Il cuore rotto… – Anna Maria Ortese

Foto di Nastya Kaletkina

 

Il cuore rotto, le braccia spalancate
Sangue liberato dalle vene
annega gli organi, nasce
una morte come un’alba
entro il freddo, sopra l’orrore
di questo vivere che fu solo notte.
Ora non mi fai più male
dolcezza vagante nel maggio!
non tremo se vedo i giovani
alberi fiorire e il mondo
coprirsi di puri colori.
Ora non mi trascini,
dolcezza, come un prigioniero
legato alla coda di un cavallo
per i tuoi paradisi! Il male
ora è bene, la tristezza
spaventosa un odore
d’erbe; la selvaggia
ansietà, il pianto:
stupore, calma. Sospiro
come le acque della notte
disperdendosi, quietandosi.

Anna Maria Ortese

dalla rivista “Poesia”, Anno VIII, Luglio/Agosto 1995, N. 86, Crocetti Editore

Parla più pacatamente – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Parla più pacatamente: sei più vecchio di colui
che sei stato così a lungo; sei più vecchio
di te stesso – e continui a non sapere
cosa sono l’assenza, la poesia e l’oro.

Ha inondato la strada un’acqua bruna; una fulminea
tempesta ha confuso questa piatta, sonnolenta città.
Ogni temporale è congedo, centinaia di fotografi
sembrano girare su di noi, immortalando col flash
i secondi di angoscia e panico.

Sai cos’è il lutto, una disperazione così violenta
da soffocare il ritmo del cuore e il futuro.
Hai pianto fra estranei, in un negozio moderno,
dove continuava a volteggiare l’agile denaro.

Hai visto Venezia e Siena e, sulle tele, per strada,
tristi giovincelle Madonne, che volevano essere
comuni ragazze e ballare a carnevale.

Hai visto anche piccole città, per niente belle,
gente anziana, tediata dalla sofferenza e dal tempo.
In icone medievali brillavano gli occhi
di santi olivastri, ardenti occhi di animali selvatici.

Hai preso fra le dita ciottoli dalla spiaggia, la Galère,
e hai avuto per loro una tenerezza così grande
– per loro e per l’esile pino, per coloro
che erano lì con te e per il mare,
che è in verità possente, ma molto solo

– una tenerezza così grande, come fossimo tutti
orfani di una stessa casa, disgiunti per sempre
e condannati soltanto a brevi istanti di visione
nelle fredde galere della contemporaneità.

Parla più pacatamente: non sei più giovane,
la folgorazione deve trattare con settimane di digiuno,
devi scegliere e rinunciare, prendere tempo

e conversare a lungo con emissari di secchi paesi
e labbra screpolate, devi aspettare,
scrivere lettere, leggere libri di cinquecento pagine.
Parla più pacato. Non rinunciare alla poesia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Desiderio, 1999”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Mów spokojniej

Mów spokojniej: jesteś starszy niż ten,
którym byłeś tak długo; jesteś starszy
od samego siebie – i wciąż jeszcze nie wiesz,
czym są nieobecność, poezja i złoto.

Ulicę zalała brunatna woda; krótka burza
wstrząsnęła tym płaskim, sennym miastem.
Każda burza jest pożegnaniem, setki fotografów
zdają się krążyć nad nami, utrwalając fleszem
sekundy lęku i paniki.

Wiesz, czym jest żałoba, rozpacz tak gwałtowna,
że dławi rytm serca i przyszłość.
Płakałeś wśród obcych, w nowoczesnym sklepie,
gdzie wciąż się obracał zwinny pieniądz.

Widziałeś Wenecję i Sienę i, na płótnach, na ulicy,
smutne młodziutkie Madonny, które chciały być
zwykłymi dziewczynami i tańczyć w karnawale.

Widziałeś też małe miasta, wcale nie piękne,
starych ludzi, znudzonych cierpieniem i czasem.
W średniowiecznych ikonach błyszczały oczy
śniadych świętych, płonące oczy dzikich zwierząt.

Brałeś w palce kamyki na plaży, la Galerę,
i zdarzało się, że miałeś dla nich czułość tak wielką
– dla nich i dla wiotkiej sosny, dla tych,
co byli tam z tobą i dla morza,
które jest co prawda potężne, ale bardzo samotne

– tak wielką, jakbyśmy wszyscy byli sierotami
z tego samego domu, rozłączonymi na zawsze
i zdanymi tylko na krótkie chwile widzenia
w chłodnych więzieniach współczesności.

Mów spokojniej: nie jesteś już młody,
olśnienie musi pertraktować z tygodniami postu,
musisz wybierać i rezygnować, grać na zwłokę

i rozmawiać długo z wysłannikami suchych krajów
i spierzchniętych ust, musisz czekać,
pisać listy, czytać książki o pięciuset stronicach.
Mów spokojniej. Nie rezygnuj z poezji.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999

«Ho un’infanzia da piangere» – Marcello Comitini

Foto di Anca Mitroi

 

Ho un’infanzia da piangere
carezze e mani da ricordare
una voce severa tra i dubbi del vivere.
Vuoti che mi stringono la gola
segni dell’esilio
che la mia anima paziente soffre.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

Incarico – Julio Cortázar

 

Non mi dar tregua, non perdonarmi mai.
Fustigami nel sangue, che ogni cosa crudele sia tu che ritorni.
Non mi lasciar dormire, non darmi pace!
Allora conquisterò il mio regno,
nascerò lentamente.
Non mi perdere come una musica facile, non essere carezza né guanto;
intagliami come una selce, disperami.
Conserva il tuo amore umano, il tuo sorriso, i tuoi capelli. Dalli pure.
Vieni da me con la tua collera secca, di fosforo e squame.
Grida. Vomitami arena nella bocca, rompimi le fauci.
Non mi importa ignorarti in pieno giorno,
sapere che tu giochi,  faccia al sole e all’uomo.
Dividilo.

Io ti chiedo la crudele cerimonia del taglio,
ciò che nessuno ti chiede: le spine
fino all’osso. Strappami questa faccia infame,
obbligami a gridare finalmente il mio vero nome.

Julio Cortázar

(Traduzione di Gianni Toti)

da “Le ragioni della collera”, Edizioni Fahrenheit 451, 1995

∗∗∗

Encargo 

No me des tregua, no me perdones nunca.
Hostígame en la sangre, que cada cosa cruel sea tú que vuelves.
¡No me dejes dormir, no me des paz!
Entonces ganaré mi reino,
naceré lentamente.
No me pierdas como una música fácil, no seas caricia ni guante;
tállame como un sílex, desespérame.
Guarda tu amor humano, tu sonrisa, tu pelo. Dálos.
Ven a mí con tu cólera seca de fósforo y escamas.
Grita. Vomítame arena en la boca, rómpeme las fauces.
No me importa ignorarte en pleno día,
saber que juegas cara al sol y al hombre.
Compártelo.

Yo te pido la cruel ceremonia del tajo,
lo que nadie te pide: las espinas
hasta el hueso. Arráncame esta cara infame,
oblígame a gritar al fin mi verdadero nombre.

Julio Cortázar

da “Salvo el crepúsculo”, Buenos Aires, Ed. Alfaguara, 1984

Nel mese di maggio – Pierluigi Cappello

Foto di Maria Cecilia Camozzi

 

Dal mio giardino si vedono cosí e non si possono spiegare
l’accordo dell’azzurro rarefatto e quello del verde
che sale e si fa spazio in certe mattine di maggio
quando il calore viene sulle braccia scoperte
e tocca il tendine d’azzurro e il tendine di verde
che credevamo spenti, nella nostra testa di oggi,
tanti anni fa. In mattine cosí, la terra si piega
e si anima in cose inanimate come i sassi
nel brulichìo nascosto dalle foglie, nel nostro
essere muti e felici di non avere un nome.

Forse daremo un nome a questa luce sugli occhi,
alla rondine scolpita dall’aria mentre passa,
all’ombra durata un battito sulle nostre mani;
forse saremo infanzia e chiuderemo il pericolo
nel nome del pericolo e allontaneremo le nostre spalle
dalla città abbagliata e splenderanno amate dal caso
e dal vento le nostre impronte quando qualcuno chiuderà
il cancello dietro a noi, e ci guarderà partire.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010