La voce – Cesare Pavese

Andrew Wyeth, Incoming Fog, 1952

 

Ogni giorno il silenzio della camera sola
si richiude sul lieve sciacquío d’ogni gesto
come l’aria. Ogni giorno la breve finestra
s’apre immobile all’aria che tace. La voce
rauca e dolce non torna nel fresco silenzio.

S’apre come il respiro di chi sia per parlare
l’aria immobile, e tace. Ogni giorno è la stessa.
E la voce è la stessa, che non rompe il silenzio,
rauca e uguale per sempre nell’immobilità
del ricordo. La chiara finestra accompagna
col suo palpito breve la calma d’allora.

Ogni gesto percuote la calma d’allora.
Tornerebbero i gesti del vano dolore,
percuotendo le cose nel rombo del tempo.
Ma la voce non torna, e il susurro remoto
non increspa il ricordo. L’immobile luce
dà il suo palpito fresco. Per sempre il silenzio
tace rauco e sommesso nel ricordo d’allora.

Cesare Pavese

[23-26 marzo 1938]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Nel village – Derek Walcott

Mario de Biasi, New York, 1955

I

Stavo salendo dalla metro e c’erano delle persone
ferme sui gradini come se sapessero qualcosa
che io non sapevo. Erano gli anni della Guerra Fredda
e della pioggia radioattiva. Ho guardato e l’intera avenue
era vuota, letteralmente intendo, e ho pensato:
Gli uccelli hanno lasciato le città e la piaga
del silenzio si moltiplica nelle loro arterie, c’è stata
la guerra e l’hanno persa e non c’è niente di sottile o di vago
in questo vuoto terrificante che è New York. Ho còlto
il rumore di un altoparlante che avvisava ripetutamente
le ultime persone, forse amanti a passeggio,
che il mondo stava per finire quella mattina
sulla Sesta o la Settima senza gente che andava al lavoro
in quella prospettiva terrificante e non contraddetta.
Non era il modo di morire, ma neanche di vivere.
Be’, se fossimo bruciati, almeno eravamo a New York.

II

A New York vivono tutti in una sit-com.
Io, in un romanzo latinoamericano, uno
in cui un viejo dai capelli color egretta è scosso
da un dolore invisibile, un’oscena afflizione, 
e l’annota segretamente, finché non gliela leggi in faccia,
le rughe parentetiche che, con suo sommo imbarazzo,
confermano il racconto. Senti, è solo la vecchia
storia di un cuore che non vuole darsi per vinto,
anche senza speranze, donchisciottesco. È solo uno che
non spezzerà il cuore a nessuno, anche se il colonnello brizzolato
si rizzasse sul suo destriero alla carica, in una battaglia
che non gli varrà una statua. È il sortilegio
di un normale amore non corrisposto. Guarda queste egrette
che incedono sul prato in truppe scomposte, bianche insegne
che arrancano derelitte; sono i rimpianti scoloriti
delle memorie di un vecchio, le loro strofe mai scritte.
Pagine che svolazzano come ali sul prato, segreti svelati.

III

Chi mi ha tolto la macchina per scrivere dalla scrivania,
così che adesso sono un musicista senza piano
con il vuoto davanti, limpido e grottesco come un’altra
primavera? Le mie vene gemmano, sono così pieno
di poesie, un cestino colmo di fili neri.
Fuori le note sono visibili; i passeri punteggeranno
le antenne come pentagrammi, com’erano le primavere,
ma i tetti sono freddi e il grande fiume grigio
con una nave che passa, enorme come una collina in inverno,
si muove impercettibilmente come gli anni
che si accumulano. Non ho ragione di perdonarla
per ciò che mi sono fatto da solo. Ho vinto l’odio,
il desiderio dell’Italia dove le raffiche di neve
assolvono e imbiancano le montagne inginocchiate
fuori Milano. Dietro il vetro, aspetto che il richiamo
di un uccello scardini l’inizio della primavera,
ma le mie mani, il mio lavoro, mi sembrano strani
senza la musica arrugginita della mia macchina. Nessuna parola
per la nave artica che scende lungo l’Hudson, per la scabbia
della neve che si scrosta dai tetti. Nessuna poesia. Nessun uccello.

IV
IL SWEET LIFE CAFÉ

Se sprofondo in un silenzio brizzolato
a volte, sulla tovaglia a scacchi rossi
fuori dal Sweet Life Café, quando il rumore
del traffico domenicale nel Village è lieve come una falena
indaffarata in un ripostiglio, è per via dell’età,
cosa che di rado ammetto, o, onestamente, persino penso.
I miei furori sono intatti, anche se la mia rabbia domestica
è illogica, diabetica, senza alcuna diminuzione dell’amore
anche se la mia mano trema follemente, ma non su questa pagina.
La mia lussuria è in piena forma, ma, se anche
tutte le mie torri si sgretolassero come sabbia,
la gioia continuerà a piegare i canneti con l’esultanza
della mia penna sulla strada per Vieuxfort con la citronella
bianca nel sole e, come per il mare che si frange
nella baia a Praslin, anche loro si sommano alla grazia
che ho provato e che la morte porterà via
dalla mia mano su questa tovaglia a scacchi in questo bel posto.

Derek Walcott

(Traduzione di Matteo Campagnoli)

da “Egrette bianche”, Adelphi Edizioni, 2015

∗∗∗

In the Village

I

I came up out of the subway and there were
people standing on the steps as if they knew
something I didn’t. This was in the Cold War,
and nuclear fallout. I looked and the whole avenue
was empty, I mean utterly, and I thought,
The birds have abandoned our cities and the plague
of silence multiplies through their arteries, they fought
the war and they lost and there’s nothing subtle or vague
in this horrifying vacuum that is New York. I caught
the blare of a loudspeaker repeatedly warning
the last few people, maybe strolling lovers in their walk,
that the world was about to end that morning
on Sixth or Seventh Avenue with no people going to work
in that uncontradicted, horrifying perspective.
It was no way to die, but it’s also no way to live.
Well, if we burnt, it was at least New York.

II

Everybody in New York is in a sitcom.
I’m in a Latin American novel, one
in which an egret-haired viejo shakes with some
invisible sorrow, some obscene affliction,
and chronicles it secretly, till it shows in his face,
the parenthetical wrinkles confirming his fiction
to his deep embarrassment. Look, it’s
just the old story of a heart that won’t call it quits
whatever the odds, quixotic. It’s just one that’ll
break nobody’s heart, even if the grizzled colonel
pitches from his steed in a cavalry charge, in a battle
that won’t make him a statue. It is the hell
of ordinary, unrequited love. Watch those egrets
trudging the lawn in a dishevelled troop, white banners
trailing forlornly; they are the bleached regrets
of an old man’s memoirs, printed stanzas
showing their hinged wings like wide open secrets.

III

Who has removed the typewriter from my desk,
so that I am a musician without his piano
with emptiness ahead as clear and grotesque
as another spring? My veins bud, and I am so
full of poems, a wastebasket of black wire.
The notes outside are visible; sparrows will
line antennae like staves, the way springs were,
but the roofs are cold and the great grey river
where a liner glides, huge as a winter hill,
moves imperceptibly like the accumulating
years. I have no reason to forgive her
for what I brought on myself. I am past hating,
past the longing for Italy where blowing snow
absolves and whitens a kneeling mountain range
outside Milan. Through glass, I am waiting
for the sound of a bird to unhinge the beginning
of spring, but my hands, my work, feel strange
without the rusty music of my machine. No words
for the Arctic liner moving down the Hudson, for the mange
of old snow moulting from the roofs. No poems. No birds.

IV
THE SWEET LIFE CAFÉ

If I fall into a grizzled stillness
sometimes, over the red-chequered tablecloth
outdoors of the Sweet Life Café, when the noise
of Sunday traffic in the Village is soft as a moth
working in storage, it is because of age
which I rarely admit to, or, honestly, even think of.
I have kept the same furies, though my domestic rage
is illogical, diabetic, with no lessening of love
though my hand trembles wildly, but not over this page.
My lust is in great health, but, if it happens
that all my towers shrivel to dribbling sand,
joy will still bend the cane-reeds with my pen’s
elation on the road to Vieuxfort with fever-grass
white in the sun, and, as for the sea breaking
in the gap at Praslin, they add up to the grace
I have known and which death will be taking
from my hand on this chequered tablecloth in this good place.

Derek Walcott

da “White Egrets”, New York: Farrar, Straus & Giroux, 2010

«L’enorme solitudine delle stelle» – Daniele Piccini

Foto di Nicholas Buer

 

L’enorme solitudine delle stelle
somiglia forse a quella
d’uomini alla deriva.
Si guardano negli specchi e attaccano
la carica del giorno
senza un soldo di fede nelle mani.
Come stanno vicine
le creature infinite e miserevoli
a queste solitudini,
come parlano chiaro,
come sussurrano accostando il muso.
E cosa stanno per dire con gli occhi
abbandonati, persi come stelle
nella ragnatela dell’universo?
Cosa vogliono dire?
Si scioglierà la lingua,
si scioglierà, e saranno le stelle
della nostra pazienza.

Daniele Piccini

da “Inizio fine”, Crocetti Editore, 2021

Il martin pescatore – Adam Zagajewski

Foto di Pieter Vandermeer

As kingfishers catch fire…
G.M. HOPKINS

Vidi il martin pescatore in volo sul pelo del mare,
un volo retto come la vita di Euclide, retto e violento,
lo vidi esplodere, all’improvviso, della pienezza dei colori,
vedevo il selvaggio fuoco del mondo
abbracciarne le ali, ma il fuoco non uccideva, voleva
che quel proiettile iridescente tendesse in salvo
alla riva rocciosa, al nido lì nascosto;
si scopre che la fiamma può essere anche
riparo, dimora, dove i pensieri
ardono senza essere annichiliti,
una prigione che ci libera dall’indifferenza,
dall’osservazione estiva di un pomeriggio indolente,
un possente ossimoro,
a volte anche una poesia,
quasi un sonetto.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Asimmetria, 2014”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Zimorodek

As kingfishen catch fire…
G.M. HOPKINS

Zobaczyłem jak zimorodek w locie tuż nad powierzchnią morza,
locie prostym jak życie Euklidesa, prostym i gwałtownym,
wybucha nagle pełnij kolorów, widziałem jak dziki ogień świata
ogarnia jego skrzydła, lecz nie zabija tylko sprawia,
że ten tęczowy pocisk bezpiecznie zmierza
do skalistego brzegu, do ukrytego tam gniazda;
okazuje się, że płomień może być także
schronieniem, mieszkaniem, w którym
myśli płonę lecz nie zostaję unicestwione,
więzieniem, które wyzwala nas od obojętności,
od letniej obserwacji leniwego popołudnia,
potężnym oksymoronem,
niekiedy także wierszem,
nieomal sonotem.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

O assorti occhi – Jiří Orten

Jerry Uelsmann, Undiscovered, 1999

 

O assorti occhi – occhi al di là degli occhi
occhi altri, dei quali lo sguardo non commuove
voi della fede cugini remoti dalla luce
voi per i quali balsamo è ciò che non si sana
voi spie di amori con tutti i loro niente
voi che nel tempo della gioia gemevate
voi prima della morte già dalla morte presi
voi che sfuggite le poesie e le ragazze
voi foglioline piccole streghe gentili
che scovano i portelli segreti dell’androne

O assorti occhi – occhi al di là degli occhi
con voi contemplare i seni di un amante
con voi dissimularli con voi sognare di loro
voi risoluti per sempre a fare muta ogni voce
voi risoluti per sempre a non vedere piú
voi unici voi vaghe iridi
voi che sapete con la sapienza di Dio
di un cuore assetato
che l’aver sete è come un eterno inverno
o assorti occhi – occhi al di là degli occhi

 Jiří Orten

1. 3. 1939.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Ó oči civící

Ó oči civící ó oči za očima
vy druhé jejichž pohled nedojímá
vy sestřenice víry světlu vzdálené
vy jejichž balzámem je nezahojené
vy vyzvědačky lásek s jejich mály
vy jež jste při radostech naříkaly
vy smrtí dávno před zemřením jaté
vy které od dívek a básní utíkáte
vy lupínky vy vědmy přítelkyně
nalézající tajná dvířka síně

Ó oči civící ó oči za očima
vámi se zahledět na ňadra milenčina
vámi je nespatřit a vámi o nich snít
vy navždy odhodlané nezahovořit
vy navždy odhodlané neviděti více
vy jediné vy krásné zřítelnice
vy které víte jako Bůh to ví
o jednom srdci které hladoví
že hladovění je jak věčná zima
ó oči civící ó oči za očima

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958