Dalla vita degli oggetti – Adam Zagajewski

Foto di Boris Smelov

 

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

Fotografia – Zbigniew Herbert

Zbigniew Herbert

 

Con quel ragazzo immobile come la freccia dell’Eleate
ragazzo tra l’erba alta non ho nulla in comune
tranne la data di nascita la linea papillare

la foto fu fatta da mio padre prima della seconda guerra persiana
dal fogliame e dalle nuvole deduco che fosse agosto
trillare d’uccelli grilli profumo di grano profumo di luna piena

laggiù il fiume sulle mappe romane chiamato Hypanis
lo  spartiacque e il tuono vicino consigliavano di rifugiarsi presso i Greci
le loro colonie sulla costa non erano troppo lontane

Il ragazzo sorride fiducioso la sola ombra a lui nota
è l’ombra del cappello di paglia l’ombra del pino l’ombra della casa
e se bagliore è il bagliore del tramonto

piccolo mio Isacco mio china il capo
soltanto un attimo di dolore e poi sarai
tutto ciò che vorrai – rondine giglio di campo

devo quindi versare il tuo sangue piccolo mio
perché tu rimanga innocente nel fulmine estivo
ormai per sempre al sicuro come un insetto nell’ambra
bello come una cattedrale di felce salvata nel carbone

Zbigniew Herbert

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Rapporto dalla città assediata”, Adelphi Editore, 1993

∗∗∗

Fotografia

Z tym chłopcem nieruchomym jak strzała Eleaty
chłopcem wśród traw wysokich nie mam nic wspólnego
poza data narodzin linią papilarną

to zdjęcie robił mój ojciec przed drugą wojną perską
z listowia i obłoków wnioskuję że był sierpień
ptaki dzwoniły świerszcze zapach zbóż zapach pełni

w dole rzeka na rzymskich mapach nazwana Hypanis
dział wód i bliski grom doradzał by schronić się u Greków
ich nadmorskie kolonie nie były zbyt daleko

chłopiec uśmiecha się ufnie jedyny cień jaki zna
to cień słomkowego kapelusza cień sosny cień domu
a jeśli łuna to łuna zachodu

mój mały mój Izaaku pochyl głowę
to tylko chwila bólu a potem będziesz
czym tylko chcesz -– jaskółką lilią polną

więc muszę przelać twoją krew mój mały
abyś pozostał niewinny w letniej błyskawicy
już na zawsze bezpieczny jak owad w bursztynie
piękny jak ocalała w węglu katedra paproci

Zbigniew Herbert

da “Zbigniew Herbert, Struna światła”, Warsaw: Czytelnik, 1956

 

La crudele Natura, scrive Brodskij nella appassionata Lettera al lettore italiano che apre questo libro, «con un minimo intervallo di tempo ha affibbiato alla Polonia non solo  Czesław Miłosz ma anche Zbigniew Herbert. Che cosa ha cercato di fare, che cosa aveva in mente? Preparare la nazione al suo fosco avvenire, in modo che i polacchi potessero reggerlo?». Di fatto, la compresenza di due poeti di tale altezza — un’altezza dove «non c’è più gerarchia» — in una terra devastata sembra accennare a qualcosa. Lo scoprirà il lettore italiano, incontrando in queste pagine per la prima volta l’essenziale dell’opera di Herbert. Ma che specie di poeta è Herbert? Nessuno può rispondere meglio di come ha fatto Brodskij nella sua introduzione: «E un poeta di straordinaria economia. Nei suoi versi non c’è niente di retorico o di esortativo, il loro tessuto è quanto mai funzionale: è brusco piuttosto che “ricco”. La mia impressione complessiva delle sue poesie è sempre stata quella di una nitida figura geometrica (un triangolo? un romboide? un trapezio?) incuneata a forza nella gelatina della mia materia cerebrale. Più che ricordare i suoi versi, il lettore se li ritrova marchiati nella mente con la loro glaciale lucidità. Né gli succederà di recitarli: le cadenze del tuo linguaggio cedono, semplicemente, al timbro piano, quasi neutro, di Herbert, alla tonalità della sua discrezione».

Autotomia – Wisława Szymborska

Alla memoria di Halina Poświatowska

In caso di pericolo, l’oloturia si divide in due:
dà un sé in pasto al mondo,
e con l’altro fugge.
 
Si scinde d’un colpo in rovina e salvezza,
in ammenda e premio, in ciò che è stato e ciò che sarà.
 
Nel mezzo del suo corpo si apre un abisso
con due sponde subito estranee.
 
Su una la morte, sull’altra la vita.
Qui la disperazione, là la fiducia.
 
Se esiste una bilancia, ha piatti immobili.
Se c’è una giustizia, eccola.
 
Morire quanto necessario, senza eccedere.
Ricrescere quanto occorre da ciò che si è salvato.
 
Già, anche noi sappiamo dividerci in due.
Ma solo in corpo e sussurro interrotto.
In corpo e poesia.
 
Da un lato la gola, il riso dall’altro,
un riso leggero, di già soffocato.
 
Qui il cuore pesante, là non omnis moriar,
tre piccole parole, soltanto, tre piume d’un volo.
 
L’abisso non ci divide.
L’abisso circonda.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Ogni caso”, Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Autotomia

 

Pamięci Haliny Poświałowskiej

W niebezpieczeństwie strzykwa dzieli się na dwoje:
jedną siebie oddaje na pożarcie światu,
drugą sobą ucieka.

Rozpada się gwałtownie na zgubę i ratunek,
na grzywnę i nagrodę, na co było i będzie.

W połowie ciała strzykwy roztwiera się przepaść
o dwóch natychmiast obcych sobie brzegach.

Na jednym brzegu śmierć, na drugim życie.
Tu rozpacz, tam otucha.

Jeśli istnieje waga, szale się nie chwieją.
Jeśli jest sprawiedliwość, oto ona.

Umrzeć ile konieczne, nie przebrawszy miary.
Odrosnąć ile trzeba z ocalonej reszty.

Potrafimy się dzielić, och prawda, my także.
Ale tylko na ciało i urwany szept.
Na ciało i poezję.

Po jednej stronie gardło, śmiech po drugiej,
lekki, szybko milknący.

Tu ciężkie serce, tam non omnis moriar,
trzy tylko słówka jak trzy piórka wzlotu.

Przepaść nas nie przecina.
Przepaść nas otacza.

Wisława Szymborska

da “Wszelki wypadek”, Czytelnik, 1972

Il martin pescatore – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

As kingfishers catch fire…
G.M. HOPKINS

Vidi il martin pescatore in volo sul pelo del mare,
un volo retto come la vita di Euclide, retto e violento,
lo vidi esplodere, all’improvviso, della pienezza dei colori,
vedevo il selvaggio fuoco del mondo
abbracciarne le ali, ma il fuoco non uccideva, voleva
che quel proiettile iridescente tendesse in salvo
alla riva rocciosa, al nido lì nascosto;
si scopre che la fiamma può essere anche
riparo, dimora, dove i pensieri
ardono senza essere annichiliti,
una prigione che ci libera dall’indifferenza,
dall’osservazione estiva di un pomeriggio indolente,
un possente ossimoro,
a volte anche una poesia,
quasi un sonetto.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Zimorodek

As kingfishen catch fire…
G.M. HOPKINS

Zobaczyłem jak zimorodek w locie tuż nad powierzchnią morza,
locie prostym jak życie Euklidesa, prostym i gwałtownym,
wybucha nagle pełnij kolorów, widziałem jak dziki ogień świata
ogarnia jego skrzydła, lecz nie zabija tylko sprawia,
że ten tęczowy pocisk bezpiecznie zmierza
do skalistego brzegu, do ukrytego tam gniazda;
okazuje się, że płomień może być także
schronieniem, mieszkaniem, w którym
myśli płonę lecz nie zostaję unicestwione,
więzieniem, które wyzwala nas od obojętności,
od letniej obserwacji leniwego popołudnia,
potężnym oksymoronem,
niekiedy także wierszem,
nieomal sonotem.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

Le porte dell’arsenale – Czesław Miłosz

Foto di Rodney Smith

 

Teneri animali fedeli, tacendo, calmi
spiavano le terre dei parchi, socchiudendo
i loro occhi d’olivo. Le statue raccoglievano
sul capo foglie di castagni e con il rotolo
in pietra di leggi da tempo passate o i resti
di una spada andavano, coperte dall’alloro
di nuovi autunni, sull’acqua, là dove nuotava
una barchetta di carta. Da sotto la terra
cresceva una luce, un freddo bagliore traluceva
dal mantello striato dei guardinghi animali
giacenti, dalle cantine degli edifici
chiazzati dalla schiuma del giorno, e si scorgevano
le ali degli alberi volare nel fumo.

Fiamma, o fiamma, immense musiche risuonano,
un moto eterno turba i boschi, con le mani
legate, a cavallo, su affusti, sotto un turbine
immobile, soffiando in muti flauti, girano
i viaggiatori, incrociandosi in cerchio, a vicenda
mostrandosi le labbra saldate dal gelo,
storte nel richiamo, o i sopraccigli sdruciti
della saggezza, o le dita in cerca di cibo
nel petto spogliato di nastri, ordini, cordoni.

Un brusìo tempestoso, un fragor d’onda, un frusciare
di pianoforti si leva dal baratro. Là forse
gruppi di betulle suonano piccole nubi,
o greggi di capre tuffano le bianche barbe
nel dolce vaso di una verde forra, o gli argini
rispondono ai ruscelli delle valli arate
e avanzano i carri pieni con la sera a fianco,
finiscono di ardere le stoppie insieme
al riso della gente, al trapestìo dei passi?

O giardini sonnambuli, regni di profondi
sogni, benignamente accoglietela, viene
dal mondo in cui cresce tutta la beltà che vive.
Così, come non fosse cosa caduca, un pugno
di cenere, per quanto breve dura
il sole nel suo volo, voi prendetela,
che mai non debba chiamare a sé l’amore.

Avanza nei viali bluastri, lontananti, dentro
il brillante corteo, non conoscendo il fondo
dei nebbiosi giardini, una donna giovane
facendosi schermo agli occhi con la mano.
Gli animali distolgono i musi dal prato
e il barbuto custode trotta su un cavallino
storto, tendendo l’arco con la freccia d’oro.

Stormisce una bufera sotto i piedi che avanzano
nel falso silenzio e una nuvola di capelli
castani spiove dalla fronte levata, piccolo
pianeta. Argento stilla dalle labbra,
la paura spegne il rossore, ansima inquieto
il petto rappreso in due gocce di ghiaccio, un lampo
scocca. Per la luce, tutto ciò che è vivo muore.

Cadono le vesti incenerite, arde il cespo
della peluria e nudo il ventre apparirà
come un cerchio d’ottone, le agili cosce
più non reggeranno i sogni, nude e pure
fumeranno come rossicce Pompei.

E se nascerà un bimbo da questo sangue slavo,
occhi d’albugine, rotolerà dai gradini
giù con la testa greve, a quattro zampe nell’aria
dormirà giorno e notte come un cavallo morto
sopra la corta erba dei pascoli bruciati.

Riti e ghirlande su lei s’intrecceranno,
la sera le porrà sulla fronte spine d’ombra
e la mano che sparge semi agli angeli gobbi
darà un riposo eterno a tutte le bufere.

Facendo girare cerchi gialli e portando
navi cariche d’un esercito di soldati
di latta, venivano ragazzi dalle piazze,
una pioggerella fresca cadeva e cantava
un uccello, una piccola nuvola entrava
lentamente nella luna divisa in due.
Con occhi umidi cavalieri guardavano
dritti nel tramonto. E c’erano rincorse
di cani sulle aiole. Sopra scale dorate
sedevano gli amanti. Sulla terra un silenzio,
un’orchestra tuffata alle porte del crepuscolo
ammutoliva nella lunga via e sulle siepi
le mimose gelavano chinandosi alla notte.

Czesław Miłosz

Parigi, 1934

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Tre inverni”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

***

Bramy arsenału

Czułe zwierzęta wierne, milcząc, ze spokojem
obszar parków śledziły, mrużąc lekko szpary
swoich oliwnych oczu. Posągi zbierały
liść kasztanów na głowy i z kamiennym zwojem
praw dawno przeminionych albo śladem miecza
szły, oblepione nowych jesieni wawrzynem
nad wodę, gdzie okręcik papierowy płynął.
Spod ziemi rosło światło, zimny blask przeświecał
przez sierść czujnie leżących zwierząt pręgowaną,
przez piwnice budowli zbryzganych dnia pianą,
i widać było skrzydła drzew, lecące w dymie.

Płomieniu, o płomieniu, muzyki olbrzymie
rozlegają się, wieczny ruch zamąca gaje,
z rękami związanemi, konno, na lawetach,
pod nieruchomym wichrem, to na niemych fletach
dmący, krążą podróżni, mijając się kołem,
ukazując nawzajem usta mrozem skute,
wykrzywione w wołaniu, albo brwi rozprute
mądrością, albo palce szukające żeru
w piersi odartej z wstążek, sznurów i orderów.

Szum burzliwy, huk fali, fortepianów wianie
odzywa się z przepaści. Tam, czy stada brzóz
dzwonią w drobne obłoczki, czy gromady kóz
biaie brody nurzają w pieszczotliwym dzbanie
zielonego wąwozu, czy może zastawy
grają strumieniom doJin pogodnej orawy
i jadą pełne wozy, wieczór mając z boku,
a dogasają rżyska, śmiech Judzi, chrzęst kroków?

Ogrody lunatyczne, snów głuchych mocarstwa,
z sercem dobrem przyjmijcie tę, która przychodzi
ze świata, gdzie wyrasta wszelka piękność żywa.
Jakby nie była mama, zebranego garstka
popiołu, na niedługie, jak lot słońca trwanie,
weźcie ją, niech miłości nigdy nie przyzywa.

W siną dalekość alej, w połyski pochodów
dąży, nie znając głębi zamglonych ogrodów,
młoda kobieta, oczy przesłaniając ręką.
Zwierzęta obracają pyski znad trawników
i brodacz stróż kłusuje na krzywym koniku,
na złotej strzale niosąc cięciwę napiętą.

Żwir pod stopą, w fałszywej stąpającą ciszy,
szeleści i kłąb włosów kasztanowych spływa
z czoła podniesionego jak mała planeta.
Srebro sączy się w usta, lęk rumieńce ściera,
pierś stężała w dwa sople niespokojnie dyszy,
blask tnie. Od światła wszystko, co żywe, umiera.

Suknie spadną zetlałe, krzak włosów zgoreje
i brzuch goły odsłoni jak koło z mosiądzu,
uda ruchliwe odtąd marzeniem nie rządzą,
nagie i czyste dymią jak rude Pompeje.

A jeśli dziecko zrodzi się z tej krwi słowiańskiej,
patrząc bielmem, łbem ciężkim na stopnie potoczy
i z czworgiem łap w powietrzu w dzień będzie i w nocy
spać jak koń martwy w runi wypalonych pastwisk.

Korowody i wieńce zaplotą się na niej,
wieczór ciernie cieniste położy na czoło,
i takie będzie wieczne burz odpoczywanie,
z ręką, sypiącą ziarno garbatym aniołom.

Tocząc żółte obręcze, żaglowe okręty
naładowane wojskiem blaszanych żołnierzy
niosąc, szli chłopcy z placów, deszczyk padał świeży
i śpiewał ptak, a chmurką na dwoje przecięty
księżyc wschodził powoli. Oczami mokremi
jeźdźcy patrzyli prosto na zachód. Psów rody
goniły się na klombach. Nad złotawe schody
siadali zakochani. Spokój był na ziemi,
tylko orkiestra, w zmierzchu zanurzona wrota
milkła w długiej ulicy, i na żywopłotach
stygły krzaki mimozy kłaniając się nocy.

Czesław Miłosz

Paryż, 1934

da “Trzy zimy”, Warszawa-Wilno: Związek Zawodowy, Literatów Polskich, 1936