«Noi tutti non siamo solo» – Mariangela Gualtieri

Foto di Donata Wenders

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Noi tutti non siamo solo
terrestri. Lo si vede da come
fa il nido la ghiandaia
da come il ragno tesse il suo teorema
da come tu sei triste
e non sai perché. Noi
tutti, noi forse ritornati,
portiamo una mancanza
e ogni voce ha dentro una voce
sepolta, un lamentoso calco di suono
che un po’ si duole anche quando
canta. Te lo dico io
che ascolto
il tonfo della pigna e della ghianda
la lezione del vento
e il lamento della tua pena
col suo respiro ammucchiato sul cuscino
un canto incatenato che non esce.

Ascoltare anche ciò che manca.
L’intesa fra tutto ciò che tace.

Mariangela Gualtieri

da “Bestia di gioia”, Einaudi, Torino, 2010

Ormai non penso a te – Gian Carlo Conti

Foto di Marina Ballo Charmet

 

 

 

 

 

 

 

 

Ormai non penso a te che raramente
per una vecchia abitudine che va morendo
e non provo dolore se passano mesi
senza vederti, il male che ho sofferto
si è assopito, penetrato con gli altri
a formare una crosta di terra
dove nasce ogni mio gesto, ogni mia voce,
una terra che invecchia e si indurisce
e cresce senza misericordia.

Gian Carlo Conti

da “Chiudere gli occhi”, Comune di Parma, 1984

Il volto – Cintio Vitier

 

Ti ho cercato nella scrittura degli uomini che ti hanno
amato. Non miravo alla lettera, ma volevo sentire la
voce che a volte miracolosamente passa attraverso;
ascoltare come loro, vedere coi loro occhi.
Volevo esser loro, viverli, per vederti.

Eri lì, certo; ma sempre dopo, come le parole di una poesia;
imprendibile come il centro di una melodia; disperso,
come i petali d’un fiore che il vento ha strappato.

E più m’inoltravo nella soave, ardente frenesia del boschetto,
più ti allontanavi. Eri quel luccichìo di foglia
o d’ala? Eri quel lungo rumore, o sibilo? Quel silenzio,
quei massi d’un tratto così pallidi?

Eri tutto questo, certo; ma come ricomporti, pezzo a pezzo,
da luccichìi, rumori, pause? Stavi dietro, respirando
e brillando intero: astro che loro avevano visto di
fronte, o intravisto nella nebbia o cercato come io ti
cercavo, e allora tutto ciò che mi restava in mano era
sempre la notte del desiderio, il tremito della speranza.

Ti cercai nei paesaggi vergini d’ogni alfabeto, dove nessuno
è sceso a mettervi un sudario, e che stanno in palmo
di mano a Dio come reliquie: lo sguardo nuziale
delle cordigliere della Sierra o il puro idillio pensante
della Hanabanilla,

e quella sera, dal belvedere di San Biagio, come
nel primo vaporoso mattino del mondo,

e quella notte, sotto l’aspra e dolce stellata dell’Escambray,
sul capo di Cristo giacente che guarda il Padre
viso a viso: la conca dell’occhio della roccia, la narice
e le labbra di roccia, i capelli e le barbe di alberi enormi
e innocenti.

E certo stavi lì; ma un velo ci separava, sottile e insuperabile.
Nel respiro della natura, sempre lontana, sentivo
il tuo silenzioso richiamo e dono, ma non potevo rispondergli,
perché eri e non eri lì, il tuo esser diffuso
era un indicarmi un luogo altro che non sapevo trovare;
me ne tornavo eccitato e triste, il raggio di grazia
scivolato di mano, la gloria soave che ripiomba in petto
e si dissolve.

E anche ti cercavo sempre in me stesso. Non eri forse del
mio lignaggio, del mio sangue? Non eri in qualche
modo me stesso? Non mi bastava infatti calarmi nella
memoria per riplasmarti, nei sapori più segreti, come
l’orfano che al buio tasta i lineamenti della madre?

Ma è davvero possibile ricostruire un’alba? E poi, non
ero io stesso il maggior ostacolo? Quella continua coscienza
di una perdita, di una caduta, di un impossibile,
non era proprio quanto sempre m’impediva di
afferrare la tua realtà?

Ti ho cercato senza tregua, tutta la vita, e ogni volta più
ti travestivi, lasciando mettere al tuo posto grottesche
simulazioni, immagini di vuoto e di vergogna.

Diventavi l’enigma di una follia, un banale quiz, e più non
sapevamo chi eravamo, da dove venivamo, il sapore
dei cibi del corpo e dello spirito.

Invece oggi finalmente ti vedo, volto di patria mia! È stato
semplice come aprire gli occhi.

So che la visione presto cesserà, sta già svanendo, e che
l’abitudine minaccia di nuovo di invadere tutto con le
sue vaste mareggiate. Perciò mi affretto a dire:

Il volto vivo, mortale ed eterno della mia patria è nel volto
di questi uomini umili che son venuti a liberarci.

Io li guardo come uno che beve l’unica cosa che può saziarlo.
Li guardo per riempire l’anima di verità. Perché
essi sono la verità.

Perché in nessun libro, in nessuna poesia né paesaggio né
coscienza né ricordo, ma in questi contadini, si
verifica la sostanza della patria come nel giorno della
resurrezione.

Cintio Vitier

6.1.59

(Traduzione di Nicola Licciardello)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Novembre 2012, N. 276, Crocetti Editore

∗∗∗

El rostro

Te busqué en la escritura de los hombres que te
amaron. No quería ver la letra, sino oír la voz
que a veces pasa por ella milagrosamente: oír
con sus oídos, mirar desde sus ojos. Quería ser
ellos, asumirlos, para verte.

Allí estabas, sin duda; pero siempres sucesivo como
las palabras de un poema; inalcanzable como el
centro de una melodía; disperso, como los pétalos
de una flor que el viento ha roto.

Mientras más avanzaba por el suave y ardiente
frenesí del bosquezuelo,más te me alejabas.
¿Eras aquel brillo de una hoja o un ala? ¿Eras
aquel largo rumor, aquel silbido? ¿Aquel silencio,
aquellas piedras de pronto tan pálidas?

Eras todo aquello, sin duda; pero cámo componerte,
rasgo a rasgo, con brillos, rumores, pausas?
Detrás estabas, respirando y brillando entero:
astro que ellos habían visto de frente, o entrevisto
en la bruma, o buscado como yo te buscaba,
y entonces lo que dejaban en mis manos era
también la noche del anhelo, el temblor de la
esperanza.

Te busqué en los paisajes que están vírgenes de
toda letra, que ningún nombre ha descendido
sobre ellos para amortajarlos, que están en la
palma de la mano de Dios como reliquias:
en la mirada nupcial de las estribaciones de la
Síerra y en el casto idilio pensante del
HanabanilIa,

Y aquella tarde, desde el mirador de San Blas, como
en la primera vaporosa mañana del mundo.

Y aquella noche, bajo la recia y dulce estrellada
del Escambray, en la Cabeza de Cristo yacente
mirando al Padre cara a cara: la cuenca del ojo
de roca, Ia nariz y los labios de roca, el pelo y
las barbas de árboles enormes e inocentes.

Y sin duda estabasa allí, pero un velo nos separaba,
sutil e intraspasable Y yo sentía en el alentar de
la naturaleza, siempre lejana, tu llamado
silencioso y apremiante, pero no podía responderle,
porque estabas y no estabas allí; o más bien
tu estar difuso era un señalarme hacia otro
sitio que yo no sabía encontrar; y me iba exaltado
y melancólico, el rayo de gracia caído entre las
manos, la gloria, suave, retumbando por el pecho,
disolviéndose.

Y te buscaba, siempre, también, en mí mismo.
¿Acaso no eras de mi linaje y de mi sangre? ¿No
eras, en cierto, modo, yo mismo? ¿No me bastaba
entrar en la memoria paru reconstruirte sabor
a sabor, secreto a secreto, como el huérfano que
palpa en la tiniebla los rasgos de la madre?

Pero ¿es posible de veras reconstruir el alba? Y sobre
todo, ¿no era yo mismo el mayor obstáculo?
¿Aquella conciencia que tenía de una pérdida,
de una caída, de un imposible, no era lo que me
impediría siempre alcanzar tu realidad?

Te he buscado sin tregua, toda mi vida te he buscado,
y cadav ez te enmascarabas más is y dejabas que
pusieran en tu sitio un mascarón grotesco,
imagen del deshonor y del vacío.

Y te volvías un enigma de locura, un jeroglífico
banal, y ya no sabíamos quiénes éramos, dónde
estábamos, cuál era el sabor de los alimentos del
cuerpo y del espíritu.

¡Pero hoy, al fin, te he visto, rostro de mi patria!
Y ha sido tan sencillo como abrir los ojos.

Sé que pronto la visión va a cesar, que ya se está
desvaneciendo, que la costumbre amenaza invadirlo
todo otra vez con sus vastas oleadas. Por eso
me apresuro a decir:

El rostro vivo, mortal y eterno de mi patria esta
en el rostro de estos hombres humildes que han
venido a libertarnos.

Yo los miro como quien bebe y como lo único que
puede saciarlo. Yo los miro para llenar mi alma
de verdad. Porque ellos son la verdad.

Porque en estosc campesinos, y no en ningún libro
ni poema ni paisaje ni conciencia ni memoria,
se verífica la sustancia de la patria como en
el día de su resurección.

Cintio Vitier

da “La isla en su tinta. Antología de la poesía cubana”, Madrid, Verbum, 2000

Passo d’addio – Cristina Campo

Cristina Campo

For last year’s words belong to last year’s language
and next year’s words await another voice.

Si ripiegano i bianchi abiti estivi
e tu discendi sulla meridiana,
dolce Ottobre, e sui nidi.

Trema l’ultimo canto nelle altane
dove sole era l’ombra ed ombra il sole,
tra gli affanni sopiti.

E mentre indugia tiepida la rosa
l’amara bacca già stilla il sapore
dei sorridenti addii.

***

Moriremo lontani. Sarà molto
se poserò la guancia nel tuo palmo
a Capodanno; se nel mio la traccia
contemplerai di un’altra migrazione.

Dell’anima ben poco
sappiamo. Berrà forse dai bacini
delle concave notti senza passi,
poserà sotto aeree piantagioni
germinate dai sassi…

O signore e fratello! ma di noi
sopra una sola teca di cristallo
popoli studiosi scriveranno
forse, tra mille inverni:

«nessun vincolo univa questi morti
nella necropoli deserta».

***

Ora che capovolta è la clessidra,
che l’avvenire, questo caldo sole,
già mi sorge alle spalle, con gli uccelli
ritornerò senza dolore
a Bellosguardo: là posai la gola
su verdi ghigliottine di cancelli
e di un eterno rosa
vibravano le mani, denudate di fiori.

Oscillante tra il fuoco degli uliveti,
brillava Ottobre antico, nuovo amore.
Muta, affilavo il cuore
al taglio di impensabili aquiloni
(già prossimi, già nostri, già lontani):
aeree bare, tumuli nevosi
del mio domani giovane, del sole.

***

È rimasta laggiù, calda, la vita,
l’aria colore dei miei occhi, il tempo
che bruciavano in fondo ad ogni vento
mani vive, cercandomi…

Rimasta è la carezza che non trovo
più se non tra due sonni, l’infinita
mia sapienza in frantumi. E tu, parola
che tramutavi il sangue in lacrime.

Nemmeno porto un viso
con me, già trapassato in altro viso
come spera nel vino e consumato
negli accesi silenzi…

                              Torno sola
tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo
roseo sugli orci colmi d’acqua e luna
del lungo inverno. Torno a te che geli
nella mia lieve tunica di fuoco.

***
a m. c.

A volte dico: tentiamo d’esser gioiosi,
e mi appare discrezione la mia,
tanto scavata è ormai la deserta misura
cui fu promesso il grano.

A volte dico: tentiamo d’essere gravi,
non sia mai detto che zampilli per me
sangue di vitello grasso:
ed ancora mi appare discrezione la mia.

Ma senza fallo a chi così ricolma
d’ipotesi il deserto,
d’immagini l’oscura notte, anima mia,
a costui sarà detto: avesti la tua mercede.

***

Ora non resta che vegliare sola
col salmista, coi vecchi di Colono;
il mento in mano alla tavola nuda
vegliare sola: come da bambina
col califfo e il visir per le vie di Bassora.

Non resta che protendere la mano
tutta quanta la notte; e divezzare
l’attesa dalla sua consolazione,
seno antico che non ha più latte.

Vivere finalmente quelle vie
– dedalo di falò, spezie, sospiri
da manti di smeraldo ventilato –
col mendicante livido, acquattato

tra gli orli di una ferita.

***

La neve era sospesa tra la notte e le strade
come il destino tra la mano e il fiore.

In un suono soave
di campane diletto sei venuto…
Come una verga è fiorita la vecchiezza di queste scale.
O tenera tempesta
notturna, volto umano!

(Ora tutta la vita è nel mio sguardo,
stella su te, sul mondo che il tuo passo richiude).

***

Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto,
lungo le notti piovose che io m’accendo
nel buio delle pupille,
tu, senza più fanciulla che disperda le voci…

Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia
di offrire, chiusa e nuda, senza palpebre o labbra!

Poiché dove tu passi è Samarcanda,
e sciolgono i silenzi tappeti di respiri,
consumano i grani dell’ansia –

e attento: fra pietra e pietra corre un filo di sangue,
là dove giunge il tuo piede.

***

Amore, oggi il tuo nome
al mio labbro è sfuggito
come al piede l’ultimo gradino…

Ora è sparsa l’acqua della vita
e tutta la lunga scala
è da ricominciare.

T’ho barattato, amore, con parole.

Buio miele che odori
dentro i diafani vasi
sotto mille e seicento anni di lava –

ti riconoscerò dall’immortale
silenzio.

***

Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere,
inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa;
ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni,
riconduca la vita a mezzanotte.

E la mia valle rosata dagli uliveti
e la città intricata dei miei amori
siano richiuse come breve palmo,
il mio palmo segnato da tutte le mie morti.

O Medio Oriente disteso dalla sua voce,
voglio destarmi sulla via di Damasco –
né mai lo sguardo aver levato a un cielo
altro dal suo, da tanta gioia in croce.

***

Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò

per colline d’oblio,
su acutissime làmine
in bianca maglia d’ortiche,
ti insegnerò, mia anima,
questo passo d’addio…

Cristina Campo

da “Passo d’addio”, “All’Insegna del pesce d’oro”, Scheiwiller, Milano, 1956

Serenata – Federico García Lorca

Federico García Lorca

(Omaggio a Lope de Vega)

Lungo le rive del fiume
la notte si sta bagnando
e nei seni di Lolita
i rami muoiono d’amore.

I rami muoiono d’amore.

La notte canta nuda
sui ponti di marzo.
Lolita lava il suo corpo
con acqua salmastra e nardo.

I rami muoiono d’amore.

La notte d’anice e argento
risplende sopra i tetti.
Argento di ruscelli e specchi,
anice delle tue cosce bianche.

I rami muoiono d’amore.

Federico García Lorca

(Traduzione di Claudio Rendina)

da “Canzoni”, 1921/1925, in “Federico García Lorca, Tutte le poesie e tutto il teatro”, Newton Compton, 2009

∗∗∗

Serenata 

(Homenaje a Lope de Vega)

Por las orillas del río
se está la noche mojando
y en los pechos de Lolita
se mueren de amor los ramos.

Se mueren de amor los ramos.

La noche canta desnuda
sobre los puentes de marzo.
Lolita lava su cuerpo
con agua salobre y nardos.

Se mueren de amor los ramos.

La noche de anís y plata
relumbra por los tejados.
Plata de arroyos y espejos.
Anís de tus muslos blancos.

Se mueren de amor los ramos.

Federico García Lorca

da “Canciones”, 1921/1925, Revista de Occidente, Madrid, 1929