In ufficio – Robert Walser

Illustrazione di Karl Walser

 

La luna guarda verso di noi,
vede me povero commesso
languire sotto lo sguardo severo
del mio principale.
Mi gratto confuso il collo.
Nella mia vita ancora non ho conosciuto
un sole durevole.
La mancanza è la mia sorte:
doversi grattare il collo
sotto lo sguardo del principale.

La luna è la ferita della notte,
gocce di sangue sono le stelle.
Se anche rimango lontano dalla felicità
per questo la mia indole è modesta.
La luna è la ferita della notte.

Robert Walser

(Traduzione di Antonio Rossi)

da “Robert Walser, Poesie”, con le illustrazioni di Karl Walser, a cura di Antonio Rossi, Edizioni Casagrande, Bellinzona 2019

∗∗∗

Im Bureau

Der Mond blickt zu uns hinein,
er sieht mich als armen Kommis
schmachten unter dem strengen Blick
meines Prinzipals.
Ich kratze verlegen am Hals.
Dauernden Lebenssonnenschein
kannte ich noch nie.
Mangel ist mein Geschick;
kratzen zu müssen am Hals
unter dem Blick des Prinzipals.

Der Mond ist die Wunde der Nacht,
Blutstropfen sind alle Sterne.
Ob ich dem blühenden Glück auch ferne,
ich bin dafür bescheiden gemacht.
Der Mond ist die Wunde der Nacht.

Robert Walser

Edizione di riferimento:

R. Walser, Die Gedichte, hrsg. von J.Greven, Zürich-Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1986

«Portami lungo viali vuoti» – Boris Ryžhy

 

Portami lungo viali vuoti,
parlami di qualche sciocchezza,
pronuncia vagamente un nome.
I lampioni piangono l’estate.

Due lampioni piangono l’estate.
Cespugli di sorbo. Una panchina umida.
Amore mio, resta con me fino all’alba,
poi lasciami.

Rimasto come un’ombra offuscata,
vagherò qui ancora un po’, ricorderò tutto,
la luce accecante, il buio infernale,
io stesso fra cinque minuti sparirò.

Boris Ryžhy

(Traduzione di Valeria Ferraro)

da “La nuovissima poesia russa”, Einaudi, Torino, 2005

Dove la luce – Giuseppe Ungaretti

Mario Giacomelli, San Titre, Spoon River, 1971-1973

 

Come allodola ondosa
Nel vento lieto sui giovani prati,
Le braccia ti sanno leggera, vieni.

Ci scorderemo di quaggiù,
E del male e del cielo,
E del mio sangue rapido alla guerra,
Di passi d’ombre memori
Entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,
Sogni e crucci passati ad altre rive,
Dov’è posata sera,
Vieni ti porterò
Alle colline d’oro.

L’ora costante, liberi d’età,
Nel suo perduto nimbo
Sarà nostro lenzuolo.

Giuseppe Ungaretti

1930

da “Sentimento del Tempo” (1919-1935), in “Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo”, “I Meridiani” Mondadori, 1969

La Luna perdona – Endre Ady

Foto di Nicholas Buer

 

Acida, mutila, sopra i grandi campi,
forse la decima volta cosí, come un maldestro
viandante spogliato, passa la Luna.

Sul suo volto, lo stanco sorriso dei vecchi ribaldi
e sotto di lei, il campo si alza
con una pena che si perde nei sospiri.

Pianura coperta di ferite, sterile e magra;
d’una luce sommessa, ironica, la Luna
bagna e ribagna il suo corpo sfatto.

Nella gelida luce è disteso un grande morto.
Ma sul suo orlo lontano, timida viandante,
al suo uomo si abbandona una ragazza.

Come se la Morte non fosse mai passata,
la Vita, questo torso spezzato,
alza il suo capo con gioia viperina.

E la Luna, poiché fu inviata in terra
per guardare i baci, ecco, raggia fidente e lieta
e manda il suo perdono per cento colpe mortali.

Endre Ady

(Traduzione di Paolo Santarcangeli)

da “Endre Ady, Poesie”, Lerici editori, Milano, 1964

***

A Hold megbocsájt

Savanyun, csonkán, nagy mezők fölött,
Talán tizedszer ilykép, megrabolt,
Balog utasként ballag át a Hold.

Arcán vén kópék fáradt mosolya
S alant szörnyedt, bús sóhajba vesző
Kínjaival mered föl a mező.

Forradásos mező, fukar, kopár,
Rothasztó testét gúnyos, halk, hideg
Fényével a Hold öntözgeti meg.

S fagyos fényben a nagy hulla terül,
De messze szélén félénk vándorul
Egy Ivány csókos férfiára borul.

Mintha sohse járt volna itt Halál,
Az Élet, ez az eltörött derék,
Kígyós örömmel üti föl fejét.

S mert Földre nézni csókért küldetett,
A Hold ujjongva, bízón kiragyog
S száz halál-bűnért küld bocsánatot.

Endre Ady

da “A halottak élén”, Budapest: Pallas, 1918

Quando si torna dove si nasce – Giuseppe Conte

Fabrice Lamarche, The door

 

Ritorno a questa via, dove son nato
come una luce alla sua stella esplosa.
È questo il mio viaggio, questi
portoni, i due scalini di lavagna, le
facciate alte, scrostate, con le finestre
cieche, la salita, l’arco che segnava
il confine, giù la mia casa
che aveva la veranda sul cortile di
muschio e rovi attorno a un pozzo, e
il terrazzino azzurro, il pergolato
in bilico sopra gli orti dei nespoli.
Dietro quelle persiane, al terzo piano,
ci fu l’amore, c’era la guerra fuori
i soldati tedeschi ormai allo stremo, in
fuga. Il destino è tornare dove si è nati.
Lo sanno tutti i fiori, i templi, i soli
che sono come noi ancora da alzare
non profetati, e già polvere.

Giuseppe Conte

(Genova-Porto Maurizio, 28 settembre 1980)

da “Reincarnazioni, Rifioriture”, in “L’Oceano e il ragazzo”, Rizzoli, Milano, 1983