«Oggi ho portato il mio amore sul ciglio» – Alessandro Ricci

Gotthard Schuh, Lovers, 1950

 

Oggi ho portato il mio amore sul ciglio
di un baratro; più tardi, su una scala
d’oro: assedio al desiderio, aumento
di pugnali e tenerezze sono ogni ascolto,
ogni sguardo passati.
                                       Tutto avvenne fra prima
e poi, in quell’attimo immobile, atteso
e temerario che chiamiamo presente ma è
un auspicio, una puntura fulminea
e indelebile che separa la ragione
dal sogno, l’una condannata al tempo
che va, l’altro fermo per sempre
nell’esultanza.

Poi succede delle cose dette solo
una parte, perché dell’altra è più breve
e leggera, sottilissimi aghi
ridotti a vuoti d’aria non appena
confitti alle panchine dell’incantesimo,
quattro o cinque di una città altrimenti
non esistita, sulle quali foglie e nebbie
si poseranno, commozioni di nuovi innamorati
o di relitti umani che non dimenticano
o non lo sanno, amore
e morte di avi e discendenti, per anni
e anni, fino alla quota estrema delle memorie
di tutti.

Alessandro Ricci

da “I cavalli del nemico”, Il Labirinto, 2004

«Quest’anno è come l’anno di mille anni fa» – Thomas Bernhard

Thomas Bernhard

1

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
noi portiamo la brocca e sferziamo la schiena della vacca,
falciamo e non sappiamo nulla dell’inverno,
beviamo mosto e non sappiamo nulla,
presto saremo dimenticati
e i versi svaniranno come neve davanti alla casa.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
volgiamo lo sguardo nel bosco come nella stalla del mondo,
mentiamo e intrecciamo cesti per mele e pere,
dormiamo mentre le intemperie consumano
davanti alla porta le nostre scarpe infangate.

Quest’anno è come l’anno di mille anni fa,
non sappiamo nulla,
non sappiamo nulla del declino,
delle città sprofondate, del vortice in cui sono affogati
cavalli e uomini.

Thomas Bernhard

(Traduzione di Samir Thabet)

da “Thomas Bernhard, Sotto il ferro della luna”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

1

Das Jahr ist wie das Jahr vor tausend Jahren,
wir tragen den Krug und schlagen den Rücken der Kuh,
wir mähen und wissen nichts vom Winter,
wir trinken Most und wissen nichts,
bald werden wir vergessen sein
und die Verse zerfallen wie Schnee vor dem Haus.

Das Jahr ist wie das Jahr vor tausend Jahren,
wir schauen in den Wald wie in den Stall der Welt,
wir lügen und flechten Körbe für Äpfel und Birnen,
wir schlafen während unsre beschmutzten Schuhe
vor der Haustür verwittern.

Das Jahr ist wie das Jahr vor tausend Jahren,
wir wissen nichts,
wir wissen nichts vom Untergang,
von den versunkenen Städten, vom Strom in dem Pferde
und Menschen ertrunken sind.

Thomas Bernhard

da “Unter dem Eisen des Mondes. Gedichte”, Kiepenheuer & Witsch, 1958 

Parole d’amore sussurrate – Piero Bigongiari

Paul Burty Haviland, Florence Peterson, 1909

 

È l’eterno, si sposta in questo tuo
sorriso, si fa briciole per me:
come il piccione che zampetta in piazza
quando il guardiano lascia andare a terra
dal suo sacchetto il grano, io ti ricerco in mille
frammenti, morso dalla fame, o unico
sorriso, unico ricordo, amore.

Cerco la fonte, ma il cercarla è, in cuore,
chiuderla: si sposta sulla cresta
dell’essere – già simile al parere –
questa abbondanza, questa vanità.
Tu che irrori la mensa ed alzi il calice
all’altezza degli occhi, io che ti bevo,
cieco, e ti tocco sulle labbra, ecco

io per te sono l’ultima favilla,
già tuo nel quieto spegnersi per l’aria,
ma non tuo per il fuoco che ha condotto
questo parere ad essere, già fiamma
nel brivido di freddo che le imposte
aprendosi ora lasciano filtrare
d’un giorno, questo: giorno tuo se è mio.

Piero Bigongiari

12 dicembre ’61

da “Torre di Arnolfo”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

I poeti sono dei presocratici – Adam Zagajewski

 

I poeti sono dei presocratici. Nulla capiscono.
Attenti ascoltano il bisbiglio dei vasti fiumi di pianura.
Ammirano il volo degli uccelli, la pace dei giardini suburbani
e i treni ad alta velocità, che corrono dritti fino all’ultimo respiro.
All’odore del fresco pane caldo
si fermano d’improvviso, come se ricordassero
qualcosa di molto importante.
Quando balbetta il ruscello montano, il filosofo
s’inchina all’acqua selvaggia. Le bambine
giocano con le bambole, un gatto nero attende impaziente.
Silenzio sui campi in agosto, quando volano via le rondini.
Anche le città hanno i loro sogni.

Vanno a passeggio per strade di campagna. La strada
non ha fine. A volte regnano e allora
tutto s’immobilizza – ma il loro dominio non dura.
Quando appare l’arcobaleno, l’inquietudine svanisce.
Nulla sanno, ma annotano singole metafore.
Congedano i defunti, le loro labbra si increspano.
Guardano i vecchi alberi rivestirsi di foglie.
A lungo tacciono, e poi cantano e cantano,
finché non scoppia la gola.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Poeci to presokratycy

Poeci to presokratycy. Nic nie rozumieją.
Uważnie słuchają co szepczą szerokie, nizinne rzeki.
Podziwiają lot ptaków, spokój podmiejskich ogrodów
i szybkobieżne pociągi, które pędzą przed siebie bez tchu.
Zapach świeżego, gorącego chleba płynący z piekarni
sprawia, że nagle zatrzymują się w miejscu,
jakby przypomnieli sobie coś bardzo istotnego.
Kiedy bełkoce górski strumień, filozof kłania się dzikiej wodzie.
Dziewczynki bawią się lalkami, czarny kot czeka niecierpliwie.
Cisza nad polami w sierpniu, kiedy odlatują jaskółki.
Miasta także mają swoje marzenia.

Chodzą na spacery polnymi drogami. Droga nie ma końca.
Niekiedy królują i wtedy wszystko nieruchomieje
– lecz ich panowanie nie trwa długo.
Gdy pojawia się tęcza, niepokój znika.
Nic nie wiedzą, ale zapisują pojedyncze metafory.
Żegnają umarłych, ich wargi poruszają się.
Patrzą jak stare drzewa pokrywają się zielonymi liśćmi.
Długo milczą, potem śpiewają i śpiewają, aż pęknie gardło.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

Per tutta l’esistenza – Cesare Pavese

Montserrat Gudiol, Muchacha de perfil, 1983

 

Per tutta l’esistenza
ti avrò, fragilità,
nella stanchezza ardente del mio sangue.

Mi sei venuta accanto
colla promessa viva di un’aurora,
sconvolgendomi il sangue
come un grande tesoro
che si potrà conoscere
e possedere fino a sazietà.
Racchiudevi un mistero di dolore
e di gioia profonda, sconosciuta.
Oh un attimo solo di te
e mi saresti stata per la vita
un ricordo di sogno.
Ma non ti sei svelata.
Hai saputo il tuo gioco.
Sei ritornata a un tratto in mezzo al mondo
rinascondendo in te
il segreto degli occhi arrovesciati,
della tua bellezza piú grande,
dell’attimo che gioia e sofferenza
si fanno un solo brivido.

Mi hai strappate le lacrime dal cuore.

E da quel giorno buio
dinanzi al tuo ricordo
per tutta l’esistenza
dovrò soffrire ancora
la febbre del mistero che ho perduto.

Cesare Pavese

[2 agosto 1928]

da “Prima di «Lavorare stanca» 1923-1930”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998