Nel mio grembo – Else Lasker-Schüler

Antoon van Welie, Douleur, 1895

 

Nel mio grembo
Dormono le nuvole scure.
Perciò io sono così triste, mio bene.

Io devo chiamare il tuo nome
Con la voce dell’uccello del paradiso
Quando le mie labbra si colorano.

Già dormono tutti gli alberi nel giardino –
Anche l’instancabile
Davanti alla mia finestra –

Frulla l’ala dell’avvoltoio
E mi porta per l’aria
Fin sulla tua casa.

Le mie braccia si appoggiano ai tuoi fianchi,
Per rispecchiarmi
Nella trasfigurazione del tuo corpo.

Non spegnere il mio cuore –
Tu che trovi la strada –
Eternamente.

Else Lasker-Schüler

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Gennaio 2005, N. 190, Crocetti Editore

∗∗∗

In meinem Schoße

In meinem Schoße
Schlafen die dunkelen Wolken –
Darum bin ich so traurig, du Holdester.

Ich muß deinen Namen rufen
Mit der Stimme des Paradiesvogels
Wenn sich meine Lippen bunt färben.

Es schlafen schon alle Bäume im Garten –
Auch der nimmermüde
Vor meinem Fenster –

Es rauscht der Flügel des Geiers
Und trägt mich durch die Lüfte
Bis über dein Haus.

Meine Arme legen sich um deine Hüften,
Mich zu spiegeln
In deines Leibes Verklärtheit.

Lösche mein Herz nicht aus –
Du den Weg findest –
Immerdar.

Else Lasker-Schüler

da “Ich suche allerlanden eine Stadt: Gedichte, Prosa, Briefe”, Verlag Philipp Reclam jun, 1988

Gli orecchini – Eugenio Montale

Amedeo Modigliani, “La blonde aux boucles d’oreille”, 1918-1919

 

Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è più traccia.)
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desideri
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlitre fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.

Eugenio Montale

da “La bufera e altro”, (1940-1954), “Lo Specchio” Mondadori, 1975

Notte dell’amore insonne – Federico García Lorca

 

Notte alta, noi due e la luna piena;
io che piangevo, mentre tu ridevi.
Un dio era il tuo scherno; i miei lamenti
attimi e colombe incatenate.

Notte bassa, noi due. Cristallo e pena,
piangevi tu in profonde lontananze.
La mia angoscia era un gruppo di agonie
sopra il tuo cuore debole di sabbia.

L’alba ci ricongiunse sopra il letto,
le bocche su quel gelido fluire
di un sangue che dilaga senza fine.

Penetrò il sole la veranda chiusa
e il corallo della vita aprì i suoi rami
sopra il mio cuore nel sudario avvolto.

Federico García Lorca

1935-1936

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Sonetti dell’amore oscuro”, Newton Compton, Roma, 1988

∗∗∗

Noche del amor insomne

Noche arriba los dos con luna llena,
yo me puse a llorar y tú reías.
Tu desdén era un dios, las quejas mías
momentos y palomas en cadena.

Noche abajo los dos. Cristal de pena,
llorabas tú por hondas lejanías.
Mi dolor era un grupo de agonías
sobre tu débil corazón de arena.

La aurora nos unió sobre la cama,
las bocas puestas sobre el chorro helado
de una sangre sin fin que se derrama.

Y el sol entró por el balcón cerrado
y el coral de la vida abrió su rama
sobre mi corazón amortajado.

Federico García Lorca

1935-1936

da “Sonetos”, a cura di M. García Posada, in «ABC», Madrid, 17-3-1984

Torre di Arnolfo – Piero Bigongiari

Foto di Silena Lambertini

 

È vero questo scendere del fiume
è vera l’acqua, la mota, la luce
immota sul perpetuo suo sottrarsi
come nell’illusione, orma, un pensiero.
Dove ti appoggi, piú non trovi uguale
alla carezza l’impeto, all’ardore
la fiamma: e nel crollare dei tizzoni
è larva che consegna a verità
l’antico sforzo ed il futuro, l’essere
che è al non essere che non è:
che non è uguale, ma che è uguale.
E v’è patto tra questa andante tenebra
nella luce e il ritornare tenebra
della luce: cosí lontana a riva
trova fermezza al suo rancore.

                                                        Chi
ha gridato non ha gridato invano
ed il sangue versato, cancellato
dalla ruota che tritura del tempo,
attende in vasi colmi nei cellieri
vietati all’uomo ma che l’uomo tenta
di aprire – ladro o vindice, non sa –
giustizia.

               Per giustizia sono morti
i vivi che credevan di pensare
– non si vive se non pensando, ha detto
chi ha seguito il disegno nella trama –
ed avanzano in uno stesso tempo
incerto e consegnano a un morto che vive
parole, sangue, lacrime: il sapore
dell’illusione su cui troppo grava
– troppo vivo – il pensiero che leva orma
dietro orma tra l’uno e l’altro polo.
Se chi t’apre la porta è solo un morto.

Io qui ti attendo, solo in questa piazza,
risalgo il fiume, torno indietro, attendo
qui dove anche se non vieni sei:
sotto la mole d’una torre che
leva od aggiunge, non so, al tempo le ore:
grigia vuole la luce febbrile della sera.

Piero Bigongiari

2 marzo ’59

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

Cosí si comincia – Boris Leonidovič Pasternak

 

Cosí si comincia. Verso i due anni
ci si strappa alla balia per le tenebre delle melodie,
si cinguetta, si fischia, le parole
compaiono verso il terzo anno.

Cosí si comincia a capire.
E nel fragore di una turbína in moto
ti sembra che tua madre non sia tua madre,
che tu non sia tu, la casa un paese straniero.

Che può fare la terribile bellezza,
seduta su una panca di serenella,
se non realmente rubare bambini?
Cosí hanno origine i sospetti. 

Cosí maturano le paure. Come potrà consentire
a una stella di superare il suo limite
lui che è un Faust, lui che è fantasioso?
Cosí cominciano gli zingari.

Cosí si schiudono librandosi in aria
sopra le siepi, dove dovrebbero stare le case,
mari improvvisi come un sospiro.
Cosí cominceranno i giambi.

Cosí le notti estive, cadute bocconi
fra le avene supplicando: avvèrati,
minacciano l’aurora con la tua pupilla.
Cosí si attacca lite con il sole.

Cosí si comincia a vivere di versi.

Boris Pasternak

1921.

(Traduzione di Angelo Maria Ripellino)

da “Boris Pasternak, Poesie”, Einaudi, Torino, 1957

∗∗∗

Так начинают

Так начинают. Года в два
От мамки рвутся в тьму мелодий,
Щебечут, свищут, — а слова
Являются о третьем годе.

Так начинают понимать.
И в шуме пущенной турбины
Мерещится, что мать — не мать,
Что ты — не ты, что дом — чужбина.

Что делать страшной красоте
Присевшей на скамью сирени,
Когда и впрямь не красть детей?
Так возникают подозренья.

Так зреют страхи. Как он даст
Звезде превысить досяганье,
Когда он — Фауст, когда — фантаст?
Так начинаются цыгане.

Так открываются, паря
Поверх плетней, где быть домам бы,
Внезапные, как вздох, моря.
Так будут начинаться ямбы.

Так ночи летние, ничком
Упав в овсы с мольбой: исполнься,
Грозят заре твоим зрачком.
Так затевают ссоры с солнцем.

Так начинают жить стихом.

Борис Леонидович Пастернак

1921

da “Стихотворения и поэмы”, Сов. писатель, [Ленинградское отд-ние], 1965