
Los dos les buscaremos
un color, una fecha, un pecho, un sol.
Que descansen en ti, sé tú su carne.
Se calmará su enorme ansia errante,
mientras las estrechamos
ávidamente entre los cuerpos nuestros
donde encuentren su pasto y su reposo.
Se dormirán al fin en nuestro sueño
abrazado, abrazadas. Y así luego,
al separarnos, al nutrirnos sólo
de sombras, entre lejos,
ellas
tendrán recuerdos ya, tendrán pasado
de carne y hueso,
el tiempo que vivieron en nosotros.
Y su afanoso sueño¹
de sombras, otra vez, será el retorno
a esta corporeidad mortal y rosa
donde el amor inventa su infinito.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

1. v. 29 sueño: si osservi la duplice possibilità semantica del vocabolo (‘sonno’, ‘sogno’).

«Quando tu chiudi gli occhi» – Pedro Salinas

Photo by Silena Lambertini

[XXIX]

Quando tu chiudi gli occhi
le tue palpebre sono aria.
Mi trascinano:
vado con te, dentro.

Non si vede nulla, non
si sente nulla. Superflui
gli occhi e le labbra,
in questo mondo tuo.
Per sentire te
non valgono
i sensi consueti,
che si usano con gli altri.
Bisogna attenderne di nuovi.
Si cammina al tuo fianco
sordamente, al buio,
inciampando nei forse,
nelle attese; sprofondando
verso l’alto
con gran peso di ali.

Quando tu riapri gli occhi
io torno fuori,
ormai cieco,
inciampando ancora,
senza vedere, nemmeno, qui.
Senza sapere piú vivere
né in quell’altro, nel tuo,
né in questo
mondo scolorito
dove io vivevo.
Incapace, indifeso
fra l’uno e l’altro.
Andando, venendo
dall’uno all’altro
quando tu vuoi,
quando apri, quando chiudi
le palpebre, gli occhi.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[XXIX]

Cuando cierras los ojos
tus párpados son aire.
Me arrebatan:
me voy contigo, adentro.

No se ve nada, no
se oye nada. Me sobran
los ojos y los labios,
en este mundo tuyo.
Para sentirte a ti
no sirven
los sentidos de siempre,
usados con los otros.
Hay que esperar los nuevos.
Se anda a tu lado
sordamente, en lo oscuro,
tropezando en acasos,
en vísperas; hundiéndose
hacia arriba
con un gran peso de alas.

Cuando vuelves a abrir
los ojos yo me vuelvo
afuera, ciego ya,
tropezando también,
sin ver, tampoco, aquí.
Sin saber más vivir
ni en el otro, en el tuyo,
ni en este
mundo descolorido
en donde yo vivía.
Inútil, desvalido
entre los dos.
Yendo, viniendo
de uno a otro
cuando tú quieres,
cuando abres, cuando cierras
los párpados, los ojos.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Figlio della luce e dell’ombra – Miguel Hernández

Herman Richir, A naked woman, Portrait of Marie – Madeleine

I
(Figlio dell’ombra)

Tu sei la notte, sposa: la notte nell’istante
di sua maggior potenza femminile e lunare.
Tu sei la mezzanotte: l’ombra che perviene
fin all’estrema vetta del sogno e dell’amore.

Forgiato dal giorno, il mio rovente cuore lascia
dove tu vuoi la sua grande orma di sole,
con un robusto impulso, una luce sublime,
delle mattine e dei tramonti guizzo supremo.

Assalterò il tuo corpo quando la notte esala
la sua avida ansia di potere e d’incanto.
Un astrale sentimento febbrile m’investe
e con un brivido m’incendia tutte le ossa.

Il vento della notte scompagina il tuo seno,
scompagina e travolge i corpi col suo urto.
Come una gran tempesta di deliranti letti,
eclissa le coppie, le fonde in un solo blocco.

La notte s’è tutta accesa come un sordo incendio
di vampate minerali e di segreti scontri.
E intorno palpita l’ombra come se incarnasse
le anime vagolanti dei pozzi e del vino.

Già l’ombra è il nido racchiuso, incandescente,
l’evidente cecità che sovrasta chi ama:
già l’abbraccio profondo stimola, ciecamente,
già nei suoi antri accoglie quanto la luce spande.

L’ombra vuole ed esige esseri stretti in groviglio,
baci che la costellino di prolungati lampi,
bocche furiose ed agitate che s’avvinghino,
un tubare che ai suoi muti letarghi dia armonia.

Vuole che ci gettiamo, tu ed io, sulla coltre,
tu ed io sulla luna, tu ed io sulla vita.
Vuole che noi bruciamo e nella gola uniamo,
con tutto il firmamento, la terra abbrividita.

Il figlio è nell’ombra che ammassa stelle brillanti,
amore, midollo, luna e limpide oscurità.
Dalle sue indolenze germoglia e dai suoi fori,
e dalle solitarie ed appannate sue città.

Il figlio è nell’ombra: dall’ombra è scaturito,
e al suo nascere recano gli astri una semina,
un succo latteo, un flusso di calde pulsazioni,
che le sue ossa spingerà al sonno e alla donna.

L’ombra muove ora le sue forze siderali,
distende l’ ombra le sue tenebre costellate,
e travolge le coppie e alle nozze le invola.
Tu sei la notte, sposa. Ed io sono il meriggio.

II
(Figlio della luce)

Tu sei l’aurora, sposa: la penombra essenziale,
e socchiuse ricevi le ore dalla fronte.
Pronto allo splendore, ma socchiuso, il tuo corpo emana
luce. Le tue viscere forgiano il primo sole.

Centro dei chiarori, la grande ora ti attende
sulla soglia d’un fuoco che il fuoco stesso avvampa:
ed io t’aspetto, chino come il grano nell’aia,
la nostra casa ponendo al centro della luce.

La notte sprigionata fino dai pozzi oscuri,
nei pozzi s’ immerge dove ha gettato radici.
E tu al parto luminoso ti apri, fra muri
che con te si squarciano come petree matrici.

È l’ora grande del parto, la piú intensa ora:
scoppiano gli orologi nell’udire il tuo grido,
s’apron tutte le porte del mondo, dell’aurora,
e sorge il sole nel tuo ventre, che fu suo nido.

Il figlio fu dapprima ombra e stoffa cucita
dal tuo cuore fondo entro le tue fonde mani.
Con ombre e con panni ha anticipato la vita,
con ombre e con panni fati germogli umani.

Le ombre ed i panni senz’abitanti, deserti,
si sono animati d’ un bimbo chiassoso e un moto,
che nella nostra casa le porte ha spalancato,
e vi occupa strillando il luminoso trono.

La vita è un patire felice, ma moribondo:
ombre e panni recò quella del figlio che chiami.
Ombre e panni portano gli uomini pel mondo.
E tutti lasciano sempre ombre: panni e ombre.

Figlio tu sei dell’aurora, figlio del meriggio.
E di te luci dovranno restare dovunque,
mentre tua madre ed io andiamo all’agonia,
addormentati e desti, e con l’amore in spalla.

Parlo, ed il cuore già dal mio respiro affiora.
Mi soffocherebbe, se tacessi, il tanto amore.
Con resine e spigo profumo la tua dimora.
Tu sei l’aurora, sposa. Ed io sono il meriggio.

III
(Figlio della luce e dell’ombra)

Nell’alba tessuti, e nell’alba impressi, due favi
non possono arrestare il miele nei capezzoli.
E i tuoi seni nell’alba: due materne sorgenti,
che lottano e s’incalzano con bianche effusioni.

Son straripate, sposa, le tue vene lunari,
fino a inondar la casa che il tuo sapore emana.
È come se tu sgorgassi da una folla d’arnie,
tu simile a tutta un’arnia di latte e di spuma.

È come se il tuo sangue fosse tutta dolcezza,
e laboriose api filtrate dai tuoi pori.
Sento un chiasso di latte, d’alluvione, di nozze
accanto a te, percorsa da sonore abbondanze.

Donna copiosa: nel tuo ventre mi seppellisco.
Il tuo ventre copioso sarà mia sepoltura.
Se mi bruciassero l’ossa con fiamma del ferro,
vedranno che lí io porto incisa la tua effigie.

Fusi per l’eterno noi rimaniamo nel figlio:
fusi come anelano le nostre ansie voraci:
i due rami in un sol ramo di tempo, di sangue,
i due fasci in un fascio di carezze, di chiome.

I morti, con un gelido fuoco che divampa,
accanto ai vivi palpitano ostinatamente.
E viene il figlio a occupare i campi e la casa
che tu ed io lasciamo qui da presso restando.

Del figlio faremo rigenerante alimento,
e lui di nostra carne materia decisiva:
dove gli posino l’anima le mani e il fiato
girino le eliche e l’agricoltura viva.

Grazie a lui non cadrà questa vita in rovina,
frammento separato dei nostri due frammenti,
che delle nostre bocche farà una sola spada
e due braccia eterne delle nostre quattro braccia.

In te sola non t’amo: t’amo nella tua stirpe
e in ciò che dal tuo ventre discenderà domani.
Poiché l’umana specie m’hanno dato in retaggio,
la famiglia del figlio sarà la specie umana.

Cosí, l’amore in spalla, addormentati e desti,
continueremo a baciarci nel figlio profondo.
E nel bacio nostro si baciano i nostri morti,
si baciano i primi abitatori della terra.

Miguel Hernández

(Traduzione di Dario Puccini)

da “Ultime poesie”, 1939 – 1941, in “Miguel Hernández, Poesie”, Feltrinelli Editore, 1962

∗∗∗

Hijo de la luz y de la sombra

I
 (Hijo de la sombra)

Eres la noche, esposa: la noche en el instante
mayor de su potencia lunar y femenina.
Eres la medianoche: la sombra culminante
donde culmina el sueño, donde el amor culmina.

Forjado por el día, mi corazón que quema
lleva su gran pisada de sol adonde quieres,
con un solar impulso, con una luz suprema,
cumbre de las mañanas y los atardeceres.

Daré sobre tu cuerpo cuando la noche arroje
su avaricioso anhelo de imán y poderío.
Un astral sentimiento febril me sobrecoge,
incendia mi osamenta con un escalofrío.

El aire de la noche desordena tus pechos,
y desordena y vuelca los cuerpos con su choque.
Como una tempestad de enloquecidos lechos,
eclipsa las parejas, las hace un solo bloque.

La noche se ha encendido como una sorda hoguera
de llamas minerales y oscuras embestidas.
Y alrededor la sombra late como si fuera
las almas de los pozos y el vino difundidas.

Ya la sombra es el nido cerrado, incandescente,
la visible ceguera puesta sobre quien ama;
ya provoca el abrazo cerrado, ciegamente,
ya recoge en sus cuevas cuanto la luz derrama.

La sombra pide, exige seres que se entrelacen,
besos que la constelen de relámpagos largos,
bocas embravecidas, batidas, que atenacen,
arrullos que hagan música de sus mudos letargos.

Pide que nos echemos tú y yo sobre la manta,
tú y yo sobre la luna, tú y yo sobre la vida.
Pide que tú y yo ardamos fundiendo en la garganta,
con todo el firmamento, la tierra estremecida.

El hijo está en la sombra que acumula luceros,
amor, tuétano, luna, claras oscuridades.
Brota de sus perezas y de sus agujeros,
y de sus solitarias y apagadas ciudades.

El hijo está en la sombra: de la sombra han surtido,
y a su origen infunden los astros una siembra,
un zumo lácteo, un flujo de cálido latido,
que ha de obligar sus huesos al sueño y a la hembra.

Moviendo está la sombra sus fuerzas siderales,
tendiendo está la sombra su constelada umbría,
volcando las parejas y haciéndolas nupciales.
Tú eres la noche, esposa. Yo soy el mediodía.

II
(Hijo de la luz)

Tú eres el alba, esposa: la principal penumbra,
recibes entornadas las horas de tu frente.
Decidido al fulgor, pero entornado, alumbra
tu cuerpo. Tus entrañas forjan el sol naciente.

Centro de claridades, la gran hora te espera
en el umbral de un fuego que el fuego mismo abrasa:
te espero yo, inclinado como el trigo a la era,
colocando en el centro de la luz nuestra casa.

La noche desprendida de los pozos oscuros,
se sumerge en los pozos donde ha echado raíces.
Y tú te abres al parto luminoso, entre muro
que se rasgan contigo como pétreas matrices.

La gran hora del parto, la más rotunda hora:
estallan los relojes sintiendo tu alarido,
se abren todas las puertas del mundo, de la aurora,
y el sol nace en tu vientre, donde encontró su nido.

El hijo fue primero sombra y ropa cosida
por tu corazón hondo desde tus hondas manos.
Con sombras y con ropas anticipó su vida,
con sombras y con ropas de gérmenes humanos.

Las sombras y las ropas sin población, desiertas,
se han poblado de un niño sonoro, un movimiento,
que en nuestra casa pone de par en par las puertas,
y ocupa en ella a gritos el luminoso asiento.

¡Ay, la vida: qué hermoso penar tan moribundo!
Sombras y ropas trajo la del hijo que nombras.
Sombras y ropas llevan los hombre por el mundo.
Y todos dejan siempre sombras: ropas y sombras.

Hijo del alba eres, hijo del mediodía.
Y ha de quedar de ti luces en todo impuestas,
mientras tu madre y yo vamos a la agonía,
dormidos y despiertos con el amor a cuestas.

Hablo y el corazón me sale en el aliento.
Si no hablara lo mucho que quiero me ahogaría.
Con espliego y resinas perfumo tu aposento.
Tú eres el alba, esposa. Yo soy el mediodía.

III
(Hijo de la luz y la sombra)

Tejidos en el alma, grabados, dos panales
no pueden detener la miel en los pezones.
Tus pechos en el alba: maternos manantiales,
luchan y se atropellan con blancas efusiones.

Se han desbordado, esposa, lunarmente tus venas,
hasta inundar la casa que tu sabor rezuma.
Y es como si brotaras de un pueblo de colmenas,
tú toda una colmena de leche con espuma.

Es como si tu sangre fuera dulzura toda,
laboriosas abejas filtradas por tus poros.
Oigo un clamor de leche, de inundación, de boda
junto a ti, recorrida por caudales sonoros.

Caudalosa mujer, en tu vientre me entierro.
Tu caudaloso vientre será mi sepultura.
Si quemaran mis huesos con la llama del hierro,
verían qué grabada llevo allí tu figura.

Para siempre fundidos en el hijo quedamos:
fundimos como anhelan nuestras ansias voraces:
en un ramo de tiempo, de sangre, los dos ramos,
en un haz de caricias, de pelo, los dos haces.

Los muertos, con un fuego congelado que abrasa,
laten junto a los vivos de una manera terca.
Viene a ocupar el hijo los campos y la casa
que tú y yo abandonamos quedándonos muy cerca.

Haremos de este hijo generador sustento,
y hará de nuestra carne materia decisiva:
donde sienten su alma las manos y el aliento
las hélices circulen, la agricultura viva.

Él hará que esta vida no caiga derribada,
pedazo desprendido de nuestros dos pedazos,
que de nuestras dos bocas hará una sola espada
y dos brazos eternos de nuestros cuatro brazos.

No te quiero a ti sola: te quiero en tu ascendencia
y en cuanto de tu vientre descenderá mañana.
Porque la especie humana me han dado por herencia
la familia del hijo será la especie humana.

Con el amor a cuestas, dormidos y despiertos,
seguiremos besándonos en el hijo profundo.
Besándonos tú y yo se besan nuestro muertos,
se besan los primeros pobladores del mundo.

Miguel Hernández

da “Últimos poemas”, 1939 – 1941, in  “Miguel Hernández, Antologia poetica”, Edición de Jose Luis Puerto, 2001