Ad alcuni piace la poesia – Wisława Szymborska

 

Ad alcuni −
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dov’è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace −
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane.

La poesia −
ma cos’è mai la poesia?
Più d’una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
come all’àncora d’un corrimano.

Wisława Szymborska

(Traduzone di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009

***

Niektórzy lubią poezję

Niektórzy −
czyli nie wszyscy.
Nawet nie większość wszystkich ale mniejszość.
Nie licząc szkół, gdzie się musi,
i samych poetów,
będzie tych osób chyba dwie na tysiąc.

Lubią −
ale lubi się także rosół z makaronem,
lubi się komplementy i kolor niebieski,
lubi się stary szalik,
lubi się stawiać na swoim,
lubi sie głaskać psa.

Poezje −
tylko co to takiego poezja.
Niejedna chwiejna odpowiedź
na to pytanie już padła.
A ja nie wiem i nie wiem i trzymam się tego
jak zbawiennej poręczy.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a 5, Poznań, 1993

Quaderno a parte: Attraverso le gallerie di specchi – Czesław Miłosz

Pagina 27

Quanti prima di me uscirono dal confine delle parole,
intuendo come fossero inutili dopo un secolo di allucinazioni,
che erano spaventevoli e senza significato alcuno?

Cosa posso mettere in moto, cominciando
dal conduttore barbuto e biondo della Transiberiana,
dalla dama cui un passeggero offrì un anello mongolo,
dagli spazi per cui cantavano i fili del telegrafo,
dai felpati coupé e dalla stazione al terzo scampanìo?

Tutti stanno al balcone, chiarovestiti,
e col vetrino affumicato guardano l’eclissi di sole
è l’estate del 1914, nella provincia di Kovno.¹
Ci sono anch’io, ignaro di quello che sarà, e come,
e anche loro lo ignorano, e non sanno
che quel ragazzetto che era lì presente
un giorno vagherà sul precipizio
oltre il confine delle parole,
verso la fine della vita, quando loro
non ci saranno più.

Czesław Miłosz

(Traduzione di Valeria Rosselli)

da “Inno alla perla”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

¹ Kaunas, in Lituania

∗∗∗

Osobny zeszyt: przez galerie luster

Strona 27

Ilu było takich przede mną, którzy wyszli za granicę słów,
Rozumiejąc daremność mowy po stuleciu przywidzeń,
Które były przerażające i nic nie znaczyły?

Co mam począć z Inianobrodym konduktorem transsyberyjskiej kolei,
Z damą, której podróżnik ofiarował pierścień Mongolii,
Z obszarami śpiewających telegraficznych drutów,
I pluszowymi coupe i stacją po trzecim dzwonku?

Wszyscy stoją na ganku jasno ubrani
I przez zadymione szkiełka patrzą na zaćmienie słońca
Latem 1914 roku, w guberni kowieńskiej.
I ja tam jestem, nie wiedzący jak i co się stanie,
Ale oni też nie wiedzą jak i co się stanie,
Ani że ten chłopczyk, teraz jeden z nich,
Zawędruje nad przepaść za granicą słów,
Kiedyś, pod koniec życia, kiedy ich nie będzie.

Czesław Miłosz

da “Hymn o Perle”, Instytut Literacki, Paryż, 1982

Un’adolescente – Wisława Szymborska

 

Io – un’adolescente?
Se qui, ora, d’improvviso, mi comparisse davanti,
dovrei forse salutarla come una persona cara,
benché mi sia estranea e lontana?

Versare una lacrimuccia, baciarla sulla fronte
per la sola ragione
che la nostra data di nascita è la stessa?

Siamo così dissimili
che forse solo le ossa sono uguali,
la calotta cranica, le orbite oculari.

Perché già i suoi occhi sembrano un po’ più grandi,
le ciglia più lunghe, la statura più alta
e tutto il corpo è fasciato
da una pelle liscia, senza un’imperfezione.

In verità ci legano parenti e conoscenti,
ma nel suo mondo, di questa cerchia, 
vivi lo sono quasi tutti,
mentre nel mio quasi nessuno.

Siamo così diverse,
così diversi i nostri pensieri e le parole.
Lei sa poco –
ma con caparbietà degna di miglior causa.
Io so molto di più –
ma non in modo certo.

Mi mostra qualche poesia,
scritta con una grafia nitida, accurata,
come ormai non scrivo più da anni.

Leggo quelle poesie, le leggo.
Be’, forse quest’unica,
se solo si accorciasse
e correggesse qua e là.
Il resto non promette nulla di buono.

La conversazione langue.
Sul suo modesto orologio
il tempo è ancora incerto e costa poco.
Sul mio è molto più caro ed esatto.

Per commiato nulla, un sorriso abbozzato
e nessuna commozione.

Solo quando sparisce
e nella fretta dimentica la sciarpa.

Una sciarpa di pura lana,
a righe colorate,
che nostra madre
ha fatto per lei all’uncinetto.

La conservo ancora.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Due punti / Qui”, Libri Scheiwiller, 2010

∗∗∗

Kilkunastoletnia

Ja – kilkunastoletnia?
Gdyby nagle, tu, teraz, stanęła przede mną,
czy miałabym ją witać jak osobę bliską,
chociaż jest dla mnie obca i daleka?

Uronić łezkę, pocałować w czółko
z tej wyłącznie przyczyny,
że mamy jednakową datę urodzenia?

Tyle niepodobieństwa między nami,
że chyba tylko kości są te same,
sklepienie czaszki, oczodoły.

Bo już jej oczy jakby trochę większe,
rzęsy dłuższe, wzrost wyższy
i całe ciało obleczone ściśle
skórą gładką, bez skazy.

Łączą nas wprawdzie krewni i znajomi,
ale w jej świecie prawie wszyscy żyją,
a w moim prawie nikt
z tego wspólnego kręgu.

Tak mocno się różnimy,
tak całkiem o czym innym myślimy, mówimy.
Ona wie mało –
za to z uporem godnym lepszej sprawy.
Ja wiem o wiele więcej –
za to nie na pewno.

Pokazuje mi wiersze,
pisane pismem starannym, wyraźnym,
jakim ja nie piszę już od lat.

Czytam te wiersze, czytam.
No może ten jeden,
gdyby go skrócić
i w paru miejscach poprawić.
Reszta niczego dobrego nie wróży.

Rozmowa się nie klei.
Na jej biednym zegarku
czas chwiejny jeszcze i tani.
Na moim dużo droższy i dokładny.

Na pożegnanie nic, zdawkowy uśmiech
i żadnego wzruszenia.

Dopiero kiedy znika
i zostawia w pośpiechu swój szalik.

Szalik z prawdziwej wełny,
w kolorowe paski
przez naszą matkę
zrobiony dla niej szydełkiem.

Przechowuję go jeszcze.

Wisława Szymborska

da “Dwukropek”, Wydawnictwo a5, 2005

Nulla è in regalo – Wisława Szymborska

 

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.
Sono indebitata fino al collo.
Sarò costretta a pagare per me
con me stessa,
a rendere la vita in cambio della vita.

È così che è stabilito,
il cuore va reso
e il fegato va reso
e ogni singolo dito.

È troppo tardi per impugnare il contratto.
Quanto devo
mi sarà tolto con la pelle.

Me ne vado per il mondo
tra una folla di altri debitori.
Su alcuni grava l’obbligo
di pagare le ali.
Altri dovranno, per amore o per forza,
rendere conto delle foglie.

Nella colonna Dare
ogni tessuto che è in noi.
Non un ciglio, non un peduncolo
da conservare per sempre.

L’inventario è preciso,
e a quanto pare
ci toccherà restare con niente.

Non riesco a ricordare
dove, quando e perché
ho permesso che aprissero
questo conto a mio nome.

La protesta contro di esso
la chiamiamo anima.
E questa è l’unica voce
che manca nell’inventario.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009 

∗∗∗

Nic darowane

Nic darowane, wszystko pożyczone.
Tonę w długach po uszy.
Będę zmuszona sobą
zapłacić za siebie,
za życie oddać życie.

Tak to już urządzone
że serce do zwrotu
i wątroba do zwrotu
i każdy palec z osobna.

Za późno na zerwanie warunków umowy.
Długi będą ściągnięte ze mnie
wraz ze skórą.

Chodzę po świecie
w tłumie innych dłużników.
Na jednych ciąży przymus
spłaty skrzydeł.
Drudzy chcąc nie chcąc
rozliczą się z liści.

Po stronie Winien
wszelka tkanka w nas.
Żadnej rzęski, szypułki
do zachowania na zawsze.

Spis jest dokładny
i na to wygląda,
że mamy zostać z niczym.

Nie mogę sobie przypomnieć
gdzie, kiedy i po co
pozwoliłam otworzyć sobie
ten rachunek.

Protest przeciwko niemu
nazywamy duszą.
I to jest to jedyne,
czego nie ma w spisie.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a5, Poznań, 1993  

Quaderno a parte – Fogli ritrovati – Czesław Miłosz

AMERICA

Ocracea e plumbea è la corrente del rapido fiume,
sulla cui riva giunsero un uomo e una donna con un tiro di buoi,
per fondare una città e piantarvi un albero al centro.
Sotto quell’albero sedevo talvolta a mezzogiorno
e guardavo la bassa sponda sulla riva opposta:
pantani, giuncaie, una pozza invasa dalla lemna
luccicavano come al tempo di quei due dai nomi ignoti.
Non credevo potesse capitare a me: su questo fiume, in questa città,
non altrove, proprio qui, una panchina e un albero.

∗∗∗

26.IX.1976. Sera. Che sollievo! Che felicità! La vita vissuta e quel tormento causato dalla tua stoltezza appartengono ormai al passato.

Ammiro me stesso? Per aver sopportato? Pressappoco, ma è qualcosa di molto diverso dall’ammirazione, somiglia all’orgoglio di quel corridore che non è stato bravo, è arrivato quasi ultimo, ma ha corso.

∗∗∗

La cattedrale delle mie illuminazioni, il vento autunnale.
Sono invecchiato nel rendere grazie.

∗∗∗

Anche la cosa meno solenne ci risponderà, se ci rivolgeremo a essa con rispetto. (Frase sognata il 20.11.78 e annotata l’indomani).

∗∗∗

L’angelo della morte ammaliatore
con occhi celesti
con chioma castana
accorre danzando.

Le labbra sue, gioia,
la lingua nelle orecchie sue, delizia,
lo sguardo suo, luce
di piena primavera.

E mi toccò
e mi baciò
e ritornai
al mio inizio.

Non essere, non soffrire,
non causare dolore.
Cancellare tutta
un’esistenza,
affinché non rimanga
notizia di me,
né ricordo,
nulla.

Affinché il mondo sia ancora
come quest’angelo della morte,
perfetto, sereno
e beato.

1976

∗∗∗

Affinché il buio sia placato. Parto presto,
vado, perché tormentato da sogni
che mi imprigionano in ciò che già fu
in un colpevole e amaro rimestio della memoria.

Mi affanno su per l’erta, aspiro la fragranza delle foglie,
arranco in mezzo ai pruni e all’erbe secche,
ma la vetta è pur sempre lontana. E mi ghermisce
implacabile il buio, e ogni giorno comincio da capo.

1976

 ∗∗∗

DALLA FINESTRA DEL MIO DENTISTA

Straordinario. Una casa. Alta. Circondata d’aria. Svetta. In mezzo al cielo azzurro.

Oh, oggetti del mio desiderio, che mi ispiraste ascesi, passione, eroismo, che pena provo quando penso alle vostre labbra e mani e seni e ventri, resi all’amara terra.
Mi ricordo le stradine, i viottolini
su cui vidi passare i tuoi piedini.

(Canzone di Vilna)

(Qui terminano i «Fogli ritrovati»).

Czesław Miłosz

(Traduzione di Andrea Ceccherelli)

 da “Il cagnolino lungo la strada”, Adelphi, 2002