La separazione – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

Quasi con invidia leggo le opere dei miei contemporanei
su divorzi, addii, il dolore delle separazioni;
sofferenza, nuovi inizi, piccole morti;
lettere lette e bruciate, bruciare e leggere, fuoco e cultura,
ira e disperazione – magnifica materia per una poesia riuscita;
un duro giudizio, a volte una risata sarcastica di superiorità morale,
e insieme definitivo trionfo della continuità individuale.

E noi? Non ci saranno elegie, né sonetti sulla separazione,
non ci dividerà lo schermo dei versi,
non si porrà fra noi una metafora riuscita,
l’unica separazione che ora ci minaccia è il sonno,
il profondo antro del sonno la cui soglia varchiamo separati,
– e devo sempre ricordare che la tua mano,
stretta nella mia, è fatta di sogni.

Adam Zagajewski 

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi Edizioni, 2012

∗∗∗

Separacja

Niemal z zawiścią czytam utwory moich współczesnych 
o rozwodach, rozstaniach, o bólu separacji;
cierpienie, nowy początek, mała śmierć;
czytanie i palenie listów, palenie i czytanie, ogień i kultura, 
gniew i rozpacz – wspaniały materiał dla udanego wiersza; 
twardy osąd, niekiedy szyderczy śmiech moralnej wyższości, 
a jednocześnie ostateczny tryumf ciągłości osoby.

A my? Nie będzie elegii, sonetów o rozejściu się, 
nie będzie nas dzielił ekran wiersza,
nie stanie między nami udana metafora,
i jedyna separacja, jaka nam teraz zagraża, to sen,
to głęboka jaskinia snu, do której schodzimy osobno
– i zawsze muszę pamiętać, że twoja dłoń,
którą wtedy trzymam, jest zrobiona z marzeń.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999

Opera postuma – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Il treno si fermò in un campo; l’improvviso silenzio
svegliò anche i fanatici fautori del sonno.
Le lontane luci dei magazzini o delle fabbriche
luccicavano nella nebbia come i gialli occhi dei lupi.
Itineranti uomini d’affari sgobbavano al computer,
calcolando il profitto e la perdita del giorno trascorso.
L’hostess portava caffè in cui era confitta l’amarezza.
Ewig, ewig, l’ultima parola di Das Lied von der Erde,
ripetuta tante volte; ricordi, ascoltavamo
insieme questa musica e questa promessa alla quale
volevamo allora così tanto credere.

Non si sa se siamo ancora in Olanda,
o già in Belgio. Ma che differenza fa?
Sbocciava una sera d’inverno e la terra era nascosta
sotto le grosse strisce del crepuscolo; potevamo
immaginare la vicina presenza della nera acqua del canale,
immobile, privata della gioia dei torrenti montani
e della gran meraviglia dei nostri oceani.
I gialli occhi dei lupi tremavano di una nervosa luce
al neon, ma nessuno temeva l’attacco degli indiani.
Il treno si fermò nell’ora in cui non dorme
la ragione, ma dorme l’anima, il suo nobile desiderio.
In un altro momento ascoltavamo
il quintetto postumo di Schubert, dove la disperazione
si dichiara tante volte, appassionata, quasi ossessiva,
rinnovando il suo attacco all’indifferenza
raffinata della sala, delle dame in pelliccia
e dei recensori, piccoli emissari di grandi riviste.
Mentre una volta, a passeggio, a mezzanotte, in campagna,
d’estate, ci trattenne un suono molto singolare: lo sbuffare
e nitrire d’invisibili cavalli al pascolo. Come se la notte
ridesse, fra sé e sé, felice. Cos’è la poesia, se tanto poco vediamo?

Cosa saranno la salvezza, il sopravvivere, il riscatto,
se nulla ci minaccia? Un quintetto postumo! Solo la musica cresce
anche dopo la morte, la musica e le chiome degli alberi.
Se i fiumi ci dessero il miele e il latte dell’incanto,
se le danzatrici tornassero a ballare nel delirio…
Ma non siamo soli. L’antiquata chitarra un giorno
comincerà a cantare, sola con se stessa, a se stessa.
E il treno infine si metterà in moto, la terra si cullerà
sotto il suo maestoso peso e lenta
si avvicinerà a Parigi, con la sua aura dorata,
col suo grigio dubitare.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Desiderio, 1999”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Opus pośmiertne

Pociąg zatrzymał się w polu; nagła cisza
zbudziła nawet fanatycznych wyznawców snu.
Dalekie światła magazynów czy fabryk
migotały we mgle jak żółte oczy wilków.
Wędrowni biznesmeni ślęczeli nad komputerem,
obliczając zysk i stratę minionego dnia.
Stewardesa niosła kawę, w której tkwiła gorycz.
Ewig, ewig, ostatnie słowo Pieśni o ziemi,
powtarzane tyle razy; pamiętasz, słuchaliśmy
razem tej muzyki i tej obietnicy, w którą
tak bardzo chcieliśmy wtedy uwierzyć.

Nie wiadomo, czy jeszcze jesteśmy w Holandii,
czy może już w Belgii. Co to za różnica.
Był wczesny zimowy wieczór i ziemia ukryła się
pod grubymi smugami zmierzchu; można się było
domyślić bliskiej obecności czarnej wody kanału,
nieruchomej, pozbawionej radości górskich potoków
i wielkiego zdziwienia naszych oceanów.
Żółte ślepia wilków drżały nerwowym, neonowym
światłem, lecz nikt się nie bał ataku Indian.
Pociąg zatrzymał się w momencie, kiedy rozum
nie śpi, ale śpi dusza, jej szlachetne pragnienie.

Kiedy indziej słuchaliśmy pośmiertnego kwintetu
Schuberta, w którym rozpacz deklaruje się
wielokrotnie, namiętnie, nieomal natrętnie,
ponawiając swój atak na obojętność
wytwornej sali koncertowej, dam w futrach
i recenzentów, małych wysłanników wielkich pism.
A kiedyś na spacerze, o północy, na wsi, w lecie,
zatrzymał nas niezwykły dźwięk: parskanie i rżenie
niewidocznych koni na pastwisku. To było tak,
jakby noc się śmiała, sama dla siebie, szczęśliwa.
Czym jest poezja, skoro tak mało widzimy?

Czym może być ocalenie, jeśli nic nam nie zagraża?
Pośmiertny kwintet! Tylko muzyka rośnie
jeszcze po śmierci, muzyka i włosy drzew.
Gdyby rzeki dały nam miód i mleko zachwytu,
gdyby tancerki znowu zaczęły tańczyć w obłąkaniu…
A jednak nie jesteśmy sami. Staroświecka gitara
któregoś dnia zacznie śpiewać, sama dla siebie.
I pociąg ruszy wreszcie, ziemia zakołysze się
pod jego majestatycznym ciężarem i powoli
zacznie się przybliżać Paryż, z jego złotą aurą,
z jego szarym wątpieniem.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999

Ricordi – Adam Zagajewski

Julia Margaret Cameron, Julie My First success, 1865

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sfoglia i tuoi ricordi
cuci per loro una coperta di stoffa.
Scosta le tende e cambia l’aria.
Sii per loro cordiale, leggero.
Questi ricordi sono tuoi.
Pensaci mentre nuoti
nel mare dei Sargassi della memoria
e l’erba marina crescendo ti cuce la bocca.
Questi ricordi sono tuoi,
non li dimenticherai fino alla fine.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Paola Malavasi)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVII, Maggio 2004, N. 183, Crocetti Editore

∗∗∗

Wspomnienia

Odwiedzaj swoje wspomnienia,
Uszyj dla niech płócienne pokrowce.
Odsłoń okna i otwórz powietrze.
Bądź dla nich serdeczny i nigdy
nie daj im poznać po sobie.
To są twoje wspomnienia.
Myśl o tym, kiedy płyniesz
w sargassowym morzu pamięci
i trawa morska zarasta ci usta.
To są twoje wspomnienia, których
nie zapomnisz aż do końca życia.

Adam Zagajewski

da “Polscy Poeci XXI”, Wiekui Oficyna Wydawnicza Paradoks, 2014

Dalla vita degli oggetti – Adam Zagajewski

Foto di Boris Smelov

 

La pelle levigata degli oggetti è tesa
come la tenda di un circo.
Sopraggiunge la sera.
Benvenuta, oscurità.
Addio, luce del giorno.
Siamo come palpebre, dicono le cose,
sfioriamo l’occhio e l’aria, l’oscurità
e la luce, l’India e l’Europa.

E all’improvviso sono io a parlare: sapete,
cose, cos’è la sofferenza?
Siete mai state affamate, sole, sperdute?
Avete pianto? E conoscete la paura?
La vergogna? Sapete cosa sono invidia e gelosia,
i peccati veniali non inclusi nel perdono?
Avete mai amato? Vi siete mai sentite morire
quando di notte il vento spalanca le finestre e penetra
nel cuore raggelato? Avete conosciuto la vecchiaia,
il lutto, il trascorrere del tempo?

Cala il silenzio.
Sulla parete danza l’ago del barometro.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

Parla più pacatamente – Adam Zagajewski

Foto di Grzegorz Jakubowski

 

Parla più pacatamente: sei più vecchio di colui
che sei stato così a lungo; sei più vecchio
di te stesso – e continui a non sapere
cosa sono l’assenza, la poesia e l’oro.

Ha inondato la strada un’acqua bruna; una fulminea
tempesta ha confuso questa piatta, sonnolenta città.
Ogni temporale è congedo, centinaia di fotografi
sembrano girare su di noi, immortalando col flash
i secondi di angoscia e panico.

Sai cos’è il lutto, una disperazione così violenta
da soffocare il ritmo del cuore e il futuro.
Hai pianto fra estranei, in un negozio moderno,
dove continuava a volteggiare l’agile denaro.

Hai visto Venezia e Siena e, sulle tele, per strada,
tristi giovincelle Madonne, che volevano essere
comuni ragazze e ballare a carnevale.

Hai visto anche piccole città, per niente belle,
gente anziana, tediata dalla sofferenza e dal tempo.
In icone medievali brillavano gli occhi
di santi olivastri, ardenti occhi di animali selvatici.

Hai preso fra le dita ciottoli dalla spiaggia, la Galère,
e hai avuto per loro una tenerezza così grande
– per loro e per l’esile pino, per coloro
che erano lì con te e per il mare,
che è in verità possente, ma molto solo

– una tenerezza così grande, come fossimo tutti
orfani di una stessa casa, disgiunti per sempre
e condannati soltanto a brevi istanti di visione
nelle fredde galere della contemporaneità.

Parla più pacatamente: non sei più giovane,
la folgorazione deve trattare con settimane di digiuno,
devi scegliere e rinunciare, prendere tempo

e conversare a lungo con emissari di secchi paesi
e labbra screpolate, devi aspettare,
scrivere lettere, leggere libri di cinquecento pagine.
Parla più pacato. Non rinunciare alla poesia.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Desiderio, 1999”, in “Guarire dal silenzio, Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Mów spokojniej

Mów spokojniej: jesteś starszy niż ten,
którym byłeś tak długo; jesteś starszy
od samego siebie – i wciąż jeszcze nie wiesz,
czym są nieobecność, poezja i złoto.

Ulicę zalała brunatna woda; krótka burza
wstrząsnęła tym płaskim, sennym miastem.
Każda burza jest pożegnaniem, setki fotografów
zdają się krążyć nad nami, utrwalając fleszem
sekundy lęku i paniki.

Wiesz, czym jest żałoba, rozpacz tak gwałtowna,
że dławi rytm serca i przyszłość.
Płakałeś wśród obcych, w nowoczesnym sklepie,
gdzie wciąż się obracał zwinny pieniądz.

Widziałeś Wenecję i Sienę i, na płótnach, na ulicy,
smutne młodziutkie Madonny, które chciały być
zwykłymi dziewczynami i tańczyć w karnawale.

Widziałeś też małe miasta, wcale nie piękne,
starych ludzi, znudzonych cierpieniem i czasem.
W średniowiecznych ikonach błyszczały oczy
śniadych świętych, płonące oczy dzikich zwierząt.

Brałeś w palce kamyki na plaży, la Galerę,
i zdarzało się, że miałeś dla nich czułość tak wielką
– dla nich i dla wiotkiej sosny, dla tych,
co byli tam z tobą i dla morza,
które jest co prawda potężne, ale bardzo samotne

– tak wielką, jakbyśmy wszyscy byli sierotami
z tego samego domu, rozłączonymi na zawsze
i zdanymi tylko na krótkie chwile widzenia
w chłodnych więzieniach współczesności.

Mów spokojniej: nie jesteś już młody,
olśnienie musi pertraktować z tygodniami postu,
musisz wybierać i rezygnować, grać na zwłokę

i rozmawiać długo z wysłannikami suchych krajów
i spierzchniętych ust, musisz czekać,
pisać listy, czytać książki o pięciuset stronicach.
Mów spokojniej. Nie rezygnuj z poezji.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Wydawnictwo a5, Kraków, 1999