Lettere a una sconosciuta – Nicanor Parra

Foto di Fulvio Roiter

 

Quando passeranno gli anni, quando passeranno
Gli anni e l’aria avrà scavato un solco
Tra la tua anima e la mia; quando passeranno gli anni
E io sarò solo un uomo che ha amato,
Un essere che si è fermato un istante davanti alle tue labbra,
Un pover’uomo stanco di andare per parchi,
Dove sarai tu? Dove
Sarai, oh figlia dei miei baci!

Nicanor Parra

(Traduzione di Matteo Lefèvre)

da POESIE E ANTIPOESIE, 1954

da “L’ultimo spegne la luce”, Bompiani, 2019

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Cartas a una desconocita

Cuando pasen los años, cuando pasen
Los años y el aire haya cavado un foso
Entre tu alma y la mía; cuando pasen los años
Y yo sólo sea un hombre que amó,
Un ser que se detuvo un instante frente a tus labios,
Un pobre hombre cansado de andar por los jardines,
¿Dónde estarás tú? ¡Dónde
Estarás, oh hija de mis besos!

Nicanor Parra

da “Poemas y antipoemas”, Editorial Nascimento,​ 1954

«Hai viso di pietra scolpita» – Cesare Pavese

Bill Brandt, Nude, Campden Hill, London, 1949

 

Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra – l’urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo – le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.

Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov’è entrato una volta
ch’era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s’apriva l’alba.

Cesare Pavese

5 novembre 1945.

da “La terra e la morte”, in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Elegia – Czesław Miłosz

 

Non l’oblio eterno, e nemmeno il ricordo,
la nebbia sui monti o il chiasso cittadino
quietano il mondo. Dopo anni di guerre
sulla croce o la pietra un uccello canta
come già sopra le rovine di Troia.

Compagno l’amore, compagni il cibo e il bere,
ma l’occhio lungimirante non si volse.
Un lume feroce brucia appesantite
palpebre piene di sonno, e silenzioso
ci ammonisce il tempo, prima di passare

oltre la carne. Dolci animali fedeli,
creature fuggevoli tormentano
inutili mani nell’estasi rapprese.
Ed una voce sorge dalla terra:
nostra progenie, ombra! dunque passammo
nell’invocarti tanto tempo invano?

Czesław Miłosz

Parigi 1935

(Traduzione di Valeria Rossella)

da “Tre inverni”, in “Czesław Miłosz, La fodera del mondo”, Fondazione Piazzolla, Roma, 1966

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Elegią

Ni zapomnieniem wiecznym, ani pamiętaniem,
mgłą gór, ni stolic wrzawą świat nie uspokoi.
Aż po latach bojowań krzyż albo i kamień,
i ptak zaśpiewa na nim jak w ruinach Troi.

Miłość, jadło, napoje towarzyszą w drogach,,
ale nie ku nim bystre zwróciły się oczy.
Ciężkie, senne powieki światłość pali sroga
i czas ostrzega cicho, nim ciało przekroczy.

Dobre zwierzęta wierne, ludzie krótkotrwali
szarpią na próżno ręce skrzepłe w zachwyceniu.
A z ziemi głos powstaje: potomku nasz, cieniu,
czyżbyśmy darmo ciebie tak długo wołali?

Czesław Miłosz

Paryż, 1935

da “Trzy zimy”, Warszawa-Wilno: Związek Zawodowy, Literatów Polskich, 1936

Eco in un’eco – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Ti perdo per trovarti, costellato
di passi morti ti cammino accanto
rabbrividendo se il tuo fianco vacuo
nella notte ti finge un po’ di rosa.

Quali muri mutevoli, tu sposa
notturna, quale spazio abbandonato
arretri al niveo piede, al collo armato
del silenzio dei cerei paradisi

che in festoni di rose s’allontanano?
Eco in un’eco, mi ricordo il verde
tenero d’uno sguardo che dicevi
doloroso, posato non sai dove

di te, scoccato dentro il misterioso
pianto ch’era il tuo riso. Oh, non io oso
fermarti! non i muri che dissipano
di bocci fatui un’ora inghirlandata.

Odi il tempo precipita: stellata,
non so, ma pure sola Arianna muove
dalla sua fedeltà mortale verso
dove il passo ritrova l’altra danza.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Giorni in bianco – Ingeborg Bachmann

Foto di Aleksandra Kirievskaya

 

In questi giorni, mi levo con le betulle
e sulla fronte ravvio le ciocche di frumento
davanti a uno specchio di ghiaccio.

Amalgamato al mio respiro
sfiocca il latte:
così di buon’ora ha facile schiuma.
E dove il vetro appanno con l’alito
appare, dipinto da un dito infantile,
ancora il tuo nome: innocenza!
Dopo tanto tempo.

In questi giorni, non mi duole
di sapere dimenticare
e di essere costretta a ricordare.

Amo. Fino all’incandescenza io amo,
e ne ringrazio biblicamente il cielo.
L’ho imparato in volo.

In questi giorni, io ripenso all’albatro
che mi ha sollevata e trasportata
in un paese che è un foglio bianco.

All’orizzonte immagino,
fulgido nel suo tramonto,
il mio favoloso continente
laggiù, che mi ha congedata
già rivestita del sudario.

Vivo, e da lontano ascolto il suo canto del cigno!

Ingeborg Bachmann

(Traduzione di Maria Teresa Mandalari)

da “Ingeborg Bachmann, Poesie”, Guanda, Parma, 1978

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Tage in Weiß

In diesen Tagen steh ich auf mit den Birken
und kämm mir das Weizenhaar aus der Stirn
vor einem Spiegel aus Eis.

Mit meinem Atem vermengt,
flockt die Milch.
So früh schäumt sie leicht.
Und wo ich die Scheibe behauch, erscheint,
von einem kindlichen Finger gemalt,
wieder dein Name: Unschuld!
Nach so langer Zeit.

In diesen Tagen schmerzt mich nicht,
daß ich vergessen kann
und mich erinnern muß.

Ich liebe. Bis zur Weißglut
lieb ich und danke mit englischen Grüßen.
Ich hab sie im Fluge erlernt.

In diesen Tagen denk ich des Albatros’,
mit dem ich mich auf-
und herüberschwang
in ein unbeschriebenes Land.

Am Horizont ahne ich,
glanzvoll im Untergang,
meinen fabelhaften Kontinent
dort drüben, der mich entließ
im Totenhemd.

Ich lebe und höre von fern seinen Schwanengesang!

Ingeborg Bachmann

da “Anrufung des Großen Bären”, München, 1956