«Anche tu sei l’amore» – Cesare Pavese

Foto di Ferdinando Scianna

 

Anche tu sei l’amore.
Sei di sangue e di terra
come gli altri. Cammini
come chi non si stacca
dalla porta di casa.
Guardi come chi attende
e non vede. Sei terra
che dolora e che tace.
Hai sussulti e stanchezze,
hai parole – cammini
in attesa. L’amore
è il tuo sangue – non altro.

Cesare Pavese

[23 giugno 1946]

da “Due poesie a T”, in “Cesare Pavese, Le Poesie”, Einaudi, Torino, 1998

I versi, 1 – Titos Patrikios

Titos Patrikios, foto di Danilo Di Marco

 

I versi sono come i figli.
Crescono nelle viscere con rumori segreti,
soffrono dentro di te, si ammalano,
poi inaspettatamente si fanno grandi,
un giorno ti si rivoltano contro,
contro di te che hai dato loro vita,
finché se ne vanno per sempre
e non sono più soltanto tuoi.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(1953-1954; da Apprendistato, 1963: Anni della pietra)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

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Οἱ στίχοι, 1

Οἱ στίχοι, σάν τά παιδιά.
Μέσα στά σπλάχνα μεγαλώνουν μέ μυστιϰούς Θορύβους,
πονᾶνε μέσα σου, ἀρρωσταίνουν,
παίρνουν ἀπρόσμενα τ’ ἀνάστημά τους,
μιά μέρα σηϰώνουνε ϰεφάλι
ἐνάντια σέ σένα πού τούς γέννησες,
ὅσο νά φύγουν ϰάποτε ὁριστιϰός
ϰαί νά μήν εἶναι πιά διϰοί σου μόνω.

Τίτος Πατρίϰιος

(1953-1954 Μαθητεία (1952-1962), 1963: Χρόνια τῆς πέτρας’)

da “Μαθητεία”, εκδ. Πρίσμα, 1963

19 aprile 1931 – Miklós Radnóti

Miklós Radnóti e Fanni Gyarmati a Svábhegyen, c. 1930

 

Ieri hanno sequestrato il mio nuovo libro,
ora sto seduto solo, con le dita
intrecciate attorno alle caviglie, oggi
con superstizione ho scavato sotto la soglia
una farfalla rossa, e lentamente m’addormento.

Mi ricordo! una volta una madre diciassettenne
priva di latte, la donna del mio amico,
si era assopita così stanca sopra la sua bimba di venti giorni
sognando camicine infantili
e scarpe nuove per il marito! e
si svegliò allegra come all’alba
nelle battaglie favolose i guerrieri al suono della tromba!

Mi sveglierò anch’io! sulla treccia
d’oro della mia amata urlerà la luce del sole,
oscillando, la mia ombra crescerà fino al cielo
e con i miei ventidue anni sfrontati stanotte
per cena mangerò tre stelle!

Miklós Radnóti

(Traduzione di Edith Bruck)

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009

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1931 április 19

Uj könyvemet tegnap elkobozták,
most egyedül ülök, ujjaim
átfonva bokám körül, piros
pillét ástam ma babonásan
a küszöb alá és lassan elalszom!

Emlékszem én! egyszer a tizenhétéves
anya, barátom tejetlen asszonya
aludt el fáradtan, húsznapos, tejes
kislánya fölött így: gyerekingeket
álmodott s urának új cipőt! és
kedvvel ébredt, ahogy mesék csatái
hajnalán kürthangra harcosok!

Majd fölébredek én is! kedvesem arany
varkocsán sikongat a napfény,
lóbálva nő föl árnyam az égig és
huszonkét szemtelen évem az éjjel
bevacsorázik három csillagot!

Miklós Radnóti

da “Lábadozó szél”, Szeged, 1933

Segnassero una strada queste righe azzurrine – Pierluigi Cappello

 

Segnassero una strada queste righe azzurrine,
la pulizia tracciata sul quaderno,
da qui a lì, da sinistra a destra,
con l’inizio prima della fine;
invece niente, solo una neve alta, incalcolabile
in mezzo ai boschi, neanche un punto
e a capo, un cippo che dica qui comincio io.

Pierluigi Cappello

Cassacco, agosto 2017

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

«I fiori mi dicono addio» – Sergej Aleksandrovič Esenin

 

I fiori mi dicono addio,
Scrollando in giù le corolle,
Perch’io mai più rivedrò
Il suo volto e il paese natio.

Non importa, mia cara, non importa!
Li ho visti ed ho visto la terra,
E accolgo questo brivido tombale
Come se fosse una nuova carezza.

E poiché penetrai l’intera vita
Passandole dinanzi sorridendo,
Mi dico ad ogni istante
Che a questo mondo tutto si ripete.

Verrà un altro, e che importa! La tristezza
Non cancella chi parte: per la donna
Abbandonata e cara comporrà
Il successore un canto ancor più bello.

E nel silenzio ascoltandolo
Dal nuovo amante l’amata,
Di me può darsi si ricorderà
Come di un fiore che non si ripete.

Sergej Aleksandrovič Esenin

[1925]

(Traduzione di G. P. Samonà)

da “Poesie”, Garzanti Editore, 1981

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«Цветы мне говорят—прощай.»

Цветы мне говорят—прощай.
Головками склоняясь ниже,
Что я навеки не увижу
Ее лицо и отчий край.

Любимая, ну, что ж! Ну, что ж!
Я видел их и видел землю,
И эту гробовую дрожъ
Как ласку новую приемлю.

И полому, что я постиг
Всю жизнь, пройдя с улыбкой мимо,
Я говорю на каждый миг,
Что все на свете повторило.

Не все ль равно—придет другой,
Печаль ушедшего не сгложет,
Оставленной и дорогой
Пришедший лучше песню сложит.

И, песне внемля в тишине,
Любимая с другим любимым,
Быть может, вспомнит обо мне
Как о цветке неповторимом.

Сергей Александрович Есенин

X-25

da “Sobranije socinenij v pjati tomach”, Moskva, Gosudarstvennoe isdatelstvo chudožestvennoj literatury, 1961-1962